Il problema non è il woke. È la sinistra


C’è qualcosa di quasi surreale nel dibattito politico italiano di questi giorni. A meno di un anno dalle elezioni, con un Paese che deve fare i conti con salari, sanità, costo della vita, precarietà, denatalità, sicurezza, scuola, pensioni, diritti e una fiducia sempre più fragile nei confronti della politica, una parte del centrosinistra ha trovato finalmente il nemico da combattere. Il woke.

Giuseppe Conte ha aperto il dibattito sostenendo che alla sinistra non serva il woke e raccontando di averne sperimentato personalmente gli “eccessi“. Matteo Renzi gli è andato dietro: le elezioni, sostiene, si vincono sugli stipendi e non sull’ideologia woke. Benissimo. C’è soltanto un piccolo problema.

Quale woke?

Perché a forza di importare dagli Stati Uniti parole, categorie e guerre culturali rischiamo di dimenticarci di vivere in Italia. “Woke” nasce dalla cultura afroamericana e significa letteralmente essere svegli, consapevoli, soprattutto davanti alle ingiustizie razziali e sociali. Negli anni il termine ha allargato enormemente il proprio significato, comprendendo battaglie contro razzismo, sessismo, omobilesbotransfobia e discriminazioni. Poi, soprattutto negli Stati Uniti, una parte di quella cultura ha assunto caratteristiche più radicali: cancel culture, esasperazioni linguistiche, riletture talvolta discutibili della storia e dell’arte, contrapposizioni identitarie. Possiamo discuterne, criticarne gli eccessi. Possiamo persino riconoscere che in alcuni ambienti progressisti americani una cultura nata per includere abbia finito talvolta per creare nuovi recinti. Ma possiamo anche dire una cosa molto semplice? Quella rivoluzione woke, in Italia, non c’è mai stata.

Non abbiamo avuto università trasformate su larga scala dalle culture identitarie americane. Non abbiamo avuto una classe politica progressista costruita intorno alla cancel culture. Soprattutto non abbiamo avuto governi che abbiano imposto una fantomatica agenda woke. A dire il vero, facciamo ancora fatica persino ad approvare alcune delle conquiste civili che altrove appartengono da anni alla normalità democratica. Non abbiamo il matrimonio egualitario. Nessuna legge organica contro i crimini d’odio omolesbobitransfobici. Continuiamo a discutere del riconoscimento delle famiglie omogenitoriali. L’educazione sessuale e affettiva nelle scuole continua a provocare battaglie ideologiche. Le persone transgender devono ancora affrontare discriminazioni e ostacoli.

E mentre accade tutto questo, una parte della politica progressista italiana si interroga preoccupata su come liberarsi del woke. Da cosa esattamente dobbiamo liberarci? Dal troppo riconoscimento delle famiglie arcobaleno che non abbiamo riconosciuto? Dalla troppa educazione sessuo-affettiva che non abbiamo introdotto? Della troppa tutela contro l’omotransfobia che non abbiamo approvato? Forse abbiamo confuso l’Italia con la California. Ed è proprio qui che il ragionamento di Conte e Renzi, pur partendo da una questione reale, rischia di prendere la direzione sbagliata.

Conte sostiene correttamente che una forza progressista debba occuparsi delle diseguaglianze. Renzi dice altrettanto correttamente che le elezioni si vincono parlando di stipendi, benessere economico e vita quotidiana. La domanda allora diventa inevitabile: perché non cominciate a farlo? Perché invece di spiegare agli italiani cosa farebbe un governo progressista nei primi cento giorni continuiamo a discutere di woke? Dove sono le proposte? Quanto dovrebbe essere il salario minimo? Come pensate di intervenire sulle liste d’attesa nella sanità? Cosa volete fare per chi non riesce più a permettersi un affitto nelle grandi città? Qual è il vostro piano per i giovani che lavorano per 1.200 euro al mese? Come intendete affrontare la crisi demografica? Quale politica industriale immaginate per l’Italia? Cosa volete fare sulle pensioni? Sulla scuola e sulla sicurezza? Sui diritti civili? Sull’immigrazione? Sull’Europa? Qual è, insomma, l’Italia che volete costruire?

Perché questo dovrebbe raccontare un’opposizione che vuole diventare governo. E invece continuiamo a conoscere molto meglio ciò che il centrosinistra non vuole di ciò che vuole. Sappiamo che non vuole Meloni. Tantomeno sappiamo che non vuole Salvini. E soprattutto sappiamo che non vuole Vannacci. Sappiamo che Conte non vuole gli eccessi del woke. Adesso sappiamo che neppure Renzi li vuole. Fantastico. Ma noi dovremmo votare qualcuno perché sappiamo cosa non gli piace?

Nel frattempo la destra ha già iniziato la propria campagna elettorale. Giorgia Meloni costruisce da mesi la narrazione del proprio governo e della prossima sfida politica. Matteo Salvini occupa quotidianamente lo spazio mediatico sui temi che considera più redditizi. Roberto Vannacci ha compreso perfettamente una regola elementare della politica contemporanea: ripetere pochi concetti, continuamente, fino a renderli riconoscibili. Possiamo detestare quelle idee e soprattutto possiamo contestarle, smontarle una per una. Ma almeno sappiamo quali sono. A sinistra, invece, siamo ancora alla domanda preliminare: chi sarà il volto? Schlein? Conte? Un candidato scelto attraverso le primarie? Una figura esterna? Renzi? E il centro? Il Movimento 5 Stelle? AVS? E come staranno tutti insieme?

Il famoso “campo largo“. Un campo che, per il momento, di largo sembra avere soprattutto la pretesa di contenere tutti senza avere ancora spiegato agli italiani per fare cosa. Ed è questo il problema. Non il woke, non lo schwa, non la cancel culture, non le battaglie identitarie americane. La credibilità.

Woke o Italia?

La sinistra italiana non deve convincere gli elettori che ha finalmente sconfitto il woke. Deve convincerli che sa governare. Deve tornare a parlare a chi non arriva alla fine del mese senza per questo abbandonare chi chiede diritti. Perché questa contrapposizione è un’altra trappola. O i salari o i diritti, o il lavoro o le minoranze, o la sanità o le famiglie arcobaleno. Ma chi lo ha deciso? Una forza progressista dovrebbe essere capace di occuparsi contemporaneamente dello stipendio di un operaio e del diritto di suo figlio gay a non subire discriminazioni.

Dovrebbe preoccuparsi dell’affitto di una lavoratrice precaria e contemporaneamente del diritto della sua collega lesbica a vedere riconosciuta la propria famiglia. Dovrebbe garantire una sanità pubblica efficiente e assicurarsi che una persona transgender entri in quell’ospedale senza incontrare pregiudizi. Questa dovrebbe essere la sinistra. Non scegliere tra diritti sociali e diritti civili. Unirli.

Perché la dignità di una persona non si divide in compartimenti stagni. Conte ha ragione quando dice che il woke non può diventare una religione morale autoreferenziale. Ha ragione anche quando ricorda che quella cultura ha contribuito a sviluppare maggiore attenzione verso razzismo, sessismo e discriminazioni. Il problema nasce quando trasformiamo gli eccessi di quella cultura nel grande processo alla sinistra italiana. Perché rischiamo di combattere una guerra americana che da noi non è mai realmente iniziata mentre perdiamo quella italiana che dovremmo cercare di vincere. E qui arriviamo all’altro grande equivoco. L’America.

Da anni importiamo dagli Stati Uniti il peggio delle loro guerre culturali. Importiamo parole, nemici, categorie politiche e persino slogan. La destra italiana ha importato con straordinaria efficacia la battaglia contro il woke, la retorica anti-gender e una parte del linguaggio trumpiano. E adesso rischia di fare lo stesso anche la sinistra, soltanto al contrario: prendere la crisi del progressismo americano e convincersi che quella sia automaticamente la propria crisi. Ma l’Italia non è l’America. E soprattutto l’America non è soltanto Donald Trump.

C’è un’altra America che prova a ricostruire un’alternativa parlando di lavoro, welfare, sanità, casa, salari e diseguaglianze senza necessariamente cancellare dalla propria agenda i diritti delle minoranze. Forse è quella che dovremmo osservare. Non per copiarla. Ma per ricordarci una cosa elementare: un’alternativa politica funziona quando offre alle persone qualcosa per cui votare, non soltanto qualcuno contro cui votare. Ed è qui che il centrosinistra italiano continua a mostrare tutta la propria debolezza. Critica. Commenta. Reagisce. Si indigna. Ogni dichiarazione di Meloni diventa una conferenza stampa. Ogni frase di Salvini produce dieci comunicati. Le provocazione di Vannacci occupano per giorni il dibattito progressista. La destra decide l’argomento e la sinistra risponde; la destra provoca e la sinistra si indigna; la destra detta l’agenda e la sinistra la commenta. E chi detta l’agenda politica ha già vinto metà della battaglia.

Se domani governaste l’Italia, cosa cambierebbe davvero nella vita degli italiani?

A meno di un anno dalle elezioni non basta più dire che Giorgia Meloni governa male. Bisogna spiegare come governereste voi. Non basta denunciare ciò che non funziona. Bisogna raccontare come intendete aggiustarlo. Non basta costruire un campo abbastanza largo da contenere tutti. Bisogna riempirlo di idee. E soprattutto bisogna smettere di pensare che per recuperare l’elettorato sia necessario sacrificare alcune battaglie civili sull’altare del consenso.

Perché se la sinistra, per battere la destra, comincia a parlare come la destra, forse potrà conquistare qualche voto. Ma rischierà di perdere definitivamente la ragione per cui qualcuno dovrebbe sceglierla. Il woke non è il problema della sinistra italiana. Probabilmente non lo è mai stato. Il problema è una forza politica che da troppo tempo sa perfettamente contro chi vuole combattere e molto meno chiaramente per cosa vuole combattere. E allora, invece di chiederci quanto woke debba essere la sinistra, proviamo a porre una domanda molto più semplice a Conte, Schlein, Renzi e a tutti quelli che aspirano a costruire un’alternativa.

Giorgia Meloni sta già raccontando la sua risposta. Roberto Vannacci pure. E mentre il campo largo continua a discutere di quanto debba essere largo, dall’altra parte hanno già cominciato a correre. Le elezioni non si vincono spiegando agli italiani perché devono avere paura degli altri. Ma non si vincono nemmeno spiegando loro soltanto perché gli altri sono peggiori. Si vincono dando alle persone una ragione per credere che domani possa essere migliore di oggi. Ed è proprio quella ragione che, a pochi mesi dal voto, la sinistra deve ancora trovare.

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