Il programma di Futuro Nazionale promette l’Italia del 2027-2037. Ma tra famiglia “naturale”, natalismo, quote azzurre, patriarcato, identità cristiana e remigrazione, alcune idee sembrano arrivare da un passato che questo Paese dovrebbe conoscere molto bene.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel chiamare Futuro Nazionale un progetto politico che, in alcuni dei suoi punti più identitari, sembra guardare molto più indietro che avanti.
Il programma del partito di Roberto Vannacci si presenta come una proposta per l’Italia del 2027-2037. Circa cento pagine, almeno nelle due parti già pubblicate, nelle quali non troviamo soltanto immigrazione e sicurezza. C’è un’idea complessiva di società: famiglia, natalità, donne, aborto, unioni civili, religione, educazione, cittadinanza, identità nazionale. Lo stesso documento definisce il progetto “radicato nella Tradizione romana e cristiana” e individua quattro linee considerate insindacabili: difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, famiglia naturale, identità cristiana e concezione romana del diritto. Liquidare tutto questo con una risata sarebbe un errore. Liquidarlo semplicemente come fascismo sarebbe altrettanto facile.
Molto più interessante è fare qualcosa che in Italia sembriamo avere progressivamente dimenticato: aprire i libri di storia. Perché la domanda non è se Roberto Vannacci sia Benito Mussolini. Non lo è. Non siamo nel 1922, non esiste il Partito Nazionale Fascista, non ci sono le camicie nere al governo e viviamo, fortunatamente, dentro una democrazia costituzionale. La domanda è un’altra: quante delle idee presentate come futuro hanno precedenti riconoscibili nel passato autoritario dell’Italia? E qui le coincidenze cominciano a diventare difficili da ignorare.
Prima la famiglia. Ma soltanto quella giusta
Futuro Nazionale parla di “famiglia naturale“. Contesta le unioni civili, considera il matrimonio come istituto fondato sull’unione tra uomo e donna e costruisce intorno alla natalità una parte importante del proprio progetto politico. Nella seconda parte del programma arriva inoltre a sostenere che l’aborto non sia un diritto. Anche qui bisogna essere precisi: difendere la famiglia “tradizionale” non significa essere fascisti. Essere contrari all’aborto non significa essere fascisti. Volere più figli in Italia non significa essere fascisti. Il problema emerge quando cominciamo a mettere insieme i pezzi. Famiglia tradizionale. Natalità come interesse nazionale. Privilegi legati al numero dei figli. Maternità. Contrasto all’aborto. Ruoli familiari. Identità nazionale. Perché questo insieme di concetti possiede un precedente storico piuttosto ingombrante.
Il fascismo fece della demografia una questione politica. Il regime esaltò famiglia e maternità, istituì l’Unione fascista fra le famiglie numerose, premiò le madri prolifiche, introdusse prestiti matrimoniali, agevolazioni fiscali per le famiglie numerose e persino un’imposta sui celibi. Combatté la propaganda anticoncezionale e l’aborto e intervenne sul lavoro femminile, limitando l’accesso delle donne a numerosi impieghi. Mussolini collegava esplicitamente la potenza della nazione alla sua forza demografica. Quasi un secolo dopo nessuno propone di ricostruire integralmente quel sistema. Ma quando la procreazione torna a diventare materia attraverso la quale lo Stato stabilisce quali comportamenti familiari incentivare e quali modelli considerare preferibili, ricordare dove abbiamo già incontrato questa concezione non significa strumentalizzare la storia. Significa conoscerla.
Le “quote azzurre”. Questa volta il precedente è scritto nelle leggi fasciste
C’è poi una proposta sulla quale il confronto diventa ancora più interessante. Futuro Nazionale propone le cosiddette “quote azzurre”, cioè meccanismi di favore nei concorsi pubblici legati alla presenza di figli e alle famiglie numerose. Sembra una provocazione contemporanea. Peccato che qualcosa di sorprendentemente simile sia già esistito. Nel 1937 il regime fascista stabilì agevolazioni per coniugati e persone con figli nell’accesso ai concorsi pubblici. Un regio decreto arrivò a riservare, per determinate categorie, un decimo dei posti messi a concorso ai candidati coniugati e con prole che avessero conseguito l’idoneità. La politica demografica fascista prevedeva inoltre condizioni di priorità negli impieghi pubblici per coniugati e padri di numerosa prole e preferenze per le famiglie numerose nell’assegnazione delle case popolari. Qui non servono aggettivi. Bastano le date.
1937: precedenze e riserve negli impieghi pubblici per coniugati e genitori.
2026: Futuro Nazionale propone le “quote azzurre”.
Non sono normative identiche e sarebbe scorretto sostenerlo. Ma qualcuno dovrebbe almeno spiegare perché una proposta presentata come innovazione per l’Italia del prossimo decennio ricordi così da vicino uno degli strumenti utilizzati dalla politica natalista del Ventennio.
Il ritorno del patriarcato. Questa volta senza nemmeno cambiare nome
Poi arriviamo al “patriarcato mediterraneo“. Nel programma di Futuro Nazionale si legge che dove scompare ogni traccia della società patriarcale si assisterebbe a un preoccupante aumento della violenza sulle donne. Il passaggio ha provocato fortissime polemiche politiche. Qui la questione va oltre Vannacci. Perché per decenni le donne hanno combattuto precisamente per liberarsi da una società nella quale il loro ruolo veniva determinato in funzione dell’uomo, della famiglia e della maternità.
Durante il fascismo questa concezione non rimase confinata alle opinioni personali. Diventò politica pubblica. Il regime ridusse l’occupazione professionale femminile, escluse le donne da una parte degli impieghi pubblici, ne limitò l’occupazione nell’industria e costruì una parte della propria politica demografica intorno all’esaltazione della maternità. Futuro Nazionale non propone oggi di cacciare le donne dagli uffici pubblici. Sarebbe falso attribuirglielo. Ma quando nel 2026 qualcuno sente il bisogno di recuperare politicamente persino la parola patriarcato, dichiarare che il femminicidio non esiste, forse chiedersi quale modello sociale stia immaginando non rappresenta un eccesso della sinistra woke. Rappresenta il minimo sindacale della memoria storica.
Dio, Patria e Famiglia. Ma lo Stato è di tutti
E poi c’è l’identità cristiana. Futuro Nazionale la inserisce tra i propri principi insindacabili. Nella seconda parte del programma viene definita elemento pubblico della tradizione nazionale e viene espressa opposizione a una concezione della laicità giudicata eccessivamente rigida. Ed è qui che bisogna ricordare una cosa fondamentale. L’Italia non è uno Stato cristiano. Non è uno Stato cattolico. L’Italia è uno Stato laico.
Non significa essere contro il cristianesimo. Significa esattamente il contrario: permettere al cristiano di essere cristiano, al musulmano di essere musulmano, all’ebreo di essere ebreo e all’ateo di non credere in alcun Dio senza che lo Stato stabilisca quale coscienza sia più italiana delle altre. La nostra Costituzione stabilisce l’eguaglianza dei cittadini senza distinzione di religione. E la Corte costituzionale, con la storica sentenza 203 del 1989, ha riconosciuto la laicità dello Stato come principio supremo dell’ordinamento costituzionale, precisando che essa garantisce la libertà religiosa all’interno di un pluralismo confessionale e culturale. C’è un dettaglio storico ancora più significativo.
Il Trattato lateranense del 1929 riaffermava il cattolicesimo come religione dello Stato. Quella concezione confessionale è stata definitivamente superata: la stessa Corte costituzionale ricorda che con l’accordo del 1984, entrato in vigore nel 1985, venne formalmente abbandonato il principio della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano. La Repubblica ha scelto un’altra strada. Ed è una strada che dovremmo difendere. Una religione può orientare la coscienza di un cittadino. Non può diventare la coscienza obbligatoria dello Stato.
Roberto Vannacci ha tutto il diritto di considerare l’identità cristiana fondamentale per la propria vita e per il proprio pensiero politico. Un cattolico ha il diritto di considerare l’aborto moralmente inaccettabile. Una persona ha il diritto di credere che la famiglia ideale sia composta da un uomo e una donna. Ma lo Stato deve fermarsi esattamente dove comincia la libertà degli altri. Perché quando una convinzione religiosa diventa il criterio attraverso il quale decidere i diritti di chi quella religione non professa, non stiamo più discutendo di fede. Stiamo discutendo della laicità della Repubblica. E nel contempo è abbastanza comico che in questo caso il modo di pensare dei mussulmani vada così a genio all’ex generale.
L’italiano giusto
Lo stesso problema ritorna quando parliamo di immigrazione. Futuro Nazionale propone la remigrazione, lo stop ai decreti flussi, fortissime limitazioni ai ricongiungimenti familiari, vent’anni di residenza per ottenere la cittadinanza e un modello fortemente assimilazionista. Anche qui rifiuto un paragone semplicistico. La remigrazione proposta oggi non equivale alle leggi razziali fasciste del 1938. Scriverlo significherebbe banalizzare la gravità delle leggi razziali e rendere meno credibile qualsiasi critica al programma attuale. Ma possiamo porre una domanda diversa.
Che cosa accade quando una comunità politica smette progressivamente di essere definita dalla cittadinanza e comincia a essere definita attraverso identità culturale, religione, origine e assimilazione? Chi decide chi è abbastanza italiano? Il musulmano nato a Torino? La ragazza nera nata a Roma? Il bambino con genitori marocchini che parla soltanto italiano? L’ateo? La coppia omosessuale? La donna che decide di interrompere una gravidanza? La famiglia senza figli? Sono tutti italiani allo stesso modo oppure esiste un modello di italiano culturalmente più desiderabile degli altri?
La nostra Costituzione una risposta ce l’ha già data: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. È l’articolo 3. Forse dovremmo ricominciare da lì.
Il fascismo non è un costume di carnevale
C’è un errore che commettiamo continuamente quando parliamo di fascismo. Pensiamo che per riconoscerlo sia necessario vedere una camicia nera. Cerchiamo il saluto romano, il fez, l’olio di ricino, Piazza Venezia, il manganello. E finché non troviamo una copia perfetta del 1922 possiamo tranquillizzarci dicendo: vedete? Il fascismo non c’è. Ma la storia non funziona così. Le ideologie non sopravvivono necessariamente attraverso le proprie uniformi. Possono sopravvivere attraverso le idee.
La società gerarchica. La famiglia trasformata in interesse nazionale. La natalità considerata strumento della forza della Nazione. La maternità elevata a funzione sociale. La preferenza pubblica per le famiglie numerose. La religione intrecciata all’identità nazionale. La distinzione sempre più marcata tra chi appartiene alla comunità e chi deve dimostrare di meritarla. L’ordine elevato a risposta alla complessità. La diffidenza verso tutto ciò che mette in discussione ruoli sociali tradizionali. Presi singolarmente, questi elementi non fanno automaticamente fascismo. Ma quando iniziano a comporre un unico disegno politico, confrontarli con ciò che è accaduto nella storia italiana non è allarmismo. È dovere civile.
Il futuro secondo Vannacci? Più passato e meno presente
Ed è questo, alla fine, il punto. Roberto Vannacci ha fatto qualcosa che molti altri leader politici italiani non riescono più a fare: ha raccontato chiaramente quale società vuole. Possiamo almeno riconoscerglielo. Il problema è che quando leggiamo quel progetto troviamo una famiglia considerata più meritevole delle altre, una natalità che diventa interesse politico nazionale, il recupero del patriarcato, l’identità cristiana elevata a principio politico, l’aborto messo in discussione, le unioni civili contestate, la remigrazione e persino quote nei concorsi legate alla famiglia. E alcune di queste idee hanno precedenti storici documentabili proprio nell’Italia fascista.
Non significa che Futuro Nazionale sia il Partito Nazionale Fascista. Non significa che Vannacci sia Mussolini. Significa qualcosa di molto più semplice: abbiamo già visto alcune di queste idee. E proprio perché le abbiamo già viste dovremmo avere gli strumenti culturali per riconoscerle, discuterle e contrastarle senza aspettare che qualcuno si presenti in camicia nera per autorizzarci a preoccuparci. Perché la democrazia non si difende quando è già stata cancellata. Si difende prima. Si difende quando qualcuno stabilisce che esiste una famiglia più naturale delle altre.
Quando la religione della maggioranza rischia di trasformarsi nell’identità dello Stato e il patriarcato smette di essere un sistema da superare per diventare qualcosa da proteggere. Avere molti figli diventa allora un titolo preferenziale nei rapporti con lo Stato, mentre essere cittadini sembra non bastare più: bisogna anche dimostrare di appartenere culturalmente alla comunità. E i diritti delle minoranze finiscono per essere raccontati non come diritti, ma come concessioni che la maggioranza può decidere di accordare o ritirare.
C’è persino un punto nel quale il programma sembra dimenticare per un istante di essere un programma. “La formulazione deve essere tecnica e prudente“, si legge nel documento. Una frase curiosa: più simile a un’indicazione destinata a chi deve redigere un testo che a una proposta rivolta agli elettori. È una nota editoriale sfuggita alla revisione? Un’indicazione proveniente da uno dei tanti contributori? Una traccia di un processo di scrittura assistito dall’intelligenza artificiale? Dal solo testo non possiamo saperlo. Ma in un documento che alterna una prosa ideologica fortemente personale a lunghe sezioni tecniche straordinariamente uniformi, la domanda sulla modalità con cui queste cento pagine siano state materialmente costruite è quantomeno legittima.
Il programma si chiama Futuro Nazionale. Forse la domanda che dovremmo porci è proprio questa: quanto del futuro che ci stanno promettendo assomiglia a un passato dal quale la nostra Repubblica è nata proprio per prendere le distanze? La storia non torna mai vestita nello stesso modo. Ma questo non significa che non possa tornare a parlare la stessa lingua.
