Ogni anno vengono pubblicate decine di classifiche internazionali che misurano la qualità della vita, l’efficienza dei servizi pubblici, il livello dell’istruzione, la libertà di stampa e il rispetto dei diritti civili. E ogni anno l’Italia si ritrova a occupare posizioni che dovrebbero far riflettere un Paese che ama definirsi una delle grandi democrazie occidentali.
C’è un dato che dovrebbe far discutere più di molte polemiche televisive e di tanti slogan elettorali. Nel 2026 l’Italia occupa il 56° posto mondiale nella classifica sulla libertà di stampa elaborata da Reporters Sans Frontières. Cinquantaseiesimo posto.
Un numero che, preso da solo, potrebbe sembrare relativo paragonato al numero di paesi al mondo /180). Ma quando si restringe lo sguardo all’Europa e, soprattutto, all’Unione Europea, assume un significato ben diverso. Tra i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, l’Italia si colloca infatti al 23° posto. Peggio di noi fanno soltanto Bulgaria, Grecia, Cipro e Ungheria. Tradotto: uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea si trova oggi tra gli ultimi cinque Stati membri per libertà di stampa.
Non stiamo parlando di un indicatore economico o di una statistica marginale. Stiamo parlando di uno dei pilastri fondamentali di ogni democrazia: la libertà di informare e di essere informati. Eppure questo dato non sembra suscitare particolare preoccupazione nel dibattito pubblico. Forse perché la libertà di stampa è soltanto uno dei tanti ambiti in cui l’Italia sembra aver scelto di vivere costantemente in rincorsa. La sensazione è che il nostro Paese sia diventato il Paese che arriva sempre dopo.
Arriviamo dopo sui diritti. Mentre gran parte dell’Europa discute di come migliorare diritti già acquisiti, in Italia continuiamo ancora a confrontarci su questioni che altrove sono ormai considerate parte integrante di una società moderna. Il fine vita continua a essere ostaggio di rinvii e incertezze legislative. L’educazione sessuale e affettiva nelle scuole viene ancora trattata come un tema divisivo anziché come uno strumento di crescita, prevenzione e consapevolezza. Le adozioni per i single restano limitate e controverse, mentre l’accesso alla procreazione medicalmente assistita continua a essere oggetto di restrizioni che escludono molte persone dalla possibilità di costruire una famiglia.
A queste si aggiungono il mancato riconoscimento del matrimonio egualitario e le continue difficoltà che incontrano le famiglie omogenitoriali nel vedere riconosciuti pienamente i propri diritti. Non si tratta di battaglie ideologiche. Si tratta di capire se uno Stato debba accompagnare l’evoluzione della società oppure continuare a inseguirla con anni di ritardo.
Arriviamo dopo nell’università, nella ricerca e nel lavoro. Da anni migliaia di giovani laureati scelgono di lasciare l’Italia per costruire il proprio futuro all’estero. Una decisione che troppo spesso viene raccontata come una scelta personale, quando in realtà rappresenta una conseguenza diretta delle condizioni offerte dal nostro mercato del lavoro.
Dopo anni di studio, sacrifici e investimenti economici, molti giovani si scontrano con una realtà fatta di contratti precari, collaborazioni occasionali, stipendi insufficienti e percorsi professionali incerti. In numerosi settori altamente qualificati il problema non è trovare il lavoro dei propri sogni. Il problema è trovare un lavoro dignitoso.
Quando il lavoro c’è, spesso è sottopagato. Quando non è sottopagato, è mascherato da stage. E quando non è uno stage, troppo frequentemente non consente comunque di costruire una prospettiva di vita autonoma.
Lo stage, nato come strumento di formazione e inserimento professionale, continua in molti casi a trasformarsi in una forma di sfruttamento legalizzato, utilizzata per sostituire lavoro retribuito con manodopera a basso costo o addirittura gratuita.
Di fronte a questo scenario non sorprende che molti giovani professionisti scelgano Paesi dove le competenze vengono riconosciute economicamente, il merito è maggiormente valorizzato e le prospettive di crescita sono più concrete. L’Italia investe nella formazione delle nuove generazioni ma troppo spesso non riesce a trattenerle. Forma talenti che altri Paesi assumono, valorizzano e premiano.
Arriviamo dopo nella sanità. Per decenni il Servizio Sanitario Nazionale è stato considerato uno dei simboli più importanti della nostra Repubblica. Oggi, però, le liste d’attesa sempre più lunghe, la carenza di personale medico e infermieristico e il crescente ricorso alla sanità privata raccontano una realtà diversa. Sempre più cittadini si trovano davanti a una scelta che non dovrebbe esistere: aspettare mesi oppure pagare. Una situazione che rischia di trasformare il diritto alla salute in un privilegio legato alle possibilità economiche individuali.
Arriviamo dopo anche nella risposta alla crisi demografica. Da anni l’Italia registra uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa. Eppure il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli effetti del problema, senza affrontarne davvero le cause: salari insufficienti, precarietà lavorativa, costo della vita sempre più elevato, difficoltà nell’accesso alla casa e servizi spesso inadeguati per chi decide di avere figli. Naturalmente nessuna classifica è sufficiente, da sola, a raccontare la complessità di un Paese.
L’Italia continua a essere una nazione ricca di competenze, creatività, cultura e professionalità. Lo dimostrano ogni giorno i suoi insegnanti, i suoi medici, i suoi ricercatori, i suoi imprenditori e milioni di cittadini che continuano a credere nel valore della cosa pubblica.
Ma proprio per questo i numeri non possono essere ignorati. Perché quando uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea si ritrova al 23° posto su 27 per libertà di stampa, quando continua a perdere giovani qualificati, quando fatica a garantire cure tempestive e quando resta indietro sul riconoscimento di diritti che altrove sono ormai consolidati, il problema non riguarda più un singolo settore. Riguarda la direzione che il Paese ha scelto di prendere.
Per troppo tempo abbiamo preferito raccontarci che i problemi fossero temporanei, che il ritardo fosse recuperabile da solo, che bastasse attendere. Abbiamo trasformato l’eccezione in normalità e la rassegnazione in una forma di sopravvivenza collettiva.
Ma le classifiche, i dati e la realtà quotidiana raccontano qualcosa di diverso. Raccontano la storia di un Paese che continua a vivere del prestigio costruito dalle generazioni precedenti, ma che fatica sempre più a costruire il proprio futuro. Un Paese che si definisce moderno ma che troppo spesso si scopre impreparato davanti alle sfide della contemporaneità. Un Paese che celebra le proprie eccellenze mentre fatica a garantire diritti, opportunità e prospettive a tutti i suoi cittadini. Essere fanalino di coda non è una condanna. Rassegnarsi a esserlo, invece, è una scelta.
