La vergogna è uno dei più efficaci strumenti di controllo sociale. Ci insegna a nascondere ciò che non corrisponde alle aspettative, a considerare il fallimento una colpa e a misurare il nostro valore attraverso lo sguardo degli altri. Condiziona il rapporto con il corpo, la sessualità, il lavoro, le relazioni e persino la possibilità di cambiare vita. E quando diventa paura del giudizio, finisce per stabilire non soltanto ciò che siamo disposti a raccontare, ma anche ciò che abbiamo il coraggio di fare.
È da questa riflessione che prende forma la seconda puntata di Inside Blonde, pubblicata il 20 ottobre, con protagonista Carlotta Spallino, attrice, autrice e stand-up comedian, ospite della settima stagione del podcast, intitolata Disobbedienti. Dopo Fabio Canino, che nella puntata inaugurale aveva affrontato il tema della visibilità, il nuovo episodio sposta l’attenzione su un’altra forma di emancipazione: la libertà di essere imperfetti, di riconoscere i propri errori e di smettere di considerare le fragilità qualcosa da nascondere.
Il fallimento non è una condanna
Viviamo in una società che celebra il successo e tende a rimuovere tutto ciò che lo precede: tentativi andati male, occasioni perdute, insicurezze, decisioni sbagliate. La retorica del “se vuoi puoi” ha trasformato la realizzazione personale in una responsabilità esclusivamente individuale, lasciando poco spazio alla possibilità di non riuscire. Nel suo spettacolo Io me lo merito, Spallino porta sul palco proprio quelle esperienze che normalmente si preferisce non raccontare.
“Noi millennials siamo stati cresciuti con quella paura del rifiuto, come se sbagliare o fallire fosse la cosa peggiore che possa capitare nella vita“, racconta Carlotta Spallino. La sua riflessione mette in discussione l’idea che un insuccesso possa definire il valore complessivo di una persona. Un fallimento, sostiene, non rappresenta la distruzione di un’esistenza, ma una parentesi dalla quale è possibile ripartire.
È una distinzione tutt’altro che banale in una società nella quale il successo viene esibito pubblicamente, mentre l’errore continua a essere vissuto come una vergogna privata. Per Spallino, però, il fallimento può diventare anche materiale creativo. Non perché il dolore sia necessariamente divertente, ma perché raccontarlo significa aver trovato un modo per attraversarlo.
Disobbedire a sé stessi
Il percorso che ha portato Carlotta Spallino alla stand-up non era quello che aveva immaginato per il proprio futuro. Dopo esperienze professionali differenti e periodi vissuti all’estero, la comicità è diventata progressivamente una parte centrale della sua vita. La decisione di salire su un palco, tuttavia, non ha richiesto soltanto un cambiamento professionale. Ha significato soprattutto mettere in discussione le convinzioni che aveva costruito su sé stessa.
“L’unica persona a cui ho dovuto disobbedire per concedermi una vita diversa da quella che mi ero prefissata sono me stessa“, ammette. Un’affermazione che intercetta uno degli aspetti meno evidenti della disobbedienza: non sempre le regole da infrangere sono quelle imposte apertamente dalla società. A volte sono quelle che abbiamo interiorizzato, fino a trasformarle in limiti apparentemente insuperabili. Spallino riconosce di essere stata frenata dalle proprie insicurezze e dai propri pregiudizi. La scoperta della stand-up le ha permesso di trasformare esperienze personali, delusioni e fragilità in un linguaggio capace di creare una relazione con il pubblico.
“La risata per me è sempre una conseguenza di un grande pianto“. È probabilmente la frase che meglio restituisce il rapporto della comica con il proprio lavoro. La comicità non cancella il dolore e non pretende di sostituirsi alla sua elaborazione. Arriva dopo, quando quell’esperienza può essere guardata da una prospettiva diversa e finalmente raccontata.
Una donna può essere divertente senza chiedere permesso?
La puntata affronta anche il rapporto tra comicità e stereotipi di genere, un terreno sul quale le contraddizioni della società italiana continuano a essere particolarmente evidenti. Alle donne viene ancora richiesto di rispettare aspettative spesso incompatibili: essere attraenti senza apparire vanitose, ambiziose senza risultare aggressive, intelligenti senza essere presuntuose, divertenti senza diventare volgari. Nel mondo della comicità, queste contraddizioni assumono forme persino paradossali.
Spallino racconta di essersi confrontata con un pregiudizio secondo il quale una donna divertente non possa essere anche bella. Un’associazione che rivela quanto il valore femminile continui a essere misurato attraverso categorie rigide e spesso riduttive. La stessa battuta, pronunciata da un uomo o da una donna, può suscitare reazioni differenti. Parlare apertamente di sesso, relazioni, frustrazioni o desideri viene ancora giudicato con maggiore severità quando a farlo è una donna. “C’è questo pregiudizio radicato nella società secondo cui le donne non possono e devono dire certe cose“, osserva Spallino.
Ma la sua risposta non è l’autocensura. Al contrario, sceglie di utilizzare quelle aspettative come materiale comico, trasformando il pregiudizio in un’occasione per mostrarne l’assurdità. Perché una donna che racconta liberamente il proprio corpo, i propri desideri e le proprie figuracce mette in discussione un meccanismo antico: quello che pretende di stabilire quali comportamenti siano accettabili e quali debbano suscitare vergogna. La libertà di una donna passa anche dal diritto di essere irriverente, scomposta, imperfetta e persino ridicola, senza che questo ne diminuisca il valore.
Quando chi era oggetto della battuta prende il microfono
Un altro passaggio centrale dell’intervista riguarda il cambiamento della comicità contemporanea e il ruolo delle persone che, per lungo tempo, sono state raccontate soprattutto attraverso gli stereotipi. Donne, persone LGBTQIA+, persone con disabilità, corpi non conformi e minoranze sono state spesso trasformate in bersagli comici da chi non condivideva direttamente le loro esperienze. Oggi, sempre più frequentemente, sono le stesse persone a salire sul palco e a raccontarsi.
Secondo Spallino, questo cambiamento rappresenta una forma di rivincita, ma soprattutto un ampliamento delle prospettive. Quando una persona racconta dall’interno una condizione che altri hanno descritto per anni dall’esterno, il pubblico ha accesso a un punto di vista differente, più complesso e meno prevedibile. Non significa che soltanto chi appartiene a una determinata categoria possa parlarne. Significa riconoscere il valore di una voce che conosce direttamente ciò che racconta.
È un passaggio particolarmente significativo per la cultura queer, che ha fatto dell’ironia, della provocazione e della riappropriazione degli stereotipi alcuni dei propri strumenti di espressione. Ciò che un tempo veniva utilizzato per umiliare può diventare materiale narrativo. E ciò che provocava vergogna può trasformarsi in un linguaggio di libertà.
Politicamente corretto: il problema non è cosa si dice, ma come
Nel confronto con Spallino trova spazio anche una delle discussioni più ricorrenti intorno alla comicità: il politicamente corretto e la presunta impossibilità, oggi, di scherzare liberamente. La comica rifiuta l’idea che esistano necessariamente argomenti proibiti. “Io penso che in realtà si possa dire tutto. Per me è molto più importante il come si dicono le cose rispetto al contenuto“. Una posizione che sposta il dibattito dalla semplice libertà di pronunciare una battuta alla responsabilità di costruirla.
La comicità, del resto, non vive soltanto della trasgressione. Vive della capacità di osservare la realtà, riconoscerne le contraddizioni e trasformarle in qualcosa di sorprendente. Ridere di uno stereotipo non equivale necessariamente a rafforzarlo. Tutto dipende dalla prospettiva, dal contesto e dal bersaglio della battuta. E quando a raccontare una determinata esperienza è chi la vive direttamente, anche gli argomenti più delicati possono assumere un significato diverso. Il tema non è quindi stabilire una volta per tutte ciò di cui sia consentito ridere, ma interrogarsi su come la comicità possa evolvere insieme alla società.
Ridere può essere un atto politico
La settima stagione di Inside Blonde si intitola Disobbedienti proprio perché mette al centro persone che, attraverso percorsi differenti, hanno scelto di contestare aspettative, convenzioni e modelli imposti. Nel caso di Carlotta Spallino, la disobbedienza passa dalla capacità di raccontare ciò che normalmente viene nascosto. Il corpo, il sesso, le relazioni, gli errori e le fragilità diventano strumenti attraverso i quali mettere in discussione le regole non scritte della rispettabilità.
Per la comica, ridere delle proprie difficoltà significa anche esorcizzare le paure e acquisire una maggiore capacità di affrontarle. E quando la satira si rivolge alle contraddizioni della società, quella risata può assumere una dimensione politica. Non necessariamente attraverso slogan o dichiarazioni ideologiche, ma attraverso la possibilità di rendere visibile ciò che normalmente viene taciuto.
La comicità può far emergere un pregiudizio, smontare un’aspettativa e mostrare quanto siano arbitrarie alcune delle regole che consideriamo naturali. In questo senso, ridere di ciò che ci è stato insegnato a nascondere significa sottrarre alla vergogna una parte del suo potere.
La libertà di non vergognarsi più
L’intervista si conclude con una domanda che riassume il senso dell’intera puntata: di che cosa Carlotta Spallino ha smesso di vergognarsi da quando ha imparato a riderne? La risposta è semplice e profondamente personale. “Ho smesso di vergognarmi delle mie fragilità“. Sul palco, raccontare ciò che spaventa non produce soltanto una risata. Può creare un rapporto di empatia con persone che riconoscono in quelle esperienze qualcosa di sé.
La fragilità, quando viene condivisa, smette di essere necessariamente un motivo di isolamento. È forse questa la forma più interessante di disobbedienza raccontata nella seconda puntata di Inside Blonde: non diventare invulnerabili, ma smettere di considerare la vulnerabilità una colpa. In una società che chiede continuamente di essere vincenti, desiderabili, sicuri e impeccabili, riconoscere pubblicamente le proprie insicurezze può rappresentare una scelta controcorrente.
Carlotta Spallino lo fa attraverso la stand-up, trasformando ciò che un tempo avrebbe preferito nascondere in qualcosa che oggi può raccontare davanti a un pubblico. E la sua esperienza suggerisce una conclusione che va ben oltre la comicità: non siamo obbligati a diventare la versione perfetta che gli altri hanno immaginato per noi. Perché forse la vera disobbedienza non consiste nel non sbagliare mai, ma nel concedersi finalmente il diritto di sbagliare senza vergognarsene. E magari, una volta tanto, riuscire persino a riderci sopra.
