La musica e i codici comportamentali


 

La musica, oggi, essendo diventata molto più visiva, insegna codici comportamentali a compartimenti stagni. Per capirlo basta vedere come si muovono i musicisti sul palco: nel rock che si dice cattivo dove si deve esporre una certa aggressività, vediamo il frontman (si dice così, ma potrebbe essere anche una frontwoman) aggredire la scena spesso con gestualità testosteronica; nella musica neomelodica l’interprete è sempre in posa sofferente, ha sete di vendetta come se scimmiottasse il melodramma; nel folk o nel genere cantautorale si trovano gli interpreti che non si curano dell’apparenza e rappresentano una forma di esistenzialismo quasi poetico; nel soul hai momenti di protagonismo brevi, le grida e i vocalizzi si alternano a sottolineature degli strumenti; nel jazz ci si mette da parte, anche il solista tende a scomparire lasciando il primo piano al suo fraseggio; nella musica classica l’orchestra è un insieme sinfonico, da syn-phoné, un suono collettivo dove non esiste protagonismo, a parte qualche rara puntata solistica.

Cosa trasmettono queste espressioni? Trasmettono la vita e la sua rappresentazione fino a diventare, alcuni di questi generi, una sorta di opera d’arte visiva che incasella e classifica, una espressione corporea e gestuale che definisce un codice comportamentale più che musicale. Non tutti i generi sono così, per fortuna, perché ce ne sono alcuni che trascendono le mode.

Ora andiamo un po’ più in profondità:

Nel rock di oggi si ha l’impressione che il solista debba dimostrare qualcosa, sembra che più che la musica conti la recitazione di un ruolo preciso. Lo si vede anche nel rap o nel hip hop o nel glam rock, dove il vestito conta moltissimo e l’interprete diventa quasi un modello di standardizzazione. Stranamente, sia il rock che il rap, sono generi musicali che derivano da una disagio, da una manifestazione di rabbia repressa che trasuda il mito dell’apparenza e il pubblico è invitato a emulare certi atteggiamenti.

Nella musica “melodica” o “neo-melodica” l’interprete è protagonista e, quasi come nel melodramma, diventa espressione di un tormento interiore, quasi sempre di origine amoroso. Vigono frustrazione, desiderio di vendetta, sofferenza e menate simili e il pubblico, qui, esaspera la passione, e soffre.

Nel folk (o nel genere cantautorale) non hai un insieme strumentale, quasi sempre bastano voce e chitarra, si può essere vagabondi o avere una vita bohemienne, lì i musicisti fuggono dalle apparenze, non si impogono con l’aspetto o l’abbigliamento, ma con la loro ricerca di contenuto, spesso senza competenze musicali, che oscilla tra canzone e poesia. Il loro è un modello intimista e riflessivo e ’influenza sul pubblico è più meditativa.

Nel jazz hai formazioni musicali diverse, dalla big band al solista, ma sempre una base armonica e ritmica da dove partono improvvisazioni, variazioni, trilli euforici o indagini meditative, quindi il musicista non sovrasta la musica, ma la veicola. Così è anche il suo comportamento sul palco che, a parte alcuni casi, non impone modelli. Nel jazz l’ego non si traveste, la musica è un fluido libero e il pubblico non cerca un modello comportamentale, semmai si lascia andare alla gioia effimera di un fraseggio libero senza rabbia, violenza o emozioni transitorie.

Nella musica classica, per semplicità limitiamoci alla  musica sinfonica, il risultato espressivo è un insieme, non esiste protagonismo negli esecutori, prevale solo il risultato della somma di suoni e di espressioni, il singolo è immerso in una dinamica armonica. Nella musica sinfonica si è consapevoli di quello che può provocare un battito di ali di una farfalla e si rispetta ogni singola nota.

Vediamo ora il pubblico: in un concerto rock, punk o rap si affanna a scaricare la propria aggressività, urla, si sbatacchia ben bene, entra in un linguaggio energico e spinoso che poi fa suo e si porta a casa. Insomma, interiorizza il senso di rivalsa che col tempo diventa un “adesso ti faccio vedere io”; l’esistenzialismo cantautorale (sarebbe il folk per gli anglosassoni) esprime una moda nell’opporsi a una moda, e il pubblico esibisce la faccia da intellettuale non allineato; l’autolesionismo nella musica melodica, dove prevale un delirio di sofferenza individuale, insomma, “vedi come soffro” salvo poi chiedere vendetta; nel jazz si ha un’espressione neutra perché non è il musicista a prevalere, semmai è il suono; nel soul l’interprete plasma suoni ruvidi che si incastrano in altri suoni ruvidi, il soul è ruvido, ruspante, ma vero e profondo (del resto soul significa “anima”); e finalmente arriviamo alla musica sinfonica dove l’individuo scompare e la delega ce l’ha il suono d’insieme, l’immagine del musicista non prevale sulla musica.

Da qualche decennio, ormai, il pubblico non si identifica solo nella musica, si identifica anche nella modalità espressiva, diventando così una “massa” informe che si trascina dietro, una volta finito il concerto, la stessa modalità comportamentale espressa sul palco e l’identità tra genere musicale e “fan” del genere è un moto continuo in cui le libertà individuali si plasmano nei comportamenti. E si modellano ad uso e consumo di un sistema che ci supera.

Ora, partendo da questi generi musicali (ce ne sono molti, ma questi esempi bastano) facciamo una riflessione su quale sia il livello di libertà dell’individuo.

Le scelte di ascolto non sempre sono libere, spesso sono riflesso di una semplice esigenza interiore o di una condizione sociale. È assai probabile che la maggior parte di quelli che vivono in condizioni disagiate si rivolgano a un genere che rappresenta “ribellione” e questo esprime nel codice comunicativo dell’epoca e dello stile di vita. È altrettanto probabile che chi vive in condizioni di privilegio e ha la possibilità di studiare potrà accedere a musica più colta. Tuttavia c’è un parametro da considerare: l’accesso alle informazioni che con gli anni cambia e che oggi ci consente di scegliere, di ripartire i contenuti prima di accedervi, di incasellare per poi prendere ciò che ci consente di continuare a contruire il nostro privato “standard” (che poi privato non è).

Pensiamo alla radio e a come è cambiata: se negli anni sessanta le trasmissioni erano poche e i canali ancora meno, si accedeva a una varietà di generi musicali assai ampia. Ben ricordo che da bambino alla radio asoltavo sia Beethoven che Celentano. Poi sono arrivate le radio private che hanno suddiviso gli ascoltatori per generi: a te piace il rock e ascolti solo radio rock, ti piace la musica melodica e ti sintonizzi sul canale che fa solo musica melodica e via dicendo. Insomma il pubblico ha scelto di ascoltare solo quello che corrisponde al suo codice comunicativo o comportamentale. Ora, con le reti, è anche peggio, perché se alla radio qualche volta ti capita di sentire quello che non conosci, in rete scegli la tua play list e ascolti solo quello che già sai ed entri in un rassicurante generatore di letargia mentale.

L’deale sarebbe ascoltare di tutto, ma non è così.

Torniamo al codice comportamentale, ormai monotematico perché incasellato in una castrante playlist. Il fruitore recinta la sua zona di comfort, si rinchiude in una scatola, simpatizza solo con ciò che già sa. Nessuna curiosità che possa scavare un varco, nessuna deviazione verso il “diverso” e l’individuo diventa facilmente classificabile… a beneficio di chi?

Già partendo dagli anni sessanta è diventato facile capire che musica ascolta chi passa per strada. Ricordate i capelloni alla moda, gli hippies e i rockettari? Beh, poi sono arrivati i paninari e i punk, facilmente riconoscibili e, molto probabilmente, identificabili in un codice fatto di principi e comportamenti. Scatole chiuse. Non sempre, ma spesso chiuse. E il gioco è fatto: ad ogni stile di vita, rappresentato dal comportamento, corrisponde un modello consumista.

Ne fa le spese la cultura che, comunque, si riscatta se torniamo all’esempio della musica sinfonica, quella dove il protagonismo è messo da parte per dar luogo a un risultato d’insieme.

Immaginate un mondo dove, invece di ragionare per compartimenti stagni, si è consapevoli di far parte di un tutto, dove il suono del nostro strumento influisce sul risultato d’insieme: un errore nel tempo, una stecca, una distrazione per una mosca che si appoggia sul nostro naso, tutto può rovinare la sinfonia.

Ecco, la musica sinfonica è esempio di responsabilità e di ascolto degli altri, perché senza gli altri la musica non viene fuori.

E non credete che ascoltare più musica classica, o anche il jazz, possa aiutare ad aprire la mente? Io credo che dovremmo far ascoltare musica classica ai nostri figli o nipoti, anche se di sottofondo, anche solo qualche frammento… e poi parlarne con loro… non scompariranno i compartimenti stagni, ma un piccolo seme sarà piantato lì, nel futuro dell’umanità, per cercare di essere meno solisti e più sinfonici.

Claudio Fiorentini

Lascia un commento