Avrei voluto scrivere dell’acampada alla Puerta del Sol dopo lo sfratto di Maricarmen Abascal, l’anziana di 87 anni allontanata dalla sua casa il 23 settembre e mai più rientrata, diventata ormai il simbolo della rivendicazione del diritto a un’abitazione dignitosa e adeguata. Per me, vedere tanta gioventù mobilitata è sempre una boccata d’ossigeno in questi tempi bui e saturi di anidride carbonica. D’altra parte, come faccio sempre, mi sono chiesta quanto, in Italia, i giovani fossero (o mi sembrassero?) invece anestetizzati. A volte ho paura di sembrare esterofila, nel senso più critico e polemico del termine, ma non è proprio così: soffro quando i paragoni sono impietosi. In questo caso, però, ho sofferto poco, perché anche gli studenti italiani si sono mobilitati. Quindi non è il caso di infierire, anzi.
C’è però un altro aspetto della vicenda che mi interessa, e che ultimamente mi sta particolarmente a cuore: il modo in cui guardiamo alle persone anziane. Perché una cosa è rivendicare il diritto di una donna di 87 anni a una casa dignitosa, un’altra è riconoscere agli anziani il diritto di continuare a vivere pienamente, senza essere considerati un peso. È qui che entra in gioco l’ageismo, dall’inglese ageism, termine coniato nel 1969 dallo psichiatra e geriatra statunitense Robert Neil Butler. In spagnolo si dice edadismo, perché, come ho già scritto, gli spagnoli detestano gli anglicismi, che in Italia, invece, sono abusati allegramente. In italiano si usa ageismo; etaismo, se proprio vogliamo italianizzare il termine, non mi pare molto più bello. In sostanza, si tratta di discriminare o giudicare le persone in base all’età, attraverso pregiudizi e stereotipi. Colpisce i giovani, spesso liquidati come nullafacenti e scansafatiche, come abbiamo visto in molti commenti sull’acampada, ma soprattutto le persone anziane, considerate deboli, non autosufficienti o tecnologicamente arretrate. Inutili.
Forse la mia ossessione nasce dal fatto che sono ufficialmente entrata nella categoria delle «giovani anziane» e, mentre il corpo pian piano cede e va per conto suo, la testa è piena di idee, progetti e soprattutto voglia di vivere e di succhiare ogni momento sereno che l’esistenza ti offre, sapendo che saranno sempre meno e, per di più, con il dubbio che il nostro bel mondo stia per esplodere di CO₂.
Ho però l’impressione che in Spagna si parli di più di questo tema e, quando mi prende lo sconforto, vado dalle mie parrucchiere a lenire le pene, perché mi sento appunto anziana ma giovane; oppure faccio un giro per il quartiere e mi fermo a guardare la terza età che si gode gli aperitivi o la cioccolata.
L’altra sera ho visto due coppie uscire dal cinema e poi inabissarsi al piano ribassato di un ristorante libanese per mangiare un falafel. Chiacchieravano animatamente del film appena visto: Naza. E in effetti, per un anziano, anziano anziano o giovane anziano che sia, cosa c’è di più piacevole che commentare un film in compagnia, con la bocca impastata di ceci, cumino e coriandolo? Li ho guardati con amore.
Oggi, invece, ho visto un servizio al telegiornale su un’edicolante di 94 anni che sembrava avesse fatto il bagno nella piscina di Cocoon. Spiegava come le edicole avessero contribuito a creare legami sociali, diventando punti di riferimento e presenze capaci di dare continuità alla vita quotidiana degli anziani.
Mi ha fatto pensare a quanto contino, quando si invecchia, non soltanto i servizi e l’assistenza, ma anche i luoghi in cui incontrare gli altri, scambiare due parole, sentirsi ancora parte di una comunità. Nel mio paese non ci sono più edicole, ma c’è il mare. E allora mi torna quella domanda che ogni tanto mi attraversa: dove invecchiare? Dove morire?
Forse è un pensiero che attraversa tutti noi espatriati o che viviamo a cavallo di due mondi. Poi, però, ieri ho letto un articolo dell’Unione Sarda in cui si raccontava che 200 anziani avevano fatto la fila per iscriversi all’università e mi è sembrata una cosa bella. I più previdenti sono arrivati addirittura alle quattro del mattino, cosa che io, seppur giovane anziana, non farei manco sotto tortura. Poi, di seguito, gli altri. Tutti in fila per iscriversi all’Università della Terza età di Quartu che, già da qualche anno, ha dovuto introdurre il numero chiuso per via delle tantissime richieste di iscrizione.
Quello che mi ha colpito sono stati i commenti, alcuni veramente rivoltanti, carichi di ageismo. Come si può non capire che molti anziani hanno voglia di imparare, di fare cose che non hanno potuto fare prima e soprattutto di socializzare, perché la solitudine è la cosa peggiore? Bisognerebbe ricordare che solo se si è fortunati si arriva a quell’età con tanta energia; altrimenti si muore prima. È così semplice.
E un’altra cosa, per inciso, visto che siamo imbevuti come pesche all’alchermes di stereotipi e pregiudizi: gli anziani fanno anche sesso, eh?! Magari ne parliamo un’altra volta.
