C’è un numero che continua a rimbalzarmi in testa leggendo quello che è accaduto a Porto Istana, vicino a Olbia, nella notte tra il 13 e il 14 agosto. Trenta. Trenta contro uno.
Angelo Ratti, 39 anni, promoter e fondatore del collettivo musicale queer Il Biscotto della Fortuna, è stato circondato e aggredito al termine di una serata sulla spiaggia. Sassate, calci, pugni al volto e insulti omofobi. Una violenza che, secondo la sua testimonianza, sarebbe iniziata mentre lui e il suo gruppo stavano smontando le attrezzature e sarebbe proseguita anche dopo che era riuscito a liberarsi. Alcuni amici intervenuti per aiutarlo sarebbero stati colpiti a loro volta.
Le immagini pubblicate sui social mostrano il suo volto tumefatto, il sangue, le ferite, il successivo ricovero in ospedale. Angelo ha parlato esplicitamente di un’aggressione omofoba e premeditata. Saranno le indagini a stabilire responsabilità, dinamica e movente, perché distinguere ciò che è stato denunciato da ciò che è già stato accertato è un dovere. Ma c’è qualcosa su cui possiamo interrogarci già oggi.
Quanto odio serve ancora?
Quanti insulti, quanti pugni, quante aggressioni dobbiamo ancora raccontare prima di smettere di considerare l’omofobia una questione marginale? Perché ogni volta ricominciamo da capo.
Aspettiamo di conoscere tutti i dettagli. Ci interroghiamo sul contesto. Cerchiamo la provocazione, il litigio precedente, il motivo alternativo. E naturalmente è giusto che chi indaga ricostruisca ogni elemento. Ma troppo spesso questa necessaria prudenza giudiziaria diventa una gigantesca zona di conforto collettiva: finché qualcuno non certifica l’odio con un timbro, possiamo fingere che l’odio non esista. A Porto Istana, secondo il racconto della vittima, gli insulti omofobi avrebbero accompagnato le botte. Non un dettaglio folkloristico, non una parola pronunciata per caso, ma un elemento che non possiamo semplicemente cancellare dalla storia.
E poi c’è quel numero. Trenta. Perché se la ricostruzione troverà conferma, non staremo parlando soltanto della violenza di un singolo individuo che perde il controllo. Staremo parlando di un gruppo. E quando la violenza diventa collettiva accade qualcosa di ancora più inquietante: la responsabilità individuale sembra sciogliersi dentro il branco. Uno colpisce, un altro insulta, qualcuno trattiene, qualcuno guarda.
E proprio gli occhi di chi guarda sono forse la parte più difficile da ignorare. Angelo sostiene che circa cinquanta persone avrebbero assistito alla scena senza intervenire. Anche questo è un elemento della sua testimonianza che dovrà essere verificato. Ma se fosse confermato, sarebbe una delle immagini più terribili di questa storia. Perché l’omofobia non vive soltanto nel pugno di chi colpisce. Vive anche nell’indifferenza di chi considera quel pugno un problema di qualcun altro.
E la vicenda raccontata da Angelo contiene un altro episodio che, se confermato, sarebbe semplicemente intollerabile. Secondo la sua testimonianza, all’arrivo dei soccorsi una componente dell’équipe avrebbe esitato prima di prestargli le cure, chiedendo se fosse omosessuale e manifestando timori legati a un possibile contagio. Nel 2026.
Dopo decenni di informazione sull’HIV; milioni di campagne contro lo stigma; anni trascorsi a spiegare che essere gay non significa essere malati e che l’HIV non si trasmette toccando una persona. Se questa ricostruzione verrà confermata, non parleremo più soltanto dell’ignoranza di un gruppo di ragazzi. Parleremo di un pregiudizio che sarebbe riuscito a entrare persino nel momento in cui una persona ferita chiede aiuto.
Ed è qui che questa storia smette definitivamente di riguardare soltanto Angelo. Perché abbiamo trascorso anni a sentirci ripetere che ormai essere gay in Italia non sarebbe più un problema: che i Pride non servirebbero più. Che la comunità LGBTQIA+ avrebbe ottenuto abbastanza. Che parlare continuamente di omofobia significherebbe esasperare le differenze.
Poi arriva una notte d’agosto in Sardegna e un uomo racconta di essere finito in ospedale dopo essere stato preso a calci, pugni e sassate mentre qualcuno gli urlava insulti omofobi. E improvvisamente tutta quella retorica sulla presunta uguaglianza raggiunta mostra le sue crepe. Il problema non è sostenere che l’Italia sia un Paese composto da omofobi. Sarebbe falso e persino inutile.
Il problema è continuare a comportarci come se l’omofobia fosse sempre un’eccezione. Un episodio. Una bravata. Una parola di troppo. Un’aggressione che forse aveva altre ragioni. Un ragazzo che scherzava. Un politico che è stato frainteso. Una battuta infelice. Sempre qualcosa di diverso dall’omofobia.
E così, mentre discutiamo sul nome da darle, qualcuno continua a subirla. C’è poi un altro elemento della denuncia di Angelo che merita risposte. L’uomo sostiene di essersi rivolto a cinque caserme nei comuni intorno a Olbia per formalizzare la denuncia e di non esserci riuscito, secondo quanto gli sarebbe stato riferito, per carenza di personale; gli sarebbe stato suggerito di procedere una volta tornato a Milano. Anche questa circostanza necessita di verifiche, ma proprio per la sua gravità non può essere ignorata.
Perché una persona che denuncia di essere stata massacrata di botte non dovrebbe mai avere la sensazione di dover cercare qualcuno disposto ad ascoltarla. Ed eccoci di nuovo alla politica. O forse, questa volta, al suo silenzio.
Perché mentre le fotografie del volto tumefatto di Angelo Ratti circolano sui giornali e sui social, mentre leggiamo il racconto di un uomo che denuncia di essere stato preso a calci, pugni e sassate accompagnati da insulti omofobi, dal Governo nazionale non è ancora arrivata una presa di posizione pubblica sulla vicenda.
Nessuna parola della Presidente del Consiglio. Nessuna condanna pubblica del Governo. Nessun messaggio che dica, semplicemente e senza ambiguità, che se il movente omofobo denunciato dalla vittima verrà confermato, quello che è accaduto a Porto Istana riguarda tutti noi.
Ma il problema, ormai, non è neppure il silenzio di queste ore. È il silenzio di questi anni. Perché indignarsi dopo un’aggressione è importante. Fare in modo che chi aggredisce una persona perché gay, lesbica, bisessuale o transgender incontri un ordinamento capace di riconoscere pienamente anche quella matrice d’odio lo è ancora di più.
E l’Italia, nel 2026, non ci è ancora arrivata. Abbiamo norme che puniscono aggressioni, lesioni, minacce e altri reati. Abbiamo strumenti contro alcune forme di discriminazione. Ma il nostro ordinamento penale continua a non equiparare in maniera organica l’odio fondato sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere alle motivazioni discriminatorie già espressamente contemplate dalla disciplina sui crimini d’odio.
È esattamente uno dei vuoti che il DDL Zan avrebbe provato a colmare, estendendo agli atti discriminatori e violenti motivati da sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità le tutele previste dagli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale.
Quel provvedimento venne affossato al Senato nel 2021. Sono passati cinque anni. Nel frattempo abbiamo continuato a contare aggressioni, insulti, minacce e discriminazioni. E siamo ancora qui a discutere se chiamare l’omofobia con il suo nome. È questa la parte più difficile da accettare.
Perché lo Stato non può limitarsi ad arrivare dopo. Non può occuparsi soltanto di identificare e punire chi eventualmente verrà riconosciuto responsabile di un pestaggio. Uno Stato deve anche scegliere quali fenomeni riconoscere, quali messaggi mandare alla società e quali persone proteggere esplicitamente quando diventano bersaglio dell’odio per ciò che sono.
E qui emerge una contraddizione politica enorme. Soltanto poche settimane fa, dopo l’attentato al Pride di Berlino, abbiamo ascoltato esponenti della maggioranza italiana ergersi a difensori delle persone omosessuali contro il fondamentalismo islamico. Abbiamo sentito parlare di libertà occidentali, di gay e lesbiche perseguitati nei Paesi musulmani, della necessità di difendere i nostri valori.
Parole. A Porto Istana, invece, l’omofobia denunciata sarebbe esplosa a casa nostra, in una notte d’estate italiana. E improvvisamente quelle voci diventano molto più difficili da sentire. È proprio questa differenza che dovrebbe interrogarci.
I diritti delle persone LGBTQIA+ non possono diventare uno strumento politico da utilizzare quando servono per attaccare l’immigrazione, l’Islam o l’avversario di turno e tornare nel cassetto quando quelle stesse persone chiedono protezione in Italia.
Se davvero crediamo che perseguitare una persona omosessuale sia incompatibile con i nostri valori, allora dobbiamo crederlo a Teheran come a Olbia. Se pensiamo che gay, lesbiche, bisessuali e persone transgender debbano vivere liberi, dobbiamo garantire quella libertà non soltanto nei discorsi, ma nelle leggi. E se davvero diciamo di voler combattere “ogni forma di odio“, dobbiamo avere il coraggio di nominarle tutte. Anche l’omofobia, la lesbofobia, anche la bifobia e la transfobia. Altrimenti rimangono soltanto parole.
E forse Porto Istana dovrebbe costringerci finalmente a porre al Governo una domanda molto semplice: quante persone dovranno ancora essere insultate, minacciate o picchiate prima che la tutela contro l’omolesbobitransfobia smetta di essere considerata una battaglia ideologica e diventi una questione di civiltà?
Perché una legge non impedirà a ogni omofobo di odiare. Esattamente come le leggi contro il razzismo non hanno cancellato il razzismo e quelle contro la violenza sulle donne non hanno cancellato la violenza. Ma una legge dice da che parte sta lo Stato.
E quando qualcuno manda un uomo in ospedale a calci, pugni e sassate, accompagnando la violenza con insulti omofobi, lo Stato deve scegliere da che parte stare. E quella scelta non è un dettaglio. È il minimo che una democrazia dovrebbe essere capace di dire.
Non sappiamo ancora quale sarà l’esito delle indagini su Porto Istana. Non sappiamo ancora quante persone gli investigatori identificheranno, quali responsabilità emergeranno e come la giustizia giudicherà quanto accaduto. Ma non abbiamo bisogno di aspettare una sentenza per porci una domanda molto più grande.
Che Paese vogliamo essere?
Un Paese nel quale una persona LGBTQIA+ deve ancora calcolare dove può tenere per mano il proprio compagno, come vestirsi, quanto mostrarsi, quando rispondere a un insulto e quando invece abbassare lo sguardo?
Oppure un Paese capace finalmente di dire che la libertà non consiste semplicemente nel permettere alle persone LGBTQIA+ di esistere, ma nel garantire loro la possibilità di vivere senza paura?
Perché il punto non è soltanto chi avrebbe colpito Angelo quella notte. Il punto siamo anche noi. Siamo noi quando minimizziamo. Quando cerchiamo una giustificazione prima ancora di ascoltare una vittima. Ancora quando consideriamo l’insulto omofobo meno grave perché “sono solo parole“. O peggio quando aspettiamo che qualcuno finisca coperto di sangue prima di ricordarci che l’odio esiste.
E soprattutto siamo noi quando, il giorno dopo, torniamo tranquillamente alla nostra vita aspettando la prossima aggressione per indignarci di nuovo. Trenta contro uno non può essere soltanto il titolo dell’ennesimo fatto di cronaca. Deve diventare una domanda rivolta a tutti gli altri. Da che parte vogliamo stare quando quell’uno rimane solo?
