Ci sono tragedie che meritano una condanna immediata. L’attentato avvenuto a Berlino durante il Pride (Christopher Street Day) è una di queste. Una persona è stata uccisa, decine sono rimaste ferite. Ancora una volta una manifestazione nata per rivendicare libertà e uguaglianza è diventata il bersaglio dell’odio. Eppure, anche questa volta, c’è qualcosa che va oltre l’attentato. Bastano pochi minuti dall’arrivo delle prime notizie e il copione è sempre lo stesso. Prima ancora di capire cosa sia accaduto, quale fosse il movente, se si tratti di terrorismo, di estremismo politico o del gesto isolato di una persona, il dibattito pubblico si concentra su una sola domanda: da dove viene l’attentatore?
Se il responsabile è un cittadino proveniente da un Paese a maggioranza islamica, la sua nazionalità diventa immediatamente il titolo di apertura. La religione viene ripetuta in televisione, nei talk show, nei post dei politici. Si parla di immigrazione, sicurezza, frontiere. Quando invece il responsabile è europeo, italiano o appartenente all’estrema destra occidentale, il linguaggio cambia improvvisamente. Diventa un “lupo solitario“. Un individuo con problemi personali. Un caso isolato. Due pesi. Due misure. Due modi completamente diversi di raccontare la stessa violenza. Abdul Ballout era cittadino tedesco, di origini libanesi, nato e cresciuto a Berlino ma quello che conta per i titoli e i post è che fosse di religione musulmana e non che fosse tedesco ed europeo.
Questo non significa negare il terrorismo di matrice jihadista, né minimizzare il fondamentalismo islamico, che rappresenta una minaccia reale e che va combattuto con fermezza. Significa pretendere lo stesso rigore ogni volta che l’odio uccide. Perché il terrorismo non cambia natura in base al passaporto di chi lo compie.
Ma c’è un’altra riflessione che l’attentato di Berlino ci impone. Poche ore dopo l’attacco, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pubblicato un messaggio di solidarietà al popolo tedesco, ribadendo la condanna dell’Italia contro ogni forma di odio ed estremismo. Parole doverose. Parole che qualunque capo di governo dovrebbe pronunciare.
La domanda, però, è un’altra. Perché quella stessa determinazione sembra scomparire quando l’odio colpisce le persone LGBTQIA+ nel nostro Paese? E perché non vediamo la stessa urgenza quando una coppia viene aggredita perché si tiene per mano, quando un ragazzo viene insultato per strada, quando una persona transgender viene discriminata sul lavoro o quando un adolescente decide di togliersi la vita dopo mesi di bullismo omotransfobico?
Perché non sentiamo parlare della necessità di una legge che riconosca e contrasti in modo efficace i crimini d’odio basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere? Condannare un attentato è un dovere istituzionale. Costruire una cultura che prevenga l’odio dovrebbe esserlo altrettanto. E invece l’Italia continua a vivere una contraddizione evidente.
Da una parte si dichiara di combattere “qualsiasi forma di odio“. Dall’altra si evita sistematicamente di nominare una delle comunità che quell’odio lo subisce ogni giorno.
Non servono slogan. Non servono bandiere arcobaleno esibite per un giorno. Servono parole coerenti e, soprattutto, scelte politiche coerenti. Perché la violenza non comincia con un coltello.
Comincia quando una parte della società viene descritta come un problema, una minaccia o un bersaglio legittimo del dibattito pubblico. E allora la domanda non è se l’Italia sia solidale con Berlino. Lo è, ed è giusto che lo sia. La domanda è se saprà dimostrare la stessa solidarietà verso le proprie cittadine e i propri cittadini LGBTQIA+, trasformando finalmente quella condanna dell’odio in una tutela concreta dei loro diritti.
Le parole, però, contano. Sempre. E quelle pronunciate dopo l’attentato raccontano molto più della cronaca stessa.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di “solidarietà“, di “vicinanza” e della necessità di opporsi “a qualsiasi forma di odio ed estremismo“. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che “l’Europa unita si schiera contro l’ombra del terrorismo“. Parole condivisibili, doverose, che nessuno dovrebbe mettere in discussione.
Poi, però, il linguaggio cambia. Per Matteo Salvini il problema diventa immediatamente “il fanatismo islamico“, accompagnato dalla proposta di fermare qualsiasi concessione di spazi alle realtà islamiche fino a nuovi accordi con lo Stato.
Roberto Vannacci sceglie invece la provocazione politica, collegando l’attentato alle manifestazioni pro Palestina e all’immigrazione dai Paesi islamici. Rossano Sasso arriva a parlare di un “cortocircuito della sinistra LGBT“, contrapponendo la partecipazione di alcune realtà LGBTQIA+ a iniziative di solidarietà verso il popolo palestinese con la persecuzione delle persone omosessuali in molti Paesi a maggioranza musulmana. Sono dichiarazioni diverse tra loro, ma accomunate da un elemento: il dibattito si sposta immediatamente dall’attacco contro una manifestazione del Pride all’origine culturale e religiosa dell’attentatore e, di conseguenza, all’immigrazione e all’Islam.
Dall’altra parte, Alessandro Zan ricorda che quello di Berlino non è stato soltanto un fatto di cronaca, ma un attacco ai diritti fondamentali e chiede un gesto simbolico forte: la bandiera arcobaleno sul Bundestag come risposta democratica all’odio. Matteo Renzi allarga ulteriormente lo sguardo, ricordando che colpire un Pride a Berlino o una chiesa in Nigeria significa colpire gli stessi valori di libertà. Riccardo Magi, infine, pone una domanda scomoda alla destra italiana: se davvero la difesa delle persone LGBTQIA+ è diventata improvvisamente una priorità, perché continuare a negare quei diritti – dal matrimonio egualitario alle adozioni – che rappresentano il primo strumento di tutela contro ogni discriminazione?
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione. Perché se è giusto denunciare il fondamentalismo islamico quando si manifesta attraverso il terrorismo, è altrettanto necessario evitare che quella denuncia diventi l’unica chiave di lettura possibile. Altrimenti il rischio è quello di usare le persone LGBTQIA+ come argomento politico quando conviene, salvo dimenticarle quando chiedono tutele concrete nel proprio Paese.
Le parole di Giorgia Meloni, Antonio Tajani e degli altri esponenti del Governo parlano di lotta contro “qualsiasi forma di odio“. Ma se davvero vogliamo combattere ogni forma di odio, allora non possiamo limitarci a condannarlo quando esplode in un attentato. Dobbiamo riconoscerlo anche quando si manifesta nelle aggressioni omotransfobiche, nei discorsi d’odio, nelle discriminazioni quotidiane e nell’assenza di una legge capace di proteggere efficacemente le persone LGBTQIA+.
Perché la verità è che i diritti non possono essere evocati solo quando fanno comodo.
Non possiamo sventolare la bandiera della libertà davanti a un attentato e poi dimenticarci di chi quella libertà continua a vederla negata ogni giorno. Non possiamo indignarci per l’odio quando arriva da fuori e minimizzarlo quando nasce dentro le nostre città, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre istituzioni. E soprattutto non possiamo usare la comunità LGBTQIA+ come simbolo della superiorità dell’Occidente e, allo stesso tempo, continuare a negarle quelle tutele che gran parte dell’Europa considera ormai diritti acquisiti.
La violenza non comincia con un coltello in una piazza. Comincia quando si alimenta un clima in cui qualcuno vale meno di qualcun altro. Quando si sceglie il silenzio invece della responsabilità. Quando si parla di “qualsiasi forma di odio” senza avere il coraggio di chiamare quell’odio con il suo nome.
Se davvero vogliamo difendere la libertà, allora dobbiamo farlo sempre. Non solo quando l’attentatore ha una nazionalità da sbattere in prima pagina. Nequando la vittima fa notizia. Non solo quando l’indignazione porta consenso.
Perché una democrazia non si misura da come reagisce alle tragedie. Si misura da ciò che fa ogni giorno per impedire che l’odio trovi terreno fertile.
E finché in Italia continueremo a commemorare le vittime senza proteggere chi rischia di diventarlo, avremo trasformato la solidarietà in un esercizio di circostanza e i diritti in uno slogan. E una democrazia che sceglie gli slogan al posto del coraggio è una democrazia che, lentamente, smette di difendere sé stessa.
