Tu vuoi far l’americana


Sono  sbarcata negli Stati Uniti senza sapere bene come. Stordita da venti ore di viaggio, jet lag, ritardi e senza saper dire una frase coerente in inglese. Ho consegnato un temino in inglese, scritto dallo storico consorte, alla poliziotta di turno, affinché fossero chiari i motivi e le destinazioni del viaggio. Le domande seguite al temino sono state ancora più assurde: ero davvero sposata con l’autore del temino? E perché era partito prima di me? Neanche il prete della parrocchia me le avrebbe fatte. Se io ero ridicola col compito in classe in mano, lei ancor di più.

Raggiunto felicemente lo storico consorte, siamo partiti per arrivare a casa dei nostri amici. I nostri amici sono americani veri: gentili, affettuosi e generosi, per cui avevano organizzato una bella cenetta in nostro onore. Siamo andati a letto presto, non certo l’orario spagnolo,  perché il giorno dopo sarebbe stata una giornata impegnativa con tanta organizzazione pregressa. Non ci ho fatto caso, ho visto solo lo storico consorte annuire al piano. I padroni di casa ci hanno  avvisato  di tenere sempre le porte a vetri chiuse, che davano sul giardino, praticamente un bosco. “Ci sono i ladri?”- ho chiesto io. “No, gli orsi”- hanno risposto.

Ho visto lo storico consorte impostare la sveglia ma ho continuato a fregarmene mentre crollavo sfinita, sino a quando la luce improvvisa e abbagliante del sole si è riversata sul nostro letto e quel suono odioso ci ha svegliato.

H. 05,30 a.m. Ho aperto gli occhi. “Dove vai?”. “A giocare a tennis”. “Eh?!”

Ho continuato a dormire, sino alle 7,30 a.m. quando è tornato e si è cambiato. Ho riaperto gli occhi: “Dove vai, ora?”. “In bicicletta” ha risposto. “Ma sei matto?” ho detto io e ho continuato a dormire.

È rientrato alle h.9,00 a.m. “Svegliati, pigrona! È ora di colazione”. Sono scesa tutta addormentata e di umor nero a banchettare, io che bevo solo un caffè. L’allegra combriccola sprizzava energia da tutti i pori. Io stordita e muta come Anna dei miracoli.

H.11,00 a.m. Appuntamento con un grande esportatore di frutta secca della California. Ci vuole conoscere. “Ma perché?” – chiedo stupita. “E’ curioso!”

Il re del pistacchio ci riceve in una elegantissima sala riunioni. Ci ingozza di caffè e di croissant. È un bellissimo uomo, parla solo inglese ma vuole che io parli italiano. Ha gli occhi così intensi che tremo per le mie fragili retine. E mi sforzo di capirlo. “È abbastanza italiano il caffè?”. Dico di sì e ci fa riservire tutto dalla segretaria. Io me ne innamoro e penso che finalmente ho conosciuto un americano con sex appeal, di solito mi sembrano tutti bambinoni felici che bevono latte.  Lui mi chiede di dove sono e parte con una lode sperticata della Sardegna e del suo amore per l’Italia. Io sempre più innamorata riesco a bofonchiare: uerariufrom?

E lui candido, risponde: aiemaLibanes.

Non è americano, esco avvilita carica di pistacchi e frutta secca.

H.13,00 p.m. Ci dirigiamo al prossimo appuntamento, perché è ora di pranzo e i nostri ospiti sono cortesi: la pizzeria. Mi viene un colpo, ma effettivamente non è malaccio e per cortesia mi sforzo anche di assaggiare la tipica: con il mais.

Con la pancia come un otre rientriamo a casa. Io vado a riposarmi un pochino per non vomitare e anche loro, ma loro si riposano nuotando in piscina. Non immaginavo che fossero tanto vigoressici. Non stanno fermi un secondo, ozio e attesa paiono peccato.

 

 

Alle h. 17,00 p.m. mi suggeriscono di indossare i pantaloni lunghi: escursione nel bosco. Io ubbidisco ciecamente. Sembro Qui Quo Qua nelle Giovani Marmotte. L’escursione dura tre ore, devo stare attenta a un sacco di piante urticanti o velenose e se vedo una serpe non devo disturbarla. Ma come la disturbo io una serpe? Con la mia esistenza? Ne vediamo ben tre. “Che meraviglia di colori!” – dicono. Rientriamo a casa tutti salvi.

Altra cena di benvenuto. Alle 22 finalmente, riesco a trascinarmi in camera. Qualcosa brilla dalla vetrata. “Oh, oh! Mi è semblato di vedele un gatto”. Sarà la stanchezza – penso.

“No, era una lince!” – mi dicono all’alba successiva – mentre un cerbiatto mangia ad un metro di distanza da noi.

La giornata sta per cominciare e io tremo di paura. Vorrei tornare dai cugini spagnoli, è vero siamo cugini. Cugini di sangue, primos hermanos! Mi rimangio tutto ciò che ho scritto sinora. Perché l’ho dubitato?

Tutto è relativo. Mi dice una vocetta. Dovevo solo andare negli Stati uniti per capirlo bene.

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