Velocità di fruizione, questa nuova e misteriosa patologia


Non molti anni fa, accedere alle informazioni era difficile e sapere di più su un tema specifico implicava studio e ricerca, approfondimenti su temi economici o scientifici richiedevano una certa dimestichezza con biblioteche o riviste specializzate e l’ignoranza era abbstanza diffusa. Ne eravamo consapevoli, forse per questo era difficile che un passante al bar si mettesse a discutere di astrofisica o di medicina (magari di calcio sì, ma questa è un’altra storia). Ci si affidava a chi “aveva studiato” e lo si rispettava. Ben ricordo, quando ero bambino, che tra i vicini a volte si vedeva un “ragioniere” e lo si ammirava perché “lui aveva studiato”. Quando a scuola convocavano mia madre per risolvere il mio caso disperato (non studiavo, fantasticavo e basta), la “maestra” era vista come un “dio” della scienza. Parlo degli anni sessanta, ma da allora la società è assai cambiata, il titolo di studio è diventato quasi la norma, l’analfabetismo è scomparso e l’accesso all’informazione è alla portata di tutti. Anche grazie alla rete.

Tuttavia non si può dire che l’ignoranza sia stata sconfitta. Verrebbe da chiedersi “perché?”.

Tra gli anni sessanta e l’oggi c’è, comunque, una zona cuscinetto: gli anni settanta e ottanta, periodo in cui la gioventù studiava e leggeva, partecipava a dibattiti, animava le serate delle città con esperimenti creativi, nacquero associazioni culturali, collettivi studenteschi, salotti letterari, laboratori eccetera. Non che prima non ci fossero, ma erano per pochi. Inoltre si è passati dal tempo in cui si doveva solo trovare un lavoro, una casa, una famiglia, pensare ai figli perché non dovevano essere ignoranti come i genitori, allo sfruttamento di questa libertà per trasformarla in fermento culturale. Insomma, essere parte del fermento culturale non era impossibile, la cultura si proponeva a tutti e passò da elitaria a democratica. Così fu, ma fino a un certo punto, perché qualcosa nel meccanismo si è inceppato e si è passati dal rispetto per la cultura, alla percezione del suo ingombro. La società è diventata consumistica, si è arrivati al dominio del “brand” su ogni altra cosa.

Il “brand”, appunto, un marchio specifico che riassume in un simbolo il senso della sua esistenza fino a diventare riflesso della persona. Ci si manifesta con un brand, non con una idea. Un atto semplice come vestirsi alla mattina è diventato un rituale di mascheratura. Ma non è di questo che intendo parlare e vi invito a tornare al bambino che allo studio preferisce il “fantasticare”. Cosa assai pericolosa, perché fantasticare ti porta a vivere mondi inesistenti, a immaginare storie, a desiderare altro senza mettersi all’opera per realizzare un sogno, a cercare il “miracolo” che d’improvviso ti trasforma nel principe azzurro, ricco e generoso, che ha solo lucidato la lampada di Aladino e il genio ha fatto tutto per lui.

Si tratta del desiderio di semplificazione, che non è mai morto.

Già, perché darsi da fare se arriva lui e con un gesto di magia ti risolve il problema? Supereroi, geni, fate turchine, santi, dei, eccetera, tutto si risolve con una preghiera o con una strofinata di lampada. Fantasticare, sperare nel miracolo, sognare, immaginare… insomma, dar vita a un mondo che non c’è.

Venendo ai giorni d’oggi, a seguito delle trasformazioni del post-industriale, viviamo un paradosso, che esemplifico riscrivendo il primo paragrafo, immaginando che siamo nel 2080. Vediamo come cambia.

“Non molti anni fa, accedere alle informazioni era assai facile, tutto a portata di click. Per saperne di più su un tema specifico bastava fare una ricerca in rete, e approfondimenti su temi economici o scientifici erano alla portata di tutti, bastava un semplice impegno di lettura senza bisogno di andare in biblioteca. Di più: i divulgatori semplicavano l’accesso a informazioni di difficile comprensione rendendole comprensibili, almeno per grandi linee, anche ai meno preparati. Eppure l’ignoranza era ancora diffusa. Lo dimostra il fatto che l’approfondimento non era pratica comune, ma era assai facile che anche gente impreparata si mettesse a discutere di astrofisica o di medicina. Questo perché ci si affidava a uno slogan in rete, e ci si riteneva espeerti del tema. L’arroganza dell’ignorante era onnipresente. Ben ricordo, quando ero bambino, che tra i vicini a volte si vedeva un “ricercatore scientifico”, uno sfigato che passava il tempo a studiare ma guadagnava una miseria, chi glielo ha fatto fare a quel poveraccio! E poi diceva tante di quelle fesserie smentite da mio cugino che aveva dimostrato il contrario con un video di due minuti che girava in rete. A me non piaceva studiare e quando a scuola convocavano mia madre per risolvere il mio caso disperato (ero sempre in chat), la “maestra” era vista come una che voleva interferire sulla mia educazione. Parlo dei primi trent’anni del millennio. Da allora la società è assai cambiata, la ricerca scientifica è in mano a qualche privato ricchissimo (loro si che hanno capito come funziona il mondo) e i giovani non perdono tempo a studiare, tanto è inutile, basta fare qualche transazione in rete e i “tokens” ti piovono in tasca.”

Insomma, l’ignoranza è sempre lì, a tenderci agguati. Vediamo di capire alcuni dei “perché?” che ci rovinano.

La rete è una cosa meravigliosa, lo è anche l’IA. Pericolose entrambe, ma più che lo strumento, direi che di pericoloso c’è qualcosa in noi. “Da bambino preferivo fantasticare e non studiavo.” Alzi la mano chi non ha fantasticato. Fantasticare è utile, fa viaggiare l’immaginazione, si libera il pensiero, si sogna ad occhi aperti… e se si è in un mondo fantastico ci si allontana dalla realtà. Ora, però, fantasticare significa anche averne il tempo, si tratta di tempo libero che, vuoi per disponibilità, per svogliatezza o per mancanza di alternative, si riempie con l’immaginazione. Anni fa i bambini fantasticavano perché non avevano altro da fare, avevano “tempo” a disposizione e lo riempivano con la parte più ingovernabile dell’essere: la fantasia. Ebbene, il tempo libero ai bambini è stato tolto! Un atto di tirannia, perché i bambini devono essere sempre occupati a fare qualcosa: palestra, cartoni animati, corso di yoga, jogging, videogiochi, TV, chat, reti sociali… mia figlia mi ha raccontato di una sua collega di università che passava fino a otto ore al giorno su TikTok… e fantasticare? Mai?

L’impegno dei giovani (ma non solo dei giovani) ormai è perpetuo, li vedi in autobus o in treno che non guardano mai fuori dal finestrino, in metropolitana perennemente chini su un pezzo di vetro, a casa davanti a PC, TV e smartphone, a volte tutti e tre insieme. Se non sono impegnati in quelle attività fanno sport, ma tutto deve essere programmato per compensare l’immobilità a cui ti obbliga il resto.

Il problema, però, non è il tempo che si passa davanti a schermi e display, ma l’uso che se ne fa. Fateci caso, sempre più veloce “scroll down” e “scroll up”, uno zapping continuo alla ricerca di misteriosi messaggi, un via vai di icone e parole e di bip che ti dicono che la risposta è arrivata, un correre sempre appresso a testi sommari, brevi, non argomentati.

Le vitime sono la pazienza, l’immaginazione, il ragionamento… la velocità di fruizione, cari miei, quella è la vera nemica della capacità di concentrazione e, quindi, di approfondimento. Con questo si può dire che l’ignoranza è coltivata dalla degenerazione dell’uso della rete e, allo stesso tempo, che il “muscolo” più allenato nella storia dell’evoluzione dell’uomo, il cervello, non si allena più se non per la velocità a cui lo si obbliga, impedendogli di lavorare lentamente, cioè, di assorbire la conoscenza, sviluppare la competenza ed elaborare uno straccio di pensiero critico. Polemico sì, critico mai.

Intendiamoci, il cervello non è un muscolo, ma la metafora dell’allenamento è necessaria per quello che intendo dire: se la mancanza di approfondimento ieri era dovuta alla difficoltà di reperimento delle informazioni, che tuttavia si ottenevano se lo si desiderava, oggi lo è per la mancanza di quel desiderio e, soprattutto, di “tempo”. Non che non si abbia “tempo” per approfondire, ma si preferisce usarlo per scandagliare, con l’ausilio di strumenti ipnotici come le reti sociali, la superficie vetrata del telefonino.

In poche parole, la velocità di fruizione ha rimpiazzato la capacità di analisi, ha polarizzato la curiosità, ha sostituito il pensiero.

Come liberarcene non so, ma se preferiamo lo “slogan” gridato (o postato in rete) al ragionamento, riduciamo l’umanità a “massa” modellabile, incapace di formulare un pensiero critico.”

E questo non lo dobbiamo permettere!

Claudio Fiorentini

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