I diritti non sono opinioni

Ci sono notizie che, lette singolarmente, sembrano episodi destinati a occupare le pagine dei giornali per qualche giorno. Ma quando si mettono una accanto all’altra smettono di essere cronaca e diventano il ritratto di un’epoca.

In pochi giorni abbiamo assistito a tre vicende diverse. Una guida redatta dalla Società Italiana di Pediatria per aiutare medici e operatori sanitari ad accogliere senza pregiudizi i minori LGBTQIA+ è finita sotto attacco politico. A Siracusa la scelta di Heather Parisi come madrina del Pride ha aperto una frattura profonda all’interno del movimento LGBTQIA+, tra chi ritiene incompatibili alcune sue posizioni pubbliche con i valori della manifestazione e chi rivendica il diritto al confronto. Nel frattempo, in Romania, il Pride di Oradea è stato vietato, costringendo oltre centoventi associazioni europee a denunciare un nuovo attacco alla libertà di manifestazione.

Tre fatti diversi. Eppure raccontano la stessa storia. Viviamo in un tempo in cui i diritti delle persone LGBTQIA+ non vengono più messi in discussione frontalmente, come accadeva decenni fa. Sarebbe troppo evidente, troppo difficile da giustificare in una democrazia europea. Oggi il meccanismo è più sottile. Si sposta continuamente il terreno del dibattito, fino a far dimenticare quale sia il punto centrale.

Non si parla più delle discriminazioni che ancora colpiscono migliaia di persone. Si discute se una guida destinata ai medici pediatri sia “troppo inclusiva“. Se una determinata persona possa rappresentare un Pride. Oppure si arriva perfino a discutere se un Pride debba svolgersi oppure no. Il risultato è sempre lo stesso: i diritti smettono di essere il punto di partenza e diventano il punto d’arrivo di una trattativa continua.

È una dinamica che dovrebbe preoccuparci tutti, indipendentemente dalle idee politiche. Perché quando il rispetto di una persona diventa materia di scontro ideologico, il problema non riguarda più soltanto quella persona. Riguarda la qualità della nostra democrazia. Prendiamo il caso della guida dei pediatri.

Si può discutere il documento, analizzarlo, proporre modifiche, confrontare studi scientifici. È così che funziona la ricerca. Ciò che colpisce è la rapidità con cui un testo nato per aiutare professionisti della salute ad accompagnare minori spesso vittime di isolamento e bullismo sia stato trasformato nell’ennesima battaglia culturale.

Come se parlare di ascolto, di accoglienza e di riduzione dello stigma fosse già, di per sé, un gesto politico. Poi c’è il caso di Heather Parisi nominata madrina del Siracusa Pride ha provocato una rivolta di associazioni e attivisti. Non per una semplice differenza di opinioni, ma perché negli anni la showgirl ha scelto di alimentare una narrazione che ha colpito direttamente le persone transgender, arrivando a definirle, in sostanza, una minaccia per lo sport femminile e contribuendo a diffondere messaggi che la comunità LGBTQIA+ considera lesivi della dignità delle persone trans.

Per molti, affidare a lei il ruolo di madrina significava chiedere proprio a quella comunità di applaudire chi, con le proprie parole, aveva contribuito a metterne in discussione l’identità e i diritti. Non si tratta di stabilire chi abbia diritto a parlare e chi no. Heather Parisi è libera di esprimere le proprie idee, come chiunque altro. Ma un Pride non è un varietà televisivo: è una manifestazione politica e civile nata da decenni di discriminazioni, violenze e conquiste. Chi ne diventa il volto rappresenta inevitabilmente quei valori. Ed è per questo che quella scelta ha aperto una ferita così profonda e per molti ingiustificata.

E infine la Romania. Lì il dibattito si interrompe del tutto. Non ci si divide sulla scelta di una madrina. Non si critica una guida. Si vieta direttamente una manifestazione. Ed è forse questo il passaggio che dovrebbe farci riflettere di più.

La storia insegna che i diritti raramente vengono cancellati all’improvviso. Vengono logorati poco alla volta. Si inizia mettendo in dubbio il linguaggio. Poi si contestano gli strumenti educativi. Si delegittimano le manifestazioni. Si alimenta l’idea che una minoranza chieda privilegi invece che uguaglianza. E quando quel clima diventa normalità, limitare un diritto appare quasi una conseguenza inevitabile.

L’Europa continua a definirsi la casa dei diritti civili. Ma non basta ricordare ciò che è stato conquistato negli ultimi decenni. Bisogna chiedersi cosa stiamo facendo oggi per impedire che quei diritti arretrino.

Ogni volta che riduciamo una persona LGBTQIA+ a un tema di scontro politico invece di riconoscerla come una cittadina, un paziente, uno studente o un lavoratore con gli stessi diritti di tutti, stiamo tradendo il principio stesso di uguaglianza.

Non sono i diritti a dover superare un esame. Sono le nostre democrazie. E una democrazia che costringe una minoranza a giustificare continuamente la propria esistenza non è una democrazia più forte. È una democrazia che sta lentamente dimenticando il significato stesso della parola uguaglianza.

Ci chiediamo quindi: che tipo di Paese e che tipo di Europa vogliamo lasciare alle prossime generazioni: una società che insegna a rispettare le differenze o una che continua a trasformarle in un bersaglio?

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