Calvino e il nuovo immaginario


La produzione letteraria contemporanea italiana, salvo rare eccezioni ed escludendo da questa analisi il romanzo storico che ha il suo spazio, ha un grande difetto: è succube delle tendenze imposte dal mercato.

In altre occasioni ho parlato di queste tendenze e di come l’autore dovrebbe difendersi da certe imposizioni, palesi o subdole che siano. Ora, però, parliamo di come vengono imposte. Per farlo iniziamo con una riflessione su uno dei pilastri della letteratura: Italo Calvino.

Immaginate un giovane che a un certo punto, scontento della realtà, si arrampica sugli alberi e non scende più. Col tempo anche il suo corpo si deforma diventando scimmiesco, ma la sua mente acuta è sempre più poderosa e sempre più ribelle. Oppure immaginate un’armatura vuota che si muove e che parla come qualsiasi persona, nobile d’animo e, per molte donne, anche affascinante. Ma è inarrivabile. Con lui si muove lo scudiero, sregolato e pasticcione. I due insieme sono l’inesistente, cioè la purezza e l’onestà, e l’esistente, cioè la vita, pavida e, scusate il gioco di parole, avida. Tanti altri personaggi sono usciti dalla penna di Calvino, ma oltre a farli vivere, rappresentando le nostre nefandezze e le nostre glorie, gli ha dato il dono del ragionamento. Non del pensiero didascalico, ma della trama del pensiero, quello che non sempre si legge e spesso si intuisce, registrando, nella mente del lettore, la sua traccia. In piena maturità, Calvino scrisse un compendio di incipit, uno più bello dell’altro. Forse impigrito, o demotivato dalla pochezza umana, invece di sviluppare un romanzo per ogni incipit ha inventato una storia dove un lettore compra un libro e scopre che non corrisponde a quello che indicava la copertina, va dal libraio e lo cambia, di nuovo non corrisponde, e così fino alla conclusione che suggerisce il nostro famelico piluccare qui e là senza mai andare al fondo delle cose, un elegante “j’accuse” al genere umano, scritto con la maestria che solo un gigante come lui poteva proporre.

Ebbene, dubito che, oggi, opere di pura invenzione, come lo sono le sue, trovino uno spazio se non tra coraggiosi, ma ininfluenti, editori indipendenti.

Il genere di Calvino è la letteratura fantastica, da non confondere con il fantasy, ed è splendidamente tracciata nella trilogia “I nostri antenati”, poi evoluta in metaletteratura con il suo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Altre opere meriterebbero di essere citate, ma per lo scopo della nostra riflessione basta così.

Ciò che caratterizza le opere dei grandi scrittori è qualcosa che si va via via rarefacendo, rendendo il mercato assai sterile di creatività, si tratta dell’invenzione letteraria. Invenzione che non è necessariamente relegata al personaggio, ma è anche nella redazione, nello sviluppo del linguaggio, della storia, nella capacità di far intrecciare gli eventi, rendendoli credibili, pur essendo del tutto fantastici.

Troppi sono i romanzi che ricalcano vicende a noi note, per l’autore sono arida riscrittura dell’esistente, per il pubblico opere assai più rassicuranti di un volo dell’immaginazione e per il mercato fonte di reddito sicura. Non sono tutte opere da scartare, fortunatamente si trova l’eccellenza anche lì, ma sono troppe le opere mediocri e a volte vengono anche premiate.

Ma non sto qui a fare un quadro del sistema editoriale, che già ho trattato in altri articoli, semmai per chiedere: perché questa gabbia? Perché il “nuovo immaginario” appare così povero di idee? Tentiamo di capirlo.

Negli anni settanta del secolo scorso, in Italia, un elettrodomestico idiota ha preso il controllo del tempo libero proponendo programmi di facile presa che da allora impongono “modelli”, come il buono e il cattivo, il giustiziere frustrato e la cattiveria del mondo, il poliziotto con la gastrite e la donna in carriera (tacco 12 e gonna stretta… e menate varie) riducendo la fruizione a tifo da stadio (si tifa per il buono, ovviamente). Iniziarono a proporre anche modelli di bellezza e di posizionamento sociale nelle interruzioni dell’immancabile pubblicità (non più Carosello con Ave Ninchi o Franco e Ciccio, cogliete la differenza?). Sempre in quegli anni la musica, dopo la rivoluzione straordinaria iniziata con i tre accordi del rock and roll e poi arrivata all’apoteosi del prog, si è andata via via spogliando di invenzione per ridursi a ri tmi ossessivi privi di armonie o di melodie nuove. Fu allora che iniziarono a prendere il controllo dei nostri sogni il capo firmato, gli occhiali alla moda, la palestra eccetera… tutta roba strumentale alla nuova “movida” serale che, da incontro con gli amici, è diventata una specie di sfrenato rito sciamanico che di sciamanico non ha nulla, dove si esibiscono i dovuti “gadget” come in una passerella e si beve il drink alla moda.

Con questo non intendo di certo dire “era meglio prima”, semmai intendo enfatizzare il “controllo” preso dal sistema su di noi.

Ed ecco che anche la letteratura, la poesia, la musica e le arti visive, che dovrebbero essere veicoli del “nuovo immaginario”, da fonte di pensiero si sono adeguate, o meglio, sono state, volutamente e colpevolmente, impoverite di contenuti perché al sistema fa comodo così. Un popolo che non è abituato a pensare è facile da controllare e la dittatura del tempo libero non ha bisogno di intrusi come l’immaginazione, la fantasia o il “pensiero forte”.

Ma attenzione a non dare la colpa solo al sistema perché anche gli autori sono colpevoli: non si rendono conto che cadono nel tranello dell’autocelebrazione e perdono la bussola dell’invenzione. Questo è un altro fenomeno, nemico di qualità e creatività, che occupa gli autori in attività strumentali al sistema. Verrebbe da chiedere a chi conosce i cataloghi degli editori, tra le migliaia di titoli pubblicati, quanti sono romanzi con impianto simile a una serie Netflix o a un filmetto americano? Vi assicuro che sono tantissimi e, se la letteratura si riduce a prodotto commerciale e non è più un gesto artistico, capiamo anche il perché. Anche per la poesia si sta attraversando una fase drammatica, si pubbliano opere acerbe, si promuovono letture (scusate l’errore, in italiano si chiamano “reading”) che accontentano l’ego, non si fanno più laboratori o esperimenti degni di questo nome e pullulano eventi e concorsi che ricalcano i fatti del giorno di cui i giornalisti già hanno scritto. In entrambi i casi l’autore ha il contentino, pensa di essere scrittore o poeta quando non ha fatto altro che imitare o, peggio, sciacallare. Lo stesso vale per le arti visive.

L’invenzione è altro.

Agli scrittori e ai poeti va raccomandato di confrontarsi con i grandi prima di dare alle stampe il proprio libro. Una volta stampato, questo confronto lo farà il lettore attento e, se l’opera è acerba, l’operazione editoriale sarà, dal punto di vista letterario e culturale, fallimentare.

Ad agenti ed editori, invece, va ricordato che la missione, che sembra abbiano tradito, è quella di scovare talenti e proporli al pubblico, a volte rischiando.

Ma se l’editore ha l’attenuante di essere un imprenditore che deve pensare al fatturato, l’autore non ha attenuanti, è un appassionato e deve dimostrare di esserlo aldilà del contentino che ricava dalla pubblicazione del suo lavoro. Chi si cimenta in arti creative, chi si confronta alla carta bianca, prima di ogni altro, ha la responsabilità della sua opera e l’obbligo di proporre ciò che non è stato ancora proposto, in una o in altra forma. E a meno di essere un genio, per farlo deve leggere, studiare e vagare nello spazio interiore, uscire dalla strada tracciata dai mass media, dalla rete o dalla cronaca, superare il quotidiano proponendo novità, ispirarsi al soffio che ci anima (altro gioco di parole: ispirazione e soffio, simboli che meritano attenzione). In altre parole, l’arte deve recuperare dignità e tornare ad essere sperimentazione, ricerca interiore, ribellione… e deve smettere di essere ripetizione.

Solo così l’artista tornerà ad essere un rivoluzionario.

Claudio Fiorentini

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