Allenamento o atrofizzazione

Alcuni anni fa, in un negozio, ho comprato due articoli, uno costava 100 euro e l’altro 10 euro. Una somma direi abbastanza facile, 100 + 10, potete farla a mente, no? 

Fui sorpreso dalla commessa che, davanti alla cassa, prese una calcolatrice per fare il calcolo. 

Probabilmente è un caso estremo, ma assai indicativo della pigrizia mentale che ci assale e che, essendo assistita da strumenti che fanno il lavoro per noi, domina i nostri atti quotidiani. 

Non è difficile verificare quanto ci affidiamo alle macchine pensanti; basti pensare agli automatismi che ci semplificano la vita o a sistemi che pensano per noi: il GPS, il frigorifero che fa la lista della spesa, il computer di bordo che ci dice tutto (dai consumi alle scadenze per la manutenzione), l’agenda elettronica, il correttore ortografico eccetera; tutta roba utile divenuta, col tempo, quasi indispensabile. Tutta roba che libera la mente da quei noiosi esercizi di calcolo, di studio e di memoria che solo pochi anni fa erano il nostro pane quotidiano. 

Il caso della commessa che non faceva a mente la semplice somma è emblematico. Anzi, è un simbolo che ben rappresenta il rischio cui andiamo incontro: ci disabituiamo a pensare.

L’altra sera, parlando con una amica, è venuto fuori il tema dell’intelligenza artificiale che, se presa come strumento di lavoro (una calcolatrice molto evoluta), è la panacea per semplificare e velocizzare esercizi di raccolta e analisi matematica e statistica dei dati o se presa per suggerimenti redazionali, o anche come strumento di supporto alla ricerca scientifica. In certi quei casi non appare come il mostro di cui si parla. Semplificazione e velocizzazione, e fin lì nessun problema. 

La riflessione di questa mia amica, però, mi ha fatto pensare a quanto l’avvento dell’IA sia simile all’avvento della calcolatrice. Infatti, così come la commessa aveva lasciato la matematica di prima elementare nel più remoto dei ricordi, con i nuovi strumenti molte altre delle nostre attività mentali rischiano di fare la stessa fine. Le sue argomentazioni riguardavano l’esperienza diretta fatta con chatGPT, strumento che lei ha utilizzato spesso per scrivere delle email di stampo commerciale. Ebbene, un giorno ha deciso di rinunciare al supporto dello strumento elettronico e ha rilevato che scrivere le stesse cose, che prima scriveva senza difficoltà, le risultava difficile,e ci ha messo un bel po’ per ritrovare la stessa agilità mentale che aveva prima di delegare all’IA la redazione delle sue comunicazioni. 

La sua esperienza è stata come smettere di andare in palestra e ritornarci dopo due o tre anni: aveva perso flessibilità e tonicità muscolare, solo che qui parliamo di un muscolo assai particolare: il cervello. 

Il problema degli strumenti che usiamo quotidianamente per semplificare la nostra vita non è negli strumenti in sé, ma nell’uso che se ne fa e, lo vediamo nella premessa di questo articolo, nella delega.

Se nel management la delega è necessaria per far funzionare le organizzazioni come un insieme di menti e di braccia che hanno un obiettivo comune, nel quotidiano la delega ci disabitua a fare le piccole cose che ci rendono speciali. 

Intendiamoci, gli strumenti che usiamo sono di grande utilità, ma se si eccede nell’utilizzo si rischia di perdere la più banale capacità di pensiero, cioè, di quello che è utile per fare somme, per scrivere un documento o per, appunto, pensare. 

Liberare la mente da attività tediose e ripetitive non è del tutto negativo, lo spazio che si libera può essere usato per fare altro e, se quell’altro ci consente di sviluppare altre capacità, ben venga questa delega, del resto questa è l’evoluzione. Ma pensateci bene: se avendo smesso di fare attività fisica (siamo sedentari, diciamolo chiaramente) il tempo libero lo usiamo per andare in palestra, liberare la mente dalle attività che ha sempre fatto crea un vuoto che troppo spesso, oggi, non viene riempito con la lettura di un libro o l’ascolto di una sinfonia, ma con  frenetiche attività di intrattenimento che, ahimè, consolidano la disabitudine a pensare. Un esempio di questo disimpegno mentale è stata la TV, poi sono arrivate le reti sociali,  ora si aprono gli orizzonti delle applicazioni dell’IA. Se di tutto questo si facesse buon uso la questione non si porrebbe e forse il cervello continuerebbe ad essere allenato, ma siamo realisti: non è sempre così.

Iil pericolo dell’IA non è tanto nello strumento quanto nell’uomo. La tecnologia è qualcosa di magnifico, lo vediamo nella rete che dà accesso a informazioni di ogni sorta ed è democratica e imparziale. Però se arriva, per esempio, Facebook o il suo equivalente, con le sue illusioni e le sue fandonie e l’utente si limita a farsi selfie in giro per il mondo credendo di essere un comunicatore quando in realtà è solo uno dei tanti che vuole mostrarsi al mondo, siamo fritti. O meglio, siamo in balia di chi il sistema lo pensa e lo programma per trarne profitto.

Questa nostra debolezza, che forse è la stessa che ci fa usare la calcolatrice per somme assai semplici, è il vero pericolo cui andiamo incontro: il cervello non si allena e perde capacità mentre il sistema ci sostituisce con strumenti di alta tecnologia.  Certo, per operazioni ripetitive e relativamente semplici il sistema ci aiuta, ma quando ci dobbiamo mettere inventiva, creatività e immaginazione, beh, allora non c’è competizione. Almeno non ancora. 

E nel futuro?

Immaginiamo ora che l’IA sia l’equivalente della calcolatrice. Il paragone non è peregrino. Pensiamo a quello che ha detto la mia amica e che ho riportato nella premessa, cioè, che il punto focale di questo ragionamento è che ci disabituiamo a pensare. 

Delegando ci semplifichiamo la vita ma rinunciamo all’uso di una parte fondamentale dalla nostra individualità e del nostro essere, e il muscolo che non usiamo si atrofizza. Se le nostre attività sono svolte da strumenti elettronici e informatici, allora il nostro cervello si mette a riposo e per rimetterlo in funzione occorrerà riallenarlo. Già, perché quando dovremo riutilizzarlo risulterà lento, pigro, scostante e poco propenso a lavorare. 

Occorrerà inventarsi una paletra per non perdere la capacità di utilizzarlo? 

Forse. Però, pensiamoci: se una buona parte di noi tutti è ben contenta di allenarsi in palestra, non è detto che vi sia altrettanta buona parte di noi che ne sia contenta. Ora immaginate che il muscolo da allenare sia il cervello. Cosa credete che succederà? Alla fine sarà facile, per un sistema simile a quello che ha previsto Orwell (per certi versi non tanto lontano dalla realtà), ridurre l’umanità a una massa modellabile come il Pongo.

In conclusione, se  l’IA è una meraviglia, l’essere umano lo è un po’ meno. E questo è il vero problema.

Claudio Fiorentini