L’eclissi solare ha avuto luogo il 12 agosto, ma credo che sin da giugno siamo stati torturati con l’astroturismo; sembrava una questione di vita o di morte la partecipazione al fenomeno. Ho fatto i conti con la mia assoluta mancanza di interesse, in parte causata dalla precedente esperienza, con lo storico consorte, all’eclissi totale di luna dell’anno passato. Allora mi era sembrato romantico arrivare alla spianata dell’osservatorio, noi due soli, e guardare il cielo. Peccato che la spianata si fosse convertita in un parcheggio, con una folla urlante e il cielo coperto di nubi. Addio al romanticismo, ormai perso in un film di Fantozzi.
Quindi quest’anno non avevo troppa voglia, ma lo storico consorte sembrava entusiasta. Non ho saputo dire di no; neanche quando è iniziato il delirio per l’acquisto degli occhiali e bisognava appuntarsi nelle liste degli ottici; neppure quando i dipartimenti di oftalmologia, che sembravano essersi messi d’accordo un paio d’ore prima dell’evento, hanno scatenato il terrorismo duro e puro: la cecità. Avendo già avuto un distacco di retina sono entrata in paranoia, ma per non deludere lo storico consorte ho deciso che avrei tenuto gli occhiali per tutto il tempo e li avrei tolti solo a un suo segnale.
Siamo saliti al santuario di Monlora, vicino al paesino di Luna (nome più appropriato non c’era). Sorge a 650 metri su una vasta altura, nota come l’Atalaya de las Cinco Villas. Offre una vista panoramica spettacolare sui Pirenei, sul Moncayo e su una vallata bellissima, che si perde all’orizzonte e che sospende il tempo, tanto che ho sempre la sensazione di vedere arrivare Ferdinando d’Aragona a cavallo con la sua truppa. A differenza dell’Italia, avremmo potuto assistere all’evento con una visione del 100%. E solo questo mi dava uno stupido e infantile senso di rivincita per le ultime stramberie – eufemismo – del governo italiano nei confronti della Spagna. Ultimamente lo stivale mi va stretto.
Il cielo era tersissimo. Mi sono messa subito gli occhialini, pagati a peso d’oro, e non li ho più tolti. In un eccesso di paranoia avevo anche gli altri, da sole, sotto. Praticamente ero cieca come una talpa, cosa che, però, non mi impediva di sentire benissimo i bambini urlanti, le mamme che li richiamavano ancora più urlanti, il complessino anni ’50 che suonava e fiumi di birra che scorrevano a gargarozzo. Insomma, l’altura era piena di gente, come se fossimo al mare. Tutti seduti con sgabelli e attrezzature fotografiche da urlo.
Il mio capo mi aveva raccontato qualcosa di molto più romantico: l’eclissi in Italia nel ’61, con i vetri affumicati, la brezza sollevatasi al momento decisivo e l’improvviso silenzio con lo stormir di fronde. Io ero rassegnata al fatto che il silenzio fosse già compromesso, speravo ci fosse almeno la brezza, visto il caldo torrido.
E in effetti una leggera brezza si è levata, e si è fatto scuro. Quanto al silenzio, lasciava ancora a desiderare. Mi sono stretta allo storico consorte e, quando mi ha detto “¡ahora!”, ho tolto gli occhiali. Un’esclamazione di stupore si è propagata per tutta l’altura.
Non credo di aver mai visto in cielo niente di più bello. Prima un anello di diamanti e le perle di Baily che rifulgevano in successione, subito dopo una corona risplendente che ha incastonato il cerchio scuro della luna. Sono stati solo pochi secondi, ma ho capito tante cose sulla paura delle civiltà precolombine e sul loro assoluto rispetto. Forse anche il chiasso non andava tanto male per sconfiggere i mostri che cercavano di divorarsi il sole.
Ma soprattutto, sentendomi sempre chiamare Isabelita, così come ho spiegato nel primo articolo di questa rubrica, mi sono stretta ancor di più allo storico consorte, il mio Ferdinando d’Aragona, che mi ha infilato l’anello al dito, le perle al collo e la corona in testa, facendomi sentire Isabella di Castiglia, anche se non proprio la Cattolica. Solo così ho potuto ripristinare un regale romanticismo.
