Avevo promesso che avrei scritto qualcosa sui piatti spagnoli che più mi piacciono, giusto per togliermi quel vago senso di colpa che mi investe quando penso all’articolo pubblicato, qualche mese fa, su alcuni cibi che mi sembravano (e mi sembrano ancora, a dire il vero) improponibili. Il senso di colpa mi investe sempre quando dico o penso cattiverie.
Quindi, prima che altre cattiverie prendano il sopravvento, vi parlo dei miei piatti spagnoli preferiti. Sono tre: calcots, migas e cioccolata con churros. Sarebbe importante capire se l’amore per questi cibi mi venga più dai riti che li accompagnano, che dai sapori in sé, ma tanto non lo capirei neanche con uno psicanalista e allora li racconto così come sono.
Vado in ordine sensuale dal dolce al salato, per preparare lettore e lettrice a un moderato erotismo culinario, sperando che la curiosità lieviti nei loro stomachi.
La cioccolata con churros è l’abbinamento dolce più famoso della tradizione gastronomica spagnola. Si può gustare a colazione o a merenda, io di solito preferisco la merenda, così si salta la cena. I churros sono strisce compatte di pastella fritta dalla forma rigata di goccia o di bastoncini, servite bollenti e croccanti insieme a una tazza di cioccolata calda densissima, fatta apposta per inzupparle. A volte è così densa che il churro resta impalato nella tazza. Le strisce tradizionali sono sottili. La loro variante è costituita da las porras, più grandi, spesse e areate all’interno, che assorbono ancora più cioccolata quando vengono intinte. Gli amici e le amiche che vengono a trovarmi non vogliono mai saltare questa esperienza gastronomica, ma finiscono per rotolare giù dalla sedia sazi, impiastricciati di zucchero e con una vaga espressione nauseata.
Non ho mai osato controllare le calorie di questa bomba alimentare. Più di due o tre volte all’anno non riesco a rotolare, ma ogni volta la felicità endorfinica raggiunge vette insperate. Non a caso il mio amico M. mi raccontava che, ai suoi tempi, la cioccolateria più famosa di Madrid era considerata l’ultima spiaggia da chi “rimorchiava”: una volta conosciuta una fanciulla, e sperando che la nottata di tapas y copas alla barra proseguisse sino all’alba, la si invitava a prendere la cioccolata, sperando che tutto quel dolce che ti faceva sognare a occhi aperti, raggiungesse il risultato sperato.
Anche las migas sono un piatto tradizionale della cucina spagnola, originariamente nato come pasto povero dei pastori per riciclare il pane raffermo che viene sbriciolato, idratato leggermente con acqua salata e saltato in padella con olio di oliva e aglio fino a renderlo croccante fuori e morbido dentro. La versione aragonese, che è quella che conosco meglio, nota come migas de pastor, si distingue per la presenza della salsiccia (longaniza o chorizo) e per il contrasto di sapori creato dall’accompagnamento di chicchi d’uva (e/o lamine di cipolla dolce) e un uovo fritto. Sin qui tutto sembrerebbe perfetto. Qual è il problema allora? -oltre il colesterolo, intendo!- Che finisci ubriaco perché las migas non si possono accompagnare con acqua, si gonfierebbero in pancia, e quindi: vade retro acqua! Innaffiale con vino a volontà e anche, in questo caso, rotola giù dalla sedia, più che alzarti. Dimenticavo: in lingua spagnola la parola “migas” significa letteralmente briciole. Da questo termine deriva il celebre modo di dire “hacer buenas migas”, che significa andare d’accordo o simpatizzare rapidamente con qualcuno. Solo scrivendo questo articolo, ne afferro pienamente il senso… prima capivo “hacer amigas”!

Ora mi resta da raccontare l’ultima mia grande passione folle: i calçots, una tipica varietà di cipollotto tenero e dolce, originaria della Catalogna, simile nell’aspetto a un porro di piccole dimensioni. Si trovano solo in inverno e primavera. In italiano non esiste una traduzione letterale, poiché si tratta di un prodotto tipico locale. Per indicarlo, vengono utilizzati i seguenti termini: Cipollotto, Cipollotto dolce, Cipollazza fresca. Questi cipollotti vengono tradizionalmente cotti alla brace, avvolti nella carta di giornale per mantenerli caldi e poi consumati all’aperto, in campagna, durante un evento conviviale chiamato calçotada. Si mangiano con le mani, intingendoli in una tipica salsa a base di pomodori, peperoni arrostiti, frutta secca e aglio, chiamata romesco. Io però li mangio al ristorante, con un bavaglio di plastica al collo e serviti bollenti su una tegola di cotto. Il rito è proprio molto sensuale perché dopo averli sbucciati ed esserti bruciato le dita, li inzuppi nella salsa e te li infili in bocca calandoli con il braccio dall’alto.
Ne sono appassionata. Appena arriva l’inverno vado subito in ristorante, sempre il solito di cucina catalana, e ci porto amici e amiche italiani che si entusiasmano a scappellare il cipollotto e a farsi mettere il bavaglio dal cameriere. Tutto il pasto si svolge tra occhiatine e sguardi maliziosi.
Detto questo, credo di aver riparato il torto fatto al mio amato paese adottivo e siccome ho la pancia vuota vado a riempirmela con un piatto contundente de migas, come si dice qua! E continuo a rotolare felice.
