Farfallone o sciamano?

Ludwig van Beethoven

Partiamo da un principio: l’artista è un uomo come un altro ma con la differenza che per lui l’intuizione creativa è prioritaria. E cos’è l’intuizione creativa? Aldilà di fare ricorso alle definizioni della parola “arte”, dovremmo tentare di capire le dinamiche che spingono un individuo a “fare” qualcosa che prima non c’era, cioè, a manifestare una sua visione o interpretazione della realtà, quella che probabilmente è nascosta in ciascuno di noi, attraverso strumenti e tecniche scelte a proprio piacimento.

Però, dovremmo anche dire che non sempre l’artista è tale. 

Nel titolo ho usato la parola “farfallone”, cioè un essere che vola disordinatamente un po’ qui e un po’ là, questo volo può essere riflesso di una tendenza o di una moda, un volo d’apparenza che caratterizza la parte umanamente visibile. Questi individui sono spesso identificati come artisti perché così vuole l’apparenza ma l’artista, sebbene possa a volte apparire eccentrico, il più delle volte è anonimo e invisibile e, soprattutto, ha una vita segreta disegnata dall’istante creativo in cui si trasforma e scava nel proprio essere, il più delle volte alla ricerca del genio che ha in sé. Insomma la sua ricerca è quasi una ierofania.

Usa il talento alla ricerca della voce del genio, cioè, di ciò che porta a superare le aspettative e che consente di andare oltre la norma. In altre parole, ciò che manifesta qualcosa di nuovo.

Al giorno d’oggi è facile chiamarsi artisti, basta scrivere qualche verso, imbrattare una tela o suonare quattro accordi basici, ma l’arte non viene fuori dalla ricerca di protagonismo o dalla voglia di parlare dei fatti del giorno, l’arte è prodotto di intuizione del profondo e si sviluppa nello scavo interiore.

Pensiamo a Beethoven: cosa aveva dentro di così grande per arrivarre a scrivere quella musica definendo nuovi canoni e nuovi territori compositivi? Tutto ciò che faceva era nuovo, non entrava in un filone o in una moda. Pensando al “genio” creativo di Beethoven mi vengono i brividi quando sento che alcuni cantanti contemporanei vengono definiti artisti se non addirittura geni (lo so, il paragone è ingeneroso, ma ogni artista dovrebbe farlo senza pietà per il proprio ego, che poi è il vero suo nemico).

Per questo motivo vorrei mettere un po’ di ordine.

Una manifestazione artistica, che sia poesia, pittura, danza o altro, nasce da una pulsione interiore. Questa, per sua natura, rimane avvolta nel mistero. Se mancasse il mistero non parleremmo di arte. Più semplicemente, la nostra capacità di razionalizzare sarebbe troppo forte e ci impedirebbe di andare oltre. 

E il mistero, cos’è? Anzi: quale reazione si ha quando si esplora il mistero?

Un amico una volta mi disse qualcosa come: “Immagina che corri veloce e che all’improvviso davanti a te si apre il baratro e ti fermi giusto in tempo: sei lì sull’orlo dell’abisso, vedi il vuoto e hai il fiatone…  ecco, è quella sensazione che ti deve dare la poesia”.

 E aveva ragione!

L’artista, nell’atto creativo, in qualche modo traccia uno scavo nel proprio essere, esplora l’inesplorato, disubbidisce a forme e ragionamenti consolidati preferendo l’ignoto. L’ artista penetra nel profondo per ascoltare la voce che lo anima anche se sa che il mistero continuerà ad essere mistero e arrivare al fondo dell’anima è impossibile, perché l’anima è un abisso che non ha fondo ed esplorarlo è un gesto folle. 

E i farfalloni? 

Molte volte ho sentito dire “l’arte dà emozioni”. Non è vero. Le emozioni sono l’impoverimento della percezione artistica, sono un meccanismo di difesa, si attivano a seguito di stimoli esterni. L’ho scritto in altri articoli, citando come esempio la paura. In poche parole: vedi un leone che ti viene incontro, hai paura e scappi. La paura ti ha salvato la vita. La sopravvivenza dell’essere umano dipende in gran parte dalle emozioni. Ma nell’arte sono la difesa che si attua diventando uno schermo protettivo e che, se l’opera ha un portato profondo, quando si percepisce il pericolo di cadere nell’abisso, ci proteggono facendo da schermo. 

Alla fine dalla corsa sfrenata si provano emozioni? Certo: paura, sconcerto, stupore e chissà cos’altro. Ma queste non sono l’abisso, sono la conseguenza. Se l’arte esplora l’abisso, le emozioni ci salvano dalla caduta. O dalla follia. 

Non è una battuta.

Quanti artisti, andando oltre senza un freno, sono diventati matti? Se ne possono citare molti, ma senza fare elenchi interminabili, torniamo al nostro amato Beethoven. Lui viveva il suo mondo interiore, lo armonizzava e tentava di farlo uscire. È stato un folle? Certo, comporre musica e fare una rivoluzione culturale nel suo campo non è stato come un esercizio che si fa in palestra o nella varie scuole di meditazione, e non è stato neanche grazie a un life coach  o ai consigli di qualche  influencer che è arrivato al momento creativo: ci è arrivato esplorando l’abisso! E l’abisso non ha fondo!

Quindi scartiamo le emozioni e cerchiamo l’abisso. Ma come orientarsi? Faccio un esempio: se succede un fatto grave, vediamo che molti “artisti” si accodano scrivendo “poesie”, canzoni o dipingendo qualcosa. Sono artisti che seguono l’emozione del momento. Non dico che tale gesto sia da condannare, ma il senso dell’arte non è inscatolato nella ripetizione di quello che già scrivono i giornalisti. A meno che il talento superi l’emozione del momento. 

Ma allora, l’atto creativo è un percorso iniziatico?

Sì. Se è creativo e affronta l’abisso lo è a tutti gli effetti. 

Del resto l’abisso è il mistero che portiamo dentro e che si rivela alla fine di quella corsa sfrenata di cui parlava l’amico, e non è inappropriato dire che l’eplorazione – ma anche solo la percezione – di quell’abisso, è un’esperienza mistica. 

E il fruitore dell’opera?

Il dialogo con un’opera d’arte è pieno di emozioni, ma anche lì occorre fare la differenza: se mi emoziono sentendo la canzone che andava di moda quando ero bambino, non è la canzone che mi emoziona, ma il ricordo. Se quella stessa canzone, invece, è frutto di un processo creativo artistico, beh, allora la canzone va oltre e rimane anche nel tempo, ma occorre liberarla dai ricordi personali e apprezzarla per quello che è. Quindi partiamo dall’idea che l’artista, se fa arte, non trasmette emozioni, anzi, le rifugge per poi tingere la sua opera con le voci che sente dentro. E queste sono l’eco di un archetipo! 

Fare arte è andare oltre la cappa protettiva forgiata nelle emozioni, è cancellare il loro effetto e affrontare l’abisso. Godere dell’arte è riuscire a percepire, anche solo per un attimo, quel richiamo profondo verso l’abisso e uscirne trasformati. Se l’artista è come un giardiniere che vede i suoi fiori sbocciare e l’opera d’arte è come un fiore che non fa altro che manifestarsi, godere di quella manifestazione senza porvi resistenza è un doveroso atto di umiltà che ci fa crescere. 

L’atto creativo è nel cercare il seme, nell’esplorare l’abisso, nell’affacciarsi sul precipizio e riproporre lo stesso percorso. Per questo si può dire che l’artista percorre la via del mistero, e quando lo fa vive la sua trance. 

Il farfallone, invece, si fa cullare dalle onde.

Claudio Fiorentini