Saverio Ungheri 100 anni di futuro


Se interrogate la rete su cos’è la creatività artistica, troverete spesso che si fa riferimento alle emozioni. Ebbene, credo che questo sia un limite, perché l’arte, che parte da una vocazione, è, appunto, evocazione, cioè, l’azione di richiamare alla mente qualcosa che di solito si nasconde nel profondo, diventando quasi un rituale istantaneo che consente ai nostri demoni e ai nostri angeli di riproporsi per quello che sono: quella parte di noi che spesso rifiutiamo o che, semplicemente, trascuriamo.

Il lavoro dell’artista consiste prevalentemente in questo: e-vocare, portar fuori la voce, fissare l’attenzione sul richiamo dell’anima, cioè, di ciò che ci anima.

L’arte ha, quindi, un senso magico, forse metafisico, a volte anche religioso, di sicuro è un attivatore di dinamiche interiori che nasce da un atto disordinatamente meditativo o contemplativo, e la si può annoverare tra le discipline, oggi volgarizzate dalla new age, che tracciano un percorso atto a vivere l’esperienza mistica.

La creatività artistica è anche capacità di risolvere enigmi, ma la soluzione si può rappresentare solo attraverso l’arte stessa dove l’opera ha la funzione di trasmettersi come soluzione senza esporre il problema che, quindi, rimane avvolto nel mistero, ma che, una volta e-vocato, ritrae l’enigma comune, cioè, la domanda primordiale, comune a tutta l’umanità, che chiede quale sia il senso della vita.

Il viaggio nella creatività dell’artista non implica solo ripercorrere la storia personale che narrano le sue opere, semmai consiste nello scoprire che quella storia è patrimonio comune e che, se l’artista ne ha affrontato il mistero riuscendo a plasmarne la danza, il fruitore, posto di fronte alla soluzione dell’enigma, vede l’enigma che si porta dentro e si rapporta con l’opera artistica ritrovando quel cruccio universale che, in quanto tale, è affratellante, perché l’arte è linguaggio di umanità.

Non deve sorprendere che molti artisti abbiano vissuto nella follia, o almeno nella visione di un mondo diverso, nell’esplorazione dello spazio onirico o nella convinzione che la “realtà” occulta delle cose è l’anima delle stesse, perché per l’artista la realtà va denudata, l’artista esplora ciò che la realtà nasconde.

Ma ecco le parole chiave: visione, esplorazione e… follia.

L’artista è un folle: ciò che fa è inutile e lo fa senza sapere perché.

L’artista è un esploratore che, pur sapendo che la sua ricerca dà senso solo alla sua ricerca, cerca il senso de sé.

L’artista è un visionario che non accetta che il suo tempo sia il suo limite e sogna un mondo migliore o, quantomeno, diverso.

Ed è da qui che partiamo per parlare dell’opera di Saverio Ungheri, che già nel 2024 fu nobilitata in una mostra a Palazzo Merulana e che fino a ottobre del 2026 si può scoprire in una mostra antologica allestita nei locali dell’ex-mattatoio di Roma.

 

Come ogni artista che possa ritenersi tale, Saverio Ungheri è passato per diverse fasi, abbandonando il consolidato per esplorare nuovi percorsi.

È così che, pur partendo dall’accademia, ha lasciato una traccia nell’arte materica e nell’arte concettuale, ha dato vita a tre manifesti, ha inventato nuovi linguaggi e, armato di cultura, attrezzi, manualità, ingegno e volontà disubbidiente, ha inventato nuove arti.

La volontà disubbidiente è un elemento fondamentale nella vita di un artista, questa disubbidienza porta alla rottura dei canoni, alla ribellione creativa, motore di qualsiasi innovazione artistica e, Saverio Ungheri, più di molti suoi contemporanei lo ha dimostrato.

È dalla disubbidienza che nasce il nuovo e con la volontà creativa lo si può plasmare. Un atto di coraggio necessario nel mondo dell’arte, perché il “nuovo” disturba, destabilizza e inquieta, il “nuovo” non è rassicurante, motivo per cui molti artisti vi rinunciano rimanendo nel consolidato, mentre quelli che lo esplorano spesso sono osteggiati dai suoi contemporanei, salvo essere rivalutati, ahimè, tardi.

La disubbidienza, in Ungheri, prende forma prima con l’Astralismo Romano, movimento che ha fondato nel 1959 insieme a Sante Monachesi, Sandro Trotti, Claudio Del Sole e David Grazioso (raccontano i meglio informati che il manifesto fu scritto su una tovaglia di carta di una pizzeria romana), e poi nell’Arte Bionika, dove una serie di sculture concettuali prendono vita attraverso movimento e luce perché animate da un elemento principe della vita quotidiana, l’energia elettrica, che qui diventa strumento di lavoro come lo sono martello e scalpello.

L’energia elettrica come se fosse un pennello? Intuizione geniale per quegli anni: le sculture si muovono, mormorano, si illuminano, possiedono un ritmo espressivo che trascende la contemplazione passiva integrandosi nell’opera dove la meccanica ha suo sangue che pulsa nelle vene dei materiali che la compongono. Ma non solo movimento, perché i materiali, spesso di scarto, rinascono in una scultura, come ad esempio ne “la mantide”, dove la testa è il serbatoio di un motorino, gli occhi che si illuminano sono calotte di indicatori di direzione di una cinquecento e le ali, che si socchiudono come se pulsassero, delle ventole di polipropilene, materiale che all’epoca era appena entrato nella nostra vita.

 

Oltre gli aspetti puramente meccanici e realizzativi delle opere, però, esiste un aspetto metafisico perché la scultura trascende se stessa diventando manifestazione dello spirito della scienza. Non va dimenticato che la scienza, negli anni sessanta, era ammirata, rispettata, temuta e osservata, e alcuni artisti ne hanno preso una parte per inserirla nel linguaggio creativo, quindi non l’hanno solo subita, ma animata e rappresentata, elogiandola nella fusione tra arti, studio e ricerca.

 

Nella visione di Ungheri la scienza non era solo un campo di studio ma era parte della vita e sapeva che sarebbe presto diventata protagonista. La scienza che ci ha portati nello spazio, però, è la stessa che ci ha portato a riempire l’oceano di plastica, quindi non solo scienza, ma anche allarme per l’ecosistema che, vittima delle malefatte umane, è in grave pericolo, come narrano alcune istallazioni dell’artista, visibili nel suo spazio-museo a Roma.

Ma Ungheri non si è mai limitato a fare l’artista, la sua intuizione più dirompente la troviamo proprio a Roma, ed è il centro di promozione della cultura e delle arti chiamato “Polmone Pulsante” che troviamo alla Salita del Grillo 21 e che, per quasi mezzo secolo, è stato uno dei maggiori centri di promozione artistica e culturale rimanendo fedele, anche dopo la morte dell’artista e grazie all’azione infaticabile del figlio Andrea, alla sua filosofia: arte e scienza, ma anche metafisica, spiritualità, ricerca del sé e dell’oltre che portiamo tutti dentro.

Ed è proprio il Polmone Pulsante la maggiore delle opere di Ungheri, perché segno di apertura e di condivisione, valori minacciati sin dagli anni sessanta (altra intuizione dell’artista), perché un luogo conviviale diventa opera d’arte, ma soprattutto perché è lì che la sua stessa vita si è trasformata in opera d’arte. Insomma, il “capolavoro vivente”, risultato delle varie trasformazioni del linguaggio artistico di Ungheri, è proprio lì, a Roma, dove ancora si può visitare il suo laboratorio, dove si può assistere e partecipare ad eventi culturali e dove, armati di luci d’emergenza e di caschetto, si possono visitare i 180 metri quadrati di sotterraneo che, oltre ad essere un pezzo di storia della città, ospita il museo personale di Saverio Ungheri.

Persino Ernesto Pérez Zuñiga, uno dei maggiori scrittori spagnoli contemporanei, rimase folgorato dalla visita al Polmone Pulsante e, nel viaggio di ritorno, decise di ambientare il suo ultimo romanzo Veníamos de la noche” (Galaxia Gutenberg), proprio a Roma, con alcune scene cruciali ambientate al Polmone Pulsante.

Riassumendo il percorso, andiamo dall’accademia all’astralismo, dall’astralismo all’arte bionika, e dall’arte bionika al “capolavoro vivente”, il Polmone Pulsante, il tutto è metafora di un processo dove si va dallo studio all’osservazione dell’ignoto che si trasforma in energia come elemento della scultura per aprirsi al mondo in un centro che sperimenta e condivide. Il seme che si apre (accademia), il germoglio che si lancia verso lo spazio esteriore (astralismo), la pianta che cresce (arte bionika) e il frutto che si offre al mondo (Polmone Pulsante).

Ma tutto parte dall’ispirazione cosmica, che è ben diversa dall’ispirazione di cui spesso si parla, senza sapere che ciò che muove l’artista è l’intuizione che la grandezza che portiamo dentro è specchio della grandezza che percepiamo quando alziamo lo sguardo verso il firmamento, e ci si colma l’animo di stupore!

Grazie Saverio!

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