Flávio Bolsonaro perde le elezioni presidenziali in Brasile, rifiuta di riconoscere il risultato e lascia il Paese nonostante un provvedimento giudiziario che gli impedisce di espatriare ma lo fa lo stesso. Per attraversare il confine con l’Argentina utilizza un passaporto italiano, ottenuto nel 2023 grazie alle origini della sua famiglia.
Contemporaneamente, in Italia, migliaia di giovani nati e cresciuti nel nostro Paese continuano a non essere riconosciuti automaticamente come cittadini italiani. Parlano italiano, frequentano le nostre scuole, condividono la nostra cultura e costruiscono qui il proprio futuro. Ma per lo Stato, fino al completamento di precise procedure, restano stranieri.
È difficile immaginare una rappresentazione più evidente delle contraddizioni della nostra legislazione sulla cittadinanza.
Brasile: Lula vince, Bolsonaro non riconosce la sconfitta
Il 25 ottobre Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto presidente del Brasile, ottenendo circa il 51,8% dei voti contro il 48,2% di Flávio Bolsonaro, senatore e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Il margine di quasi 4,4 milioni di voti non ha impedito al candidato sconfitto di contestare l’esito delle urne.
Flávio Bolsonaro ha denunciato presunti brogli elettorali senza presentare prove in grado di dimostrarli e ha chiesto l’annullamento del risultato. La vicenda richiama inevitabilmente il comportamento di Donald Trump dopo le elezioni presidenziali americane del 2020, quando il rifiuto di riconoscere la vittoria di Joe Biden contribuì a una crisi istituzionale culminata nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
Non significa che i due episodi siano identici. Ma il meccanismo politico presenta analogie: mettere in discussione la legittimità delle elezioni quando il risultato non coincide con le proprie aspettative. Nel caso brasiliano, però, alla contestazione del voto si è aggiunta una fuga dal Paese.
Il 28 ottobre Flávio Bolsonaro è arrivato a Miami insieme alla famiglia, dopo aver attraversato l’Argentina e aver raggiunto l’Ecuador con un volo privato. La partenza è avvenuta nonostante un provvedimento della Corte suprema brasiliana che gli vietava di lasciare il territorio nazionale e imponeva la consegna dei passaporti.
Bolsonaro è coinvolto in indagini riguardanti presunte irregolarità finanziarie, tra cui ipotesi di riciclaggio e corruzione. Le accuse dovranno naturalmente essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti. Ma il punto politico resta: un candidato sconfitto, sottoposto a restrizioni giudiziarie, è riuscito a raggiungere gli Stati Uniti. E per farlo ha utilizzato anche la cittadinanza italiana.
Il passaporto italiano che apre le frontiere
Flávio Bolsonaro ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2023 attraverso il principio dello ius sanguinis, che riconosce il legame di cittadinanza fondato sulla discendenza. La sua famiglia rivendica origini italiane, legate al Veneto. Il riconoscimento è avvenuto attraverso l’ambasciata italiana a Brasília. Anche il fratello Eduardo ha ottenuto la cittadinanza nel 2023, mentre Carlos Bolsonaro l’ha ricevuta nel 2024.
La questione non riguarda soltanto il possesso di un documento. Riguarda le modalità e i tempi attraverso i quali quel documento è stato ottenuto. Il deputato Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha chiesto al governo italiano di chiarire le procedure seguite per il riconoscimento della cittadinanza ai figli dell’ex presidente Jair Bolsonaro.
Secondo quanto ricostruito negli atti parlamentari, Flávio ed Eduardo avevano chiesto di accedere alla lista d’attesa consolare nel 2020. L’8 novembre 2022, pochi giorni dopo la sconfitta elettorale del padre, si erano recati presso l’ambasciata italiana per sollecitare la propria pratica. Nel 2023 entrambi hanno ottenuto la cittadinanza.
Bonelli chiede al governo di accertare se le autorità consolari abbiano seguito le normali procedure e rispettato l’ordine cronologico delle richieste, considerando che in numerose sedi consolari brasiliane i cittadini devono attendere anche più di dieci anni per ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana. Al momento, nessuna prova dimostra che le autorità abbiano riservato ai Bolsonaro un trattamento illegittimo. Ed è proprio per questo che una verifica istituzionale sarebbe necessaria.
Perché la cittadinanza non può diventare una corsia preferenziale per chi dispone di relazioni politiche, notorietà o risorse economiche. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che Flávio Bolsonaro ha ottenuto il passaporto grazie alla precedente normativa sullo ius sanguinis, successivamente modificata dal governo italiano in senso più restrittivo.
Ma resta una questione fondamentale. Come può essere considerato sufficientemente italiano, ai fini del riconoscimento della cittadinanza, chi ha costruito la propria vita all’estero sulla base di un legame genealogico, mentre chi nasce e cresce nel nostro Paese deve ancora dimostrare di meritare quello stesso riconoscimento?
Italiani per discendenza, stranieri per nascita
Il caso Bolsonaro riporta al centro una delle contraddizioni più profonde della legislazione italiana. Nel nostro ordinamento la cittadinanza si fonda principalmente sul principio dello ius sanguinis: il legame con un cittadino italiano può essere determinante per il riconoscimento dello status.
Il criterio è stato modificato nel 2025, con nuove limitazioni per i discendenti nati all’estero, ma continua a rappresentare uno dei fondamenti del sistema. Per chi nasce in Italia da genitori stranieri, invece, la situazione è diversa.
La nascita sul territorio nazionale, salvo casi particolari, non determina automaticamente l’acquisizione della cittadinanza. Un giovane nato in Italia da genitori stranieri può dichiarare di voler diventare cittadino italiano tra i diciotto e i diciannove anni, a condizione di aver risieduto legalmente e senza interruzioni nel Paese dalla nascita.
Esistono inoltre altre possibilità di acquisizione della cittadinanza, ma nessuna equivale a un riconoscimento generalizzato e automatico per tutti i bambini che nascono e crescono qui. È questo il nodo politico.
Un ragazzo può nascere a Roma, frequentare l’asilo, le scuole elementari, le medie e il liceo, parlare italiano come prima lingua, conoscere la storia del Paese e sentirsi parte della comunità nella quale è cresciuto. Eppure la sua cittadinanza non è automaticamente riconosciuta alla nascita.
Flávio Bolsonaro, invece, ha potuto ottenere la cittadinanza italiana per discendenza senza che il percorso di riconoscimento applicabile al suo caso richiedesse una certificazione della conoscenza della lingua italiana. Non sappiamo quale sia il suo effettivo livello di conoscenza dell’italiano. Ma il problema non cambia.
Perché a un giovane cresciuto in Italia chiediamo di dimostrare un’appartenenza che, per altri, può essere riconosciuta attraverso un albero genealogico? Non si tratta di negare il valore delle origini familiari o il legame storico con le comunità italiane emigrate nel mondo.
Si tratta di domandarsi se la cittadinanza debba continuare a privilegiare quasi esclusivamente la discendenza oppure riconoscere maggiormente anche l’appartenenza sociale, culturale e quotidiana. Perché essere cittadini non significa soltanto avere antenati italiani. Significa partecipare alla vita di una comunità, condividerne le responsabilità, rispettarne le leggi e contribuire al suo futuro.
E in Italia esistono giovani che fanno tutto questo da quando sono nati, senza possedere ancora la cittadinanza del Paese che considerano casa.
La cittadinanza non può diventare uno strumento per sottrarsi alla giustizia
Il passaporto italiano di Flávio Bolsonaro apre anche una seconda questione. Un documento di cittadinanza può facilitare gli spostamenti internazionali, ma non annulla gli obblighi imposti dalla magistratura del Paese nel quale una persona si trova. Secondo gli esperti di diritto dell’immigrazione interpellati dalla stampa brasiliana, il possesso di un passaporto italiano non autorizzava Bolsonaro a ignorare il divieto di espatrio stabilito dalla Corte suprema.
La cittadinanza straniera non costituisce un’immunità giudiziaria. Eppure la fuga è avvenuta. Il fatto che Bolsonaro sia riuscito a raggiungere gli Stati Uniti non dimostra automaticamente che le autorità italiane abbiano favorito la sua partenza. Ma rende indispensabile chiarire se il documento sia stato rilasciato correttamente e quali strumenti di cooperazione internazionale possano essere utilizzati per evitare che la doppia cittadinanza diventi un mezzo per eludere provvedimenti giudiziari.
L’Italia non può considerare la vicenda una questione esclusivamente brasiliana. Quando un proprio documento viene utilizzato in una fuga che coinvolge un candidato alla presidenza di un altro Paese, il governo italiano ha quantomeno il dovere politico di fornire spiegazioni trasparenti. Soprattutto quando quello stesso governo continua a difendere una concezione restrittiva della cittadinanza per i giovani cresciuti sul territorio nazionale.
La differenza di trattamento non può essere liquidata come una semplice conseguenza burocratica. È il risultato di scelte legislative. E le scelte legislative possono essere cambiate.
Stati Uniti: il voto che può fermare Trump
Oggi 3 novembre gli Stati Uniti torneranno alle urne per le elezioni di metà mandato, le midterm elections. Non si voterà per eleggere un nuovo presidente. Donald Trump resterà alla Casa Bianca indipendentemente dal risultato. Gli elettori saranno però chiamati a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 seggi del Senato, oltre a scegliere numerosi governatori e altre cariche statali e locali.
È un appuntamento decisivo perché il Congresso esercita il potere legislativo, approva la spesa federale, controlla l’operato dell’amministrazione e, attraverso il Senato, partecipa alla conferma di importanti nomine presidenziali. Attualmente i repubblicani controllano entrambe le camere.
Questa maggioranza ha rappresentato un vantaggio fondamentale per Trump, permettendogli di affrontare gran parte del secondo mandato con un Congresso politicamente favorevole. Ma i sondaggi e le analisi pubblicate alla vigilia del voto indicano che i democratici hanno concrete possibilità di riconquistare la Camera, mentre la battaglia per il Senato appare più difficile e incerta.
Il risultato potrebbe determinare gli equilibri politici degli ultimi due anni della presidenza Trump. E non si tratta soltanto di una questione americana. Le scelte degli Stati Uniti influenzano direttamente la politica internazionale, l’economia, le relazioni con l’Europa, le guerre in corso e il futuro delle istituzioni multilaterali.
Che cosa succede se Trump perde il Congresso?
Una sconfitta repubblicana non comporterebbe la fine della presidenza Trump. Ma potrebbe modificare profondamente la sua capacità di governare. Se i democratici conquistassero la maggioranza alla Camera dei rappresentanti, il presidente non potrebbe più contare sull’approvazione delle leggi da parte di una maggioranza dello stesso partito in entrambi i rami del Congresso.
Dovrebbe negoziare, accettare compromessi oppure rinunciare ad alcune iniziative legislative. La Camera potrebbe inoltre avviare nuove indagini parlamentari sull’amministrazione, richiedere documenti, convocare funzionari e sottoporre a un controllo più rigoroso le decisioni della Casa Bianca. Una maggioranza democratica potrebbe anche promuovere una nuova procedura di impeachment contro Trump.
Ma è importante chiarire un punto: l’impeachment non equivale automaticamente alla rimozione del presidente. La Camera può approvare gli articoli d’accusa a maggioranza semplice. Per arrivare alla destituzione serve poi una condanna del Senato con una maggioranza di due terzi dei senatori presenti.
Una soglia politicamente molto difficile da raggiungere. Se i democratici conquistassero anche il Senato, le conseguenze sarebbero ancora più rilevanti. Potrebbero bloccare o ritardare la conferma di giudici federali, membri del governo e altri funzionari di alto livello.
Avrebbero inoltre maggiore capacità di influenzare l’agenda legislativa e di esercitare il controllo parlamentare sull’esecutivo. Il presidente manterrebbe comunque poteri importanti, tra cui il veto sulle leggi e la possibilità di adottare determinati provvedimenti esecutivi nei limiti previsti dall’ordinamento. Non sarebbe quindi una paralisi automatica della Casa Bianca.
Sarebbe però la fine della situazione nella quale Trump può contare su maggioranze repubblicane in entrambe le camere. E, in una democrazia costituzionale, il controllo reciproco tra i poteri non dovrebbe essere considerato un ostacolo al governo. Dovrebbe essere una garanzia per i cittadini.
La sfida tra il presidente e le istituzioni
Le elezioni americane arrivano in un clima di forte polarizzazione. Il costo della vita, l’inflazione, la sanità, l’immigrazione e le scelte di politica estera pesano sulle valutazioni degli elettori. Il voto sarà anche un giudizio politico sui primi due anni del secondo mandato di Trump.
Una vittoria democratica potrebbe rappresentare una bocciatura di una parte significativa della sua agenda. Una conferma repubblicana, invece, rafforzerebbe la sua posizione e ridurrebbe la pressione politica per modificarla. Ma esiste una questione ancora più importante del risultato.
Come reagirà Trump a un’eventuale sconfitta del suo partito? Il precedente delle elezioni del 2020, con le accuse infondate di brogli e la contestazione del risultato, rende questa domanda tutt’altro che teorica. Naturalmente, non è possibile prevedere che cosa accadrà dopo il voto del 3 novembre..
Ma è legittimo chiedersi se tutte le forze politiche saranno disposte ad accettare il risultato delle urne e a riconoscere la legittimità del nuovo Congresso. Perché la democrazia non consiste soltanto nel poter vincere le elezioni. Consiste anche nell’accettare di perderle.
Il filo che unisce Brasília, Washington e Roma
A prima vista, le elezioni brasiliane, le midterm americane e la legislazione italiana sulla cittadinanza sembrano questioni differenti. In realtà, tutte interrogano il rapporto tra potere e regole. In Brasile, un candidato sconfitto contesta senza prove sufficienti la legittimità del voto e lascia il Paese mentre è sottoposto a restrizioni giudiziarie.
Negli Stati Uniti, il risultato delle elezioni di metà mandato potrebbe rafforzare i contrappesi istituzionali e costringere il presidente a confrontarsi con un Congresso meno favorevole.
In Italia, una legislazione fondata prevalentemente sulla discendenza continua a produrre differenze profonde tra persone che possono ottenere la cittadinanza grazie alle proprie origini familiari e persone che hanno trascorso tutta la vita sul territorio nazionale.
Tre vicende che riportano a una domanda fondamentale: le regole valgono davvero allo stesso modo per tutti? Perché è difficile spiegare a un giovane nato e cresciuto in Italia che deve attendere il compimento dei diciotto anni e rispettare specifiche condizioni per diventare cittadino, mentre un politico brasiliano può ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana attraverso la propria discendenza.
È altrettanto difficile accettare che un rappresentante politico possa contestare un risultato elettorale senza prove e considerare le istituzioni legittime soltanto quando gli garantiscono la vittoria. E sarebbe pericoloso ritenere che un presidente democraticamente eletto debba poter governare senza un controllo efficace da parte del Parlamento. La democrazia non è un’investitura personale. Non è un patrimonio familiare. E non è un privilegio da utilizzare quando conviene. È un sistema di diritti, responsabilità e limiti che deve valere anche per chi esercita il potere.
La democrazia si riconosce da chi deve rispettare le regole
Il Brasile ha scelto il proprio presidente. Gli Stati Uniti sceglieranno oggi i nuovi equilibri del Congresso. L’Italia, invece, continua a rimandare una discussione strutturale sul significato della cittadinanza. E proprio da Roma dovrebbe arrivare una risposta chiara.
Non soltanto sulla regolarità del riconoscimento della cittadinanza ai figli di Jair Bolsonaro, ma anche sull’idea di appartenenza che il nostro Paese intende difendere. Perché non possiamo continuare a sostenere che l’integrazione sia un dovere per chi arriva in Italia e poi considerarla insufficiente quando si tratta di riconoscere come italiani i figli di quelle stesse famiglie.
Non possiamo pretendere che un giovane dimostri quotidianamente di appartenere alla nostra società e contemporaneamente attribuire un valore decisivo a un legame genealogico che può risalire a generazioni precedenti. E non possiamo invocare il rispetto delle leggi soltanto quando riguardano chi ha meno potere.
Flávio Bolsonaro ha ottenuto la cittadinanza italiana secondo una normativa che riconosceva il valore della discendenza. Un giovane nato in Italia da genitori stranieri può invece dover aspettare diciotto anni prima di poter esercitare il proprio diritto a richiederla attraverso la procedura prevista per chi è nato e cresciuto qui. Questa differenza non è inevitabile. È una scelta politica.
Oggi, gli Stati Uniti, gli elettori decideranno se rafforzare o ridimensionare il controllo repubblicano sul Congresso. E questo voto ricorderà ancora una volta che nessun potere può essere sottratto al giudizio dei cittadini e ai limiti stabiliti dalle istituzioni.
Se vogliamo davvero parlare di uguaglianza davanti alla legge, dobbiamo partire dalle contraddizioni del nostro Paese. L’Italia continua a riconoscere la cittadinanza a chi può dimostrare un legame di sangue con antenati lontani e in alcuni casi in tempi ridotti, mentre nega il riconoscimento automatico a chi qui è nato, è cresciuto, ha studiato e costruisce ogni giorno il proprio futuro. Perché l’appartenenza a un Paese non può essere soltanto una questione di discendenza: deve essere anche il riconoscimento di una vita vissuta, di una comunità condivisa e di un futuro costruito insieme. E finché continueremo a considerare più italiano chi può dimostrare le proprie origini rispetto a chi vive l’Italia ogni giorno, l’uguaglianza resterà un principio proclamato, ma non pienamente realizzato.
