Prima di parlare di politica, dobbiamo parlare di Mirko e Kathy. Perché ogni riflessione sul clima culturale che sta attraversando il nostro Paese dovrebbe partire da loro.
Mirko Moriconi aveva 24 anni. Era un ragazzo che amava la musica, che cantava e che provava semplicemente a vivere la propria vita. Nel 2022 aveva scritto una frase che oggi assume un significato devastante: «È brutto pensare che un padre ti preferisca morto piuttosto che gay.»
Ieri Mirko è stato ucciso insieme alla madre Kathy Andreoni dal padre e marito della donna, in quello che rappresenta uno dei fatti di cronaca più atroci degli ultimi anni. La Procura sta valutando anche l’aggravante dell’odio legato all’orientamento sessuale del ragazzo, alla luce delle testimonianze raccolte e dei messaggi lasciati negli anni da Mirko. Quando questa ipotesi troverà conferma, non ci troveremmo soltanto davanti all’ennesimo femminicidio e a un duplice omicidio familiare. Ci troveremmo davanti all’ennesima vittima di un odio che da troppo tempo viene minimizzato, giustificato o addirittura alimentato.
Perché l’odio non nasce nel momento in cui qualcuno impugna un’arma. L’odio nasce molto prima. Nasce quando si insegna che alcune persone sono “contro natura” anche se “possono guidare, essere curati o ricevere un’istruzione”. Quando si racconta che esistono cittadini normali e cittadini che pretendono troppi diritti. Quando si definisce un Pride una “parata dei sodomiti“. Quando si alimenta la convinzione che le persone LGBTQIA+ rappresentino un pericolo per la famiglia o per la società.
Le parole non premono il grilletto. Ma costruiscono il terreno sul quale qualcuno può convincersi che eliminare una persona significhi eliminare il problema. Ed è proprio per questo che ciò che sta accadendo oggi nel dibattito politico italiano non può essere liquidato come una semplice contrapposizione ideologica. Perché il linguaggio della politica contribuisce a costruire la cultura di un Paese.
E quando quella cultura individua continuamente un nemico da colpire, la storia ci insegna che prima o poi qualcuno passerà dalle parole ai fatti. C’è qualcosa di profondamente inquietante in ciò che è accaduto nei giorni scorsi alla Camera dei Deputati durante il dibattito sul Piano Casa. Non perché maggioranza e opposizione abbiano litigato. Il confronto politico è il cuore della democrazia. Il problema nasce quando si smette di discutere di politiche pubbliche e si inizia a discutere delle persone.
Nel giro di pochi minuti il confronto sulle misure abitative si è trasformato in un elenco di nomi: Omar, Mohamed e Abdul. Non più cittadini. Non più famiglie. Non più esseri umani. Semplicemente nomi utilizzati come simboli di una presunta invasione, come prova di un’Italia che starebbe perdendo la propria identità. Per questo la deputata Ouidad Bakkali ha deciso di lasciare l’Aula. Perché quando il Parlamento smette di discutere dei diritti delle persone e inizia a trasformare alcune persone in un problema, non siamo più davanti ad una normale dialettica politica.
Siamo davanti ad un cambiamento culturale. Ed è proprio questo il punto. La storia europea insegna che le discriminazioni non iniziano mai con le leggi. Iniziano con le parole. Prima si costruisce un nemico. Poi lo si rende riconoscibile. Poi gli si attribuiscono tutti i problemi del Paese. Infine si convince l’opinione pubblica che limitarne i diritti sia una forma di autodifesa.
È esattamente questo il terreno sul quale oggi sta crescendo una nuova estrema destra italiana. Roberto Vannacci ne rappresenta probabilmente l’espressione più radicale. Se Giorgia Meloni ha cercato negli ultimi anni di trasformare Fratelli d’Italia in una forza di governo capace di dialogare con le istituzioni europee e internazionali (con poco esiti), Vannacci sembra aver scelto una strada diversa: spostare continuamente il dibattito pubblico sempre più a destra, rendendo progressivamente accettabili idee che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate incompatibili con la cultura democratica della Repubblica.
L’immigrazione diventa invasione. L’inclusione diventa ideologia. Le persone LGBTQIA+ diventano un problema. L’Islam viene raccontato come una minaccia identitaria. L’emancipazione femminile viene ridimensionata attraverso la retorica della famiglia tradizionale e della presunta meritocrazia. Perfino il concetto di “remigrazione“, utilizzato per descrivere l’allontanamento degli immigrati, introduce un linguaggio che richiama pratiche di espulsione collettiva incompatibili con una moderna democrazia costituzionale.
Il filo conduttore è sempre lo stesso. Esiste una normalità da difendere. E tutto ciò che non rientra in quella normalità viene presentato come un problema. Ma basta osservare la realtà per capire quanto queste argomentazioni siano fragili. Da anni una parte della destra sostiene che le persone LGBTQIA+ avrebbero ormai ottenuto tutti i diritti possibili. Eppure in Italia non esiste ancora il matrimonio egualitario, l’equiparazione del termine “famiglia”.
Le famiglie omogenitoriali continuano a vivere nell’incertezza giuridica. Una legge contro l’omolesbobitransfobia non è mai entrata in vigore. L’educazione sessuo-affettiva nelle scuole continua ad essere ostacolata proprio da quelle stesse forze politiche che poi si dichiarano preoccupate per il bullismo e la violenza tra i giovani. Dire che gli omosessuali hanno già tutto significa ignorare la realtà. O peggio.
Significa scegliere deliberatamente di raccontarne una diversa. Lo stesso meccanismo riguarda le donne. Ogni volta che si parla di quote di genere, di parità salariale, di autodeterminazione o di diritti riproduttivi, la risposta è sempre la stessa: conta il merito. Ma se davvero contasse solo il merito, non ci sarebbe stato bisogno di decenni di battaglie per permettere alle donne di votare, lavorare, divorziare, interrompere una gravidanza o semplicemente occupare posizioni di potere.
Le quote non esistono perché le donne valgono meno. Esistono perché per secoli il sistema ha impedito loro di competere ad armi pari. Una società realmente meritocratica rimuove gli ostacoli. Non fa finta che non esistano o peggio non ne crea di nuovi.
Anche l’Islam viene sistematicamente trasformato in un bersaglio. Criticare il fondamentalismo religioso è legittimo. Trasformare milioni di persone in una minaccia collettiva è propaganda. Quando si usano nomi arabi durante un dibattito parlamentare per evocare paura e sostituzione culturale, non si sta parlando di sicurezza. Si sta costruendo un nemico.
Ed è esattamente ciò che ogni ideologia autoritaria ha sempre fatto. La nostra Costituzione, nata dalla sconfitta del fascismo e del nazi-fascismo, aveva già previsto tutto questo. L’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona. L’articolo 3 afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali. L’articolo 19 tutela la libertà religiosa. La XII Disposizione transitoria e finale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. La Costituzione non è un libro di ricordi. È un argine.
È stata scritta proprio per impedire che qualcuno possa decidere quali cittadini siano più italiani di altri o quali persone meritino meno diritti. In questo clima si inserisce anche il caso dell’avvocata Valentina Mazzacurati. In una nota intervista aveva raccontato come il colore della sua pelle fosse diventato motivo di discriminazione nel momento in cui aveva deciso di impegnarsi in politica. Una testimonianza importante.
Perché nessuno dovrebbe essere discriminato per il colore della propria pelle. Proprio per questo risultano ancora più gravi le parole utilizzate pochi giorni fa, quando ha definito il Pride di Modena una “parata dei sodomiti“. Non è una critica politica. È un’espressione offensiva utilizzata per colpire un’intera comunità.
Ed è forse la dimostrazione più evidente di quanto sia facile passare dall’essere vittima di discriminazione al diventare protagonisti di un’altra discriminazione. Chi conosce il peso del pregiudizio dovrebbe essere il primo a riconoscerlo. Non a riprodurlo. La storia insegna che i diritti non sono una coperta troppo corta.
Non si tolgono a qualcuno per darli a qualcun altro. I diritti si rafforzano quando vengono estesi. Si indeboliscono quando si decide che alcune persone meritano meno dignità di altre. Ed è questo il punto centrale. Non è in discussione il diritto di avere idee politiche diverse. È in discussione un linguaggio che costruisce consenso alimentando paura, odio e contrapposizione sociale.
La democrazia non muore soltanto quando vengono abolite le elezioni. Muore lentamente quando ci abituiamo a considerare normale ciò che normale non è. Quando il razzismo diventa opinione. Quando l’omofobia diventa libertà di espressione. Quando la misoginia diventa difesa della famiglia. Quando la discriminazione religiosa diventa patriottismo. È così che le democrazie iniziano ad ammalarsi.
Ed è proprio per questo che oggi, più che mai, abbiamo il dovere di alzare la voce. Perché il fascismo non torna mai con lo stesso volto. Cambia linguaggio. Cambia simboli. Cambia protagonisti. Ma conserva sempre la stessa ossessione: dividere gli esseri umani tra chi merita piena cittadinanza e chi invece deve accontentarsi di essere tollerato.
La Costituzione italiana ci ricorda invece una verità semplice, tanto rivoluzionaria quanto attuale: la dignità delle persone non si vota, non si negozia e non dipende dal colore della pelle, dall’orientamento sessuale, dalla religione o dal cognome. Dipende soltanto dal fatto di essere persone. Ed è proprio da qui che dovrebbe ripartire la politica italiana.
