C’è una frase che nelle ultime ore continua a ronzarmi in testa: “Finalmente da oggi ci siamo tolti dai coglioni gli antifascisti.” Non è stata pronunciata in un bar, né durante una rissa, né dietro l’anonimato di un profilo social. È stata pronunciata davanti ai microfoni dei giornalisti, davanti alle telecamere, dopo il deposito in Parlamento di oltre 132 mila firme a sostegno della cosiddetta “remigrazione” da parte di Luca Marsella, dirigente di CasaPound. La stessa CasaPound che da oltre 23 anni occupa illegalmente lo storico palazzo di 6 piani in via Napoleone III a Roma.
Una parola che prova a sembrare tecnica, quasi burocratica, ma che nella realtà racconta un’idea molto semplice: dividere le persone tra chi merita di restare e chi, invece, dovrebbe essere mandato via. Non è soltanto una provocazione. È un messaggio. E i messaggi hanno un peso.
Perché quando l’antifascismo diventa un insulto significa che qualcuno sta provando a riscrivere il significato stesso della nostra Repubblica. Vale la pena ricordarlo ancora una volta: l’Italia non è una Repubblica neutrale. È una Repubblica nata dalla Resistenza. La nostra Costituzione non mette sullo stesso piano fascismo e antifascismo. Uno ha cancellato libertà, diritti e democrazia. L’altro ha restituito al Paese la possibilità di scegliere, votare e parlare liberamente. Eppure oggi sembra quasi che dichiararsi antifascisti debba essere motivo di imbarazzo, mentre definirsi fascisti, fare il saluto romano o urlare “camerati” venga archiviato come folklore, goliardia o nostalgia.
No. Non è folklore ne tanto meno nostalgia. È politica. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci. Perché nello stesso momento in cui si legittimano certe parole, nelle nostre città accadono fatti che sembrano appartenere tutti allo stesso racconto.
Ore prima la parola “remigrazione” era tornata al centro del dibattito per un’altra vicenda che racconta molto del clima politico attuale. Dopo l’omicidio del pizzaiolo a Reggio Emilia, esponenti della Lega hanno invocato la “remigrazione“, lasciando intendere che l’autore del delitto fosse uno straniero e utilizzando immediatamente il fatto di cronaca per rilanciare una battaglia identitaria.
Peccato che poche ore dopo la realtà abbia smentito quella narrazione: l’assassino è italiano. A quel punto è calato il silenzio. Nessuna autocritica. Nessuna riflessione sull’uso politico della cronaca, nessuna ammissione di aver alimentato un pregiudizio prima ancora di conoscere i fatti. Solo una nota che doveva annullare il comunicato stampa inviato poco dopo l’omicidio. “Una tragedia che impone una riflessione seria, senza ipocrisie: un uomo è stato accoltellato e ucciso per essersi rifiutato di regalare l’ennesima pizza ad uno straniero. Non siamo davanti a un episodio di ordinaria criminalità, ma all’ennesima dimostrazione di una violenza incompatibile con il nostro modo di vivere. La remigrazione deve diventare uno strumento concreto di tutela della sicurezza”, le parole scritte da Tommaso Fiazza, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna.
“Basta persone che portano la violenza, efferata e ingiustificabile come in questo caso, nel nostro Paese”, invece le parole della deputata reggiana della Lega Laura Cavandoli. Entrambi hanno inviato una successiva comunicazione, chiedendo di annullare i rispettivi comunicati “alla luce delle nuove informazioni diffuse dagli inquirenti, che modificano un elemento centrale della ricostruzione iniziale”.
È un meccanismo che abbiamo visto troppe volte: quando il responsabile è straniero, la nazionalità diventa il centro della notizia; quando è italiano, torna improvvisamente a essere soltanto un individuo. Due pesi e due misure che non hanno nulla a che vedere con la sicurezza, ma molto con la costruzione di un consenso fondato sulla paura.
E se non bastasse il clima di odio continua anche nelle ore successive a tutto questo. A Riccione, i gestori della gelateria Ciò Gelato sono stati insultati per due giorni consecutivi da un gruppo di ragazzi di appena quattordici e quindici anni. Insulti omofobi, sputi, intimidazioni. Quattordici anni. A quell’età non si inventa l’odio. Lo si impara. Lo si ascolta in casa, lo si assorbe sui social, lo si respira in una politica che da anni costruisce consenso indicando un nemico diverso a seconda della convenienza del momento. Prima i migranti. Poi le persone LGBTQIA+. Gli ambientalisti. Infine ora gli antifascisti. Domani toccherà a qualcun altro. L’odio funziona così. Ha sempre bisogno di un bersaglio e di un nemico immaginario da distruggere.
Pochi giorni prima, durante il Roma Pride, qualcuno ha spruzzato spray al peperoncino contro due carri della manifestazione, uno dei quali dedicato alle Famiglie Arcobaleno dove si trovavano famiglie e bambini. Anche qui qualcuno parlerà di bravata. Come sempre. Come sempre si minimizza. E dopo si aspetta il fatto successivo. E intanto continuano a moltiplicarsi i raduni in memoria di esponenti del fascismo, con saluti romani, braccia tese e cori di “camerati” e di “presente”. Scene che dovrebbero appartenere ai libri di storia e che invece continuano a trovare spazio nelle piazze italiane, spesso nell’indifferenza generale. Il problema, però, non è soltanto chi alza un braccio. Il problema è un Paese che sembra aver smesso di indignarsi.
Un Paese nel quale si può insultare una coppia perché omosessuale, colpire una manifestazione del Pride, parlare di remigrazione e definire gli antifascisti un fastidio da eliminare senza che tutto questo provochi una reazione collettiva all’altezza della gravità dei fatti. È così che cambia una società. Non attraverso un colpo di Stato. Ma attraverso la normalizzazione. Prima si normalizzano le parole. Poi i simboli. Poi gli insulti. Poi le discriminazioni. Infine la violenza. La storia europea ce lo ha insegnato nel modo più tragico possibile. Per questo sbaglia chi dice che il fascismo sta tornando. Per tornare bisogna essere andati via. La verità è più scomoda.
Il fascismo non è mai scomparso davvero. È rimasto ai margini, aspettando il momento giusto per cambiare linguaggio, indossare abiti nuovi, presentarsi con parole più eleganti e trasformare l’odio in proposta politica. Ecco perché oggi non basta dirsi contrari. Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Perché quando l’odio diventa normalità, la democrazia smette lentamente di esserlo. E ogni volta che scegliamo di minimizzare l’odio, finiamo inevitabilmente per renderlo un po’ più forte.
E mentre tutto questo accade, c’è un silenzio che pesa più di molte parole.
Di fronte agli episodi di odio, ai rigurgiti neofascisti, agli insulti omofobi, ai saluti romani e a dichiarazioni che mettono in discussione i valori dell’antifascismo, il Governo continua a scegliere la strada della prudenza, quando non quella del silenzio. Eppure la Costituzione italiana non lascia spazio a interpretazioni: nasce dalla Resistenza, ripudia il fascismo e affida alle istituzioni il compito di difendere i principi democratici sui quali è stata fondata la Repubblica.
Nello stesso momento, però, il dibattito politico sembra concentrarsi su un’altra priorità: la riforma costituzionale che introduce il premierato e le modifiche alla legge elettorale che potrebbero accompagnarla. Per la maggioranza si tratta di un progetto di stabilità e di rafforzamento della governabilità. Per le opposizioni e per numerosi costituzionalisti, invece, il rischio è quello di alterare gli equilibri tra i poteri dello Stato e di concentrare un potere sempre maggiore nelle mani dell’esecutivo. Ed è proprio questo il punto.
Una democrazia non si misura soltanto da come elegge chi governa. Si misura soprattutto da come difende chi dissente, chi è una minoranza, chi subisce discriminazioni e chi vede messi in discussione i propri diritti. Perché mentre si discute di come rendere più forte chi è al Governo, c’è un Paese che avrebbe bisogno di vedere più forte la propria democrazia. Una democrazia capace di reagire senza ambiguità davanti all’odio, al neofascismo e a ogni tentativo di normalizzare linguaggi e comportamenti che la nostra storia avrebbe dovuto consegnare definitivamente al passato.
La Costituzione non è un ostacolo da aggirare. È il patto che tiene insieme questo Paese. E ogni volta che la si difende soltanto a parole, ma la si lascia sola nei fatti, non è la politica a perdere credibilità. È la democrazia stessa a diventare più fragile.
