Negli ultimi anni le pratiche della comunicazione hanno avuto come influenzatori leader che, invece di puntare al dialogo, hanno sfruttato una dinamica che sta trasformando le nostre democrazie in strutture “memecratiche”. Ma prima di cominciare la nostra analisi chiediamo aiuto alla Treccani: “«meme»- Singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro o da uno strumento di comunicazione ed espressione a un altro (giornale, libro, pellicola cinematografica, sito internet, ecc.)”. Su quanto questi “meme” siano influenti in rete, sempre la Treccani, aggiunge: “I «meme» digitali sono contenuti virali in grado di monopolizzare l’attenzione degli utenti sul web. Un video, un disegno, una foto diventa «meme» (termine coniato nel 1976 dal biologo Richard Dawkins ne Il gene egoista per indicare un’entità di informazione replicabile) quando la sua «replicabilità», che dipende dalla capacità di suscitare un’emozione, è massima.”
Il termine “meme” viene dal greco “mimema”, che significa “imitazione”, e indica un’idea o un’immagine, ormai quasi sempre dal tono derisorio, rappresenta l’estrema semplificazione del pensiero e, al diffondersi in modo virale, nella sua immediatezza, cioè, nella sua mancanza di mediazione (o di dialogo), comunica senso di appartenenza e si sosituisce al pensiero articolato, facendo opposizione a qualsiasi tipo di argomentazione che lo smentisca.
Da lì passiamo al termine “memecrazia” (utilizzato per la prima volta da Wolfgang Ullrich), che descrive un sistema in cui il potere utilizza un linguaggio in codice che, tramite la viralità, esercita il controllo dell’attenzione. E del pensiero.
Ma il “meme” non è solo un’icona o tre parole prese da un discorso più ampio, è anche un estratto di un video, una citazione decontestualizzata e, quindi, privata del necessario approfondimento, una foto presa a tradimento, un gesto, un insulto… anzi, funziona meglio, la storia recente lo insegna, se al creare senso di comunità da una parte, l’altra parte diventa oggetto di derisione.
Non è cosa nuova, ricordo quando da bambino correva voce che “i comunisti mangiavano i bambini” (c’era chi ci credeva) e in anni più recenti una schiera di politici urlatori hanno trasformato il dibattito in grideria di slogan raramente sostenuta da necessari approfondimenti, ma che insieme al senso di appartenenza portava divisione, stigmatizzava le negatività altrui e distraeva dalle porcate fatte dal portatore del “meme”.
Ma cos’è il “meme” se non un simbolo?
Ebbene, non è un simbolo. Per chiarire occorre fare una distinzione, e ancora una volta ci viene in aiuto la Treccani che, data la complessità del termine, ci propone una pagina di spiegazioni. Soffermiamoci su questa: “Un simbolo è un elemento (segno, gesto, oggetto o immagine) che rappresenta un concetto, un valore o un’idea astratta. La sua forza risiede nell’evocare significati più profondi rispetto al suo aspetto immediato, spesso basandosi su convenzioni culturali condivise”.
Insomma, il simbolo rappresenta un concetto ed ha forza evocativa in quanto portatore di significati profondi nonostante l’immediatezza della rappresentazione.
Il “meme” è, quindi, indebolimento del simbolo in quanto, invece di essere portatore di valori, si caratterizza per essere isolamento del pensiero dal contesto che lo contiene, chiusura al dialogo, derisione dell’altro, semplificazione e riduzione.
Se il simbolo è riassunto ed evocazione, il “meme” è riduzione. E nega il pensiero critico.
Ora, guardandoci intorno, è facile identificare i vari “meme” che invadono la rete e che rappresentano il pensiero povero, o il non-pensiero. Un esempio devastante sono le danze di un presidente che deride i gay, oppure i suoi vari slogan che inneggiano a distruzione e guerra (in cambio di un ritorno personale che, di solito, si vede nelle fluttuazioni della borsa). Il popolo che lo sostiene non dialoga, vive nella divisione e difficilmente metterà in discussione le semplificazioni virali che hanno su di loro una presa agghiacciante.
Un “meme” che ci riguarda da vicino proprio in questi giorni è “d’estate fa sempre caldo” o “il clima è sempre cambiato”. Non è nuovo, ma è stato ripreso in comizi e in presentazioni, viaggia di in rete e fa danni da non dire. Ma se da un lato è facile dissertare su questioni come il cambaimento climatico sminuendolo e dicendo “ci sono state le glaciazioni”, è altrettanto facile smentire, non occorre molta competenza, queste semplificazioni, basti dire che la transizione da un clima temperato alla glaciazione ha richiesto dai 10.000 ai 20.000 anni, non pochi. E sarebbe opportuno smettere di deridere la scienza a forza di meme, quando i tanti progressi che ha fatto hanno portato molti benefici.
Nonostante ciò, il “meme” impera, può più della ricerca scientifica (ricordate il Covid e la 5G?) e ci autorizza a salire in cattedra per dissertare su temi di cui non sappiamo nulla. Alcuni “meme” fanno comodo ai produttori di petrolio, altri fanno gola a politici spietati (emergenti e non) anche sul campo nazionale, specie quelli che scrivono libri di successo mandando la scienza (qui ci sta bene) al confino.
Andando oltre, e giustificando il titolo di questo articolo, vediamo come questi “meme” stanno cambiando la diplomazia trasformandola in sequenza di ricatti.
Innanzi tutto chiediamoci cos’è la diplomazia, e di nuovo interroghiamo la Treccani: “…insieme dei procedimenti attraverso i quali uno stato mantiene le normali relazioni con altri soggetti di diritto internazionale (stati esteri e altri enti aventi personalità internazionale), al fine di attenuare e risolvere eventuali contrasti di interessi e di favorire la reciproca collaborazione per il soddisfacimento di comuni bisogni…”, e già troviamo alcune parole chiave: risolvere contrasti di interessi, collaborazione, comuni bisogni… insomma, si intende che, attuando i principi della diplomazia, si sia all’ascolto dei bisogni altrui pur mantenendo l’interesse dei propri con la consapevolezza che, da una valutazione dell’insieme, si può arrivare al bene comune.
La diplomazia intende trovare modi per collaborare, e già questo ci indica che non è dalle divisioni che si trovano le soluzioni, ma dal dialogo, perché mira a stabilire un’ipotesi di azione congiunta, cioè, cerca il gesto “sinfonico” e inizia con il prendere atto che non si è soli e che si deve convivere.
La diplomazia serve per gestire trattati internazionali, accordi di cooperazione, mediazione per la prevenzione dei conflitti e altro. Prevenzione, non distruzione. Gestione di trattati, non negazione degli stessi. La diplomazia non è imposizione di una volontà su altre volontà e la storia dimostra che da minacce e violenza non si ricava nulla di buono. Il ricatto, che, invece, è un’intimidazione atta a costringere altri a a fare qualcosa contro la propria volontà, non è diplomazia, semmai è un atto di violenza, tra l’altro recentemente utilizzato per far ballare i valori in borsa e chissà cos’altro, e ha portato, più volte, il mondo sull’orlo del baratro.
La caratteristica delle minacce sbandierate di recente, però, è che, sfruttando il potere della rete, hanno acquisito una viralità devastante compiendo la loro missione di dividere, trasformandosi in arma, diventando pensiero comune e portando milioni di persone ad avere la certezza di essere nel giusto (non vi ricorda nulla?) per poi, come succede nelle più atroci dittature, mettere a tacere l’oppositore o minacciare quelli che fanno di tutto per conservare una pur minima forma di pensiero critico.
Altri “meme” che girano, sono modelli di intolleranza, come quando, per esempio, lo stesso presidente dà dello stupido al giornalista che fa una domanda scomoda. Meno male che ancora non li portano al “confino”, ma le minacce, venendo da chi il potere ce l’ha, hanno, di sicuro, un grande impatto sulle scelte editoriali dei giornali o sulle libertà individuali dei giornalisti. Ancora non siamo ai livelli drammatici delle dittature che agiscono con censura, torture e prigione (non molti anni fa succedeva anche in Italia), ma non mi sorprenderebbe se ci si arrivasse.
In una società “memecratica” ciò che domina il pensiero è il “meme” e, quando questo diventa elemento della diplomazia, insinuando o esprimendo un ricatto, diventa un’arma anche per la finanza e, coi continui balzi e tonfi della borsa, c’è un dettaglio non trascurabile: chi ricatta sa che lo farà e, prima di farlo, punta i suoi capitali in borsa o vende prima della pubblicazione del “meme” (o prima della dichiarazione che diventerà “meme”). Si chiama insider trading.
Intanto gli altri, proni, temendo minacce e ritorsioni, stanno zitti.
Diciamolo chiaramente: il “meme”, oggi, è uno strumento di potere e sta cambiando le nostre democrazie. E non in bene. Non si tratta di semplice propaganda ma di uno strumento di controllo delle dinamiche sociali, finanziarie e diplomatiche… scusate se è poco. E mentre una letargica diplomazia e una inadeguatezza politica affogano la comunità internazionale, il mondo, che trema e brucia, viene messo nelle mani di chi produce più “meme”: il più forte li produce per primo, i suoi emuli li copiano sperando di avere lo stesso potere. Divide et impera, disse qualcuno.
Contrastare queste dinamiche, per chi scrive, è impossibile, ma almeno è possibile invitare alla riflessione sperando che il pensiero non vada in letargo come hanno fatto la diplomazia e la buona politica.
Claudio Fiorentini
