Pronto soccorso aiutami tu!


Di passaggio a Roma, alla vigilia del mio rientro a Madrid, ho avuto dei dolori all’addome e mi sono recato al pronto soccorso più vicino, il San Camillo.

Recentemente si è parlato molto del nuovo pronto soccorso, all’avanguardia su tutto, e senza dubbio lo è se parliamo di macchinari e di professionalità, ma qualche perplessità sulla gestione delle emergenze e sul rispetto della dignità del paziente, probabilmente rimane.

Arrivato poco prima delle 7 di mattina, l’ingresso, un po’ nascosto e con indicazioni di scarsa chiarezza, era una porta semiaperta con due agenti di pubblica sicurezza sotto l’indicazione polizia. Perplesso, chiedo ai due, che confermano: quello è l’ingresso, aggiungendo che dovevo aspettare che arrivasse qualcuno. Fin lì nulla da obiettare, l’androne era pulito e ben tenuto, sembrava tutto nuovo e non c’era nessuno. Dopo pochi minuti arriva un infermiere addetto all’accettazione che mi porta in quello che sarebbe lo spazio adibito allo smistamento, che in italiano viene chiamato “triage”. Era uno spazio aperto che dava su un grande androne pieno di lettighe e di gente più o meno sofferente, e già al “triage” c’era gente che passava e, questo mi ha un po’ sorpreso, interrompendo l’infermiere che mi stava interrogando e preparando per la fase successiva. Disattenzione veniale, perché il lavoro comunque veniva fatto con serietà, ma privacy neanche un po’…  quindi ago in vena, prelievo del sangue e i soliti controlli che si conoscono, per poi portarmi in un androne adiacente che si apriva al mio fianco. In questo spazio, molto grande, mi mettono su una lettiga e dopo un po’ mi mettono al posto 19, con lettighe schierate come in un parcheggio a pettine con doppia fila, senza paraventi e senza intimità.

Da lì, in attesa della visita, osservavo la scena: gli infermieri che chiacchieravano di gusto, giovani, due di loro, forse in attesa di flirt, mimando un passo di danza, uno parlando del gatto che è più affettuoso delle donne che aveva conosciuto, poi il caffè, il cornetto, le risate che si sono fatti, e meno male, perché lavorando in condizioni disastrose e stressanti, essere di buon umore aiuta anche al povero paziente che non sa cosa gli aspetta. Insomma, il contrasto tra la vita che si esibisce nella sua bellezza e la stessa vita che, sui lettini, esibiva la sua scomoda fragilità, mi ha incuriosito e ha alleggerito l’attesa. Devo dire che gli infermieri del primo turno, allegri e gentili, nonostante il loro socializzare euforico, non erano disattenti.

Da parte mia, essendo appena entrato ed essendo di natura ottimista, non portavo disperazione o lamentele. Dolori sì, ma non lancinanti. E infatti, la cartella clinica riporta questo testo “il paziente è vigile e collaborativo”, mancava la parola “ottimista”, ma ci sta.

Dopo un po’ mi mandano a fare l’ecografia: appendicite acuta.

Torno nell’androne e in mezzo a quell’umanità rotta e confusa mi sentivo fortunato in quanto ero il meno dolorante e tra i meno anziani. Di lì a poco è passato il medico per le visite, e qui è crollato tutto: una anziana signora a fianco a me piangeva perché le dovevano mettere il pannolone, gli infermieri sono stati dolci con lei e l’hanno calmata, ma era a un metro da me e da altri e, pur voltandomi per pudore, inevitabilmente ho visto che l’hanno denudata e le hanno messo il pannolone, questo mentre la dottoressa di turno, gentile e paziente anche lei, mi chiedeva di abbassare i pantaloni per palpeggiarmi alla ricerca di ernie. Tutto in mondovisione.

Non è facile lavorare così, quando hai 25-30 pazienti ammassati in uno spazio aperto, senza tendoni o paraventi a proteggere le intimità. Nessun problema, intendiamoci, il personale medico e paramedico rassicurava, ma pudore e dignità erano andati al macero e sembrava di essere più in un ospedale da guerra che in un pronto soccorso di una delle più importanti metropoli europee.

Intanto arriva l’antibiotico endovena. Ottimo, penso, il mio caso, come diceva la dottoressa, non è gravissimo. Forse non è necessario l’intervento, forse sì, non so cosa decidere, vediamo l’effetto che fa e decidiamo. Però l’antibiotico finisce di fluire e già la stanchezza del personale del primo turno si manifesta nell’avermi lasciato il flacone attaccato.

Erano passate sei o sette ore e io non avevo notizie sul mio caso, forse neanche gli infermieri avevano idea di quello che sarebbe stato deciso. Arriva un portantino, e il mio lettino, con me sopra, viene spostato in un corridoio dove c’erano altri sei o sette pazienti in attesa di ricovero, e mi sono ritrovato con il flacone vuoto in mano, non più appeso all’asta, e anche per andare in bagno o semplicemente per muovermi un po’, dovevo portarlo con me… ammetto che ho fatto più volte segno, ma erano momenti concitati e le attenzioni del personale andavano più sulle urgenze che su di me, fino al terzo passaggio nell’androne, che comunque dovevo attraversare per andare in bagno.

Il corridoio era un rimbombare di voci, chiacchiere e risate di tecnici e operai che passavano di là, a questo disordinato chiasso di vita allegra si alternava il passaggio di lettighe e portantini volenterosi, con il malato ancora sotto anestesia o in condizioni spaventose, coperto da un camice da sala operatoria e tubi ed elettrodi a iosa, forse in fin di vita, forse in ripresa, impossibile saperlo. Risate e drammi come vagoni di treno, e un mio vicino solidale che dalla sua lettiga borbottava perché era lì da tre giorni senza potersi lavare e senza poter fare i propri bisogni tranquillamente perché, ahimè, in quel posto così fatiscente i bagni erano due o tre, tutti privi di ogni degno confort, chiusura a chiave compresa, e i 30-40 malcapitati che erano lì ne facevano uso alla bisogna. Tutto pulito, per carità, ma la trascuratezza era più che evidente.

Devo dirlo: senza contare i bagni riservati agli infermieri, il bagno del pronto soccorso era solo uno, con la porta che non si apriva perché deformata e non si chiudeva a chiave. Gli altri bagni: uno più distante con lo stesso problema di serratura, e un terzo che non ho visitato.

Un altro paziente passava di lì, contento perché si era lavato tutto il corpo con le salviette umide e si era cambiato mentre qualcuno piantonava la porta per evitare scomode intrusioni. Ora immaginate se uno deve fare i propri bisogni.

Secondo turno, infermieri sempre competenti e simpatici, dottoressa giovane, seconda visita. Sapevo solo che per essere operato dovevo stare digiuno e mi sono ben guardato dal prendere il pasto che mi avevano offerto. Intanto non mi muovevo di lì, sperando che prima o poi mi dicessero cosa sarebbe successo, ma l’indeterminatezza era ancora protagonista. O forse no, un’infermiera mi consiglia di operarmi e io non mi sentivo nelle condizioni di affrontare il viaggio, ma c’erano anche problemi pratici come i misteriosi tempi d’attesa, il volo di ritorno, il lavoro che mi aspettava e poi, non abitando a Roma, avevo anche problemi per farmi aiutare, che so, portarmi un cambio da casa, delle salviettine rinfrescanti, lo spazzolino da denti… cose basiche, ma la cosa peggiore era non sapere quanto ci sarebbe voluto per essere mandato a reparto e, successivamente, forse operato.

Il signore vicino a me insisteva sui problemi di igiene e aveva mille volte ragione, tre giorni in un corridoio senza lavarsi, sant’Iddio, e mi chiedevo: se anche per me fosse così? Tre giorni in un corridoio?

Terzo turno, infermieri professionali e capaci ma meno pazienti, un po’ troppo, direi anche irrispettosi, a una signora anziana: “signora, lei la deve smettere di lamentarsi” e a me “ma se non le hanno detto niente è perché non lo sappiamo” come a dire “stia buonino lei” e roba del genere… un signore chiede aiuto, nessuno fa nulla, lo dico al personale e mi rispondono “è un dissociato, fa sempre così, ormai lo conosciamo bene”. Povera gente.

Erano passate 14 ore senza bere e senza mangiare, senza risposte e senza chiarezza… solo l’antibiotico che, devo dire, un po’ di effetto lo stava facendo, quindi buon segno.

Ah, girando per l’androne (non per diletto, ma per necessità) più volte ho notato l’anziana signora con il pannolone: indosso aveva solo una camicia, gambe e pancia scoperte, nessun lenzuolo, solo il pannolone, nessuna pietà.

Beh, intanto mi sentivo meglio e, vista la situazione, ho preso una decisione, per alcuni avventata: firmo ed esco! L’infermiera sembrava scocciata, o forse le ho tolto un peso dopo le mie domande sul mio futuro (dopo 14 ore direi legittime). Avverte il medico, era uno che ispirava fiducia a prima vista, aveva una barba socratica e una chioma da nobile etrusco. Mi accompagnano da lui, un secondo spazio, più grande, pieno di attrezzature e di lettighe, forse quaranta, non li ho contati, erano le nove di sera: luce forte, gente che gridava o che piangeva, una signora legata, un’altra che non voleva saperne di rimanere sola… il medico mi accoglie controllando un impaziente nervosismo, era lo stesso del pronto soccorso, mio Dio, con tutta quella gente, come faceva? L’ho ammirato. Gli spiego la mia situazione e lui, comprensivo anche se esitante, avendo visto che l’antibiotico stava facendo un buon lavoro, mi ha porto la cartella clinica che ho firmato e finalmente sono uscito a respirare l’aria serale di Roma.

Lui è rimasto lì, a sfidare la propria pazienza in quel girone infernale, con i pazienti del pronto soccorso e quelli di quel secondo androne, quindi tra sessanta e settanta (non so se ce n’erano altri), tutti sulle sue spalle. Credo che sia un vero eroe. Io 14 ore di nulla, lui una vita tra disgrazie e dolore, in una struttura sanitaria deformata dal tempo, operatore di un sistema avaro di risorse con una ciclopica responsabilità sulle spalle obbligato a mantenere una olimpica calma. Un medico che merita un monumento in un sistema burocratico che affoga il suo lavoro. Un sistema sanitario ingolfato da politiche mediocri, tenuto in piedi da professionisti messi a dura prova.

Esco con questa riflessione: medici e infermieri lavorano in condizioni pazzesche e spesso usano l’umanità per compensare le carenze del sistema, ma l’umanità si consuma e fuori dagli ospedali ne rimane poca e, quando tocca ai politici farne uso, finite le scorte, non ce n’è più, e il cittadino non conta più nulla.

Un abbraccio ai medici e agli infermieri, un “vergognatevi” a coloro che non li mettono nelle condizioni di dare ai pazienti il riconoscimento della propria dignità.

A volte basta un lenzuolo, a volte un paravento, a volte delle salviettine igieniche, a volte semplicemente una risposta a chi chiede se ci vorranno ore, giorni o mesi…

Claudio Fiorentini

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