Ci sono movimenti che nascono per rappresentare un’idea. E poi ci sono movimenti che sembrano nascere soprattutto per occupare spazio mediatico.
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico è stato attraversato da un nuovo soggetto “politico” e “culturale”: quello dei cosiddetti “gay conservatori e liberali”. Un movimento che ha cercato di ritagliarsi un ruolo all’interno della destra italiana, presentandosi come alternativa alle associazioni LGBTQIA+ storiche e sostenendo di parlare a nome di una parte della comunità.
La loro proposta più discussa è stata quella di una legge contro l’omofobia che, però, avrebbe escluso esplicitamente le persone transgender. Un’idea che ha suscitato forti polemiche, perché difficilmente si può parlare di tutela dei diritti scegliendo deliberatamente chi merita protezione e chi no. I diritti, per definizione, non sono selettivi.
Eppure il dibattito si è acceso. Interviste, ospitate televisive, social network, dichiarazioni provocatorie. Per settimane sembrava che quel movimento fosse destinato a diventare un nuovo interlocutore della politica italiana.
Poi, improvvisamente, il silenzio. Il profilo Instagram del movimento è stato disattivato. I profili personali dei principali esponenti sono diventati privati, eliminando qualsiasi riferimento al progetto. Come se tutto fosse evaporato nel giro di poche ore.
Una coincidenza temporale, però, colpisce. Questo improvviso oscuramento arriva proprio nel giorno in cui Mario Adinolfi viene arrestato con l’accusa di truffa. È lo stesso Mario Adinolfi che poche settimane prima, durante il Roma Pride, aveva dato vita insieme ad alcuni rappresentanti di quel movimento a una delle operazioni mediatiche più discusse dell’intera manifestazione: baci, telecamere, provocazioni e una messinscena costruita per attirare l’attenzione.
Lo stesso Adinolfi che, nelle settimane successive, aveva rivolto ripetute accuse alle associazioni LGBTQIA+, mettendone in discussione il loro ruolo e la loro rappresentatività. Naturalmente nessuno può affermare che esista un collegamento diretto tra questi fatti. Sarebbe scorretto farlo senza elementi concreti. Ma la politica vive anche di simboli. E quando un progetto che aveva cercato con tanta forza visibilità decide improvvisamente di scomparire proprio nel momento di maggiore esposizione, qualche domanda è inevitabile.
Forse il problema non è che il movimento sia sparito.
Forse il problema è chiedersi su cosa fosse davvero costruito. Perché se un progetto politico si dissolve semplicemente chiudendo una pagina Instagram e rendendo privati alcuni profili personali, significa che probabilmente mancava ciò che rende credibile qualsiasi battaglia civile: una comunità reale, un confronto aperto, una visione capace di andare oltre la provocazione del momento. Negli ultimi anni abbiamo assistito sempre più spesso alla nascita di movimenti costruiti attorno agli algoritmi più che alle persone. Realtà che sembrano enormi finché scorrono nel feed dei social e che, una volta spenti i riflettori, si rivelano molto più fragili di quanto apparissero.
I diritti, invece, non funzionano così. Le conquiste della comunità LGBTQIA+ non sono nate da campagne social o da operazioni di marketing. Sono il risultato di decenni di manifestazioni, denunce, discriminazioni subite, processi, famiglie che hanno deciso di esporsi quando farlo significava perdere lavoro, affetti e dignità sociale. Per questo ogni tentativo di dividere la comunità, di stabilire chi sia abbastanza “accettabile” per meritare tutela e chi invece possa essere lasciato indietro, finisce inevitabilmente per indebolire tutti. La storia dei diritti ci insegna una cosa semplice: ogni volta che si accetta di escludere qualcuno, prima o poi arriverà il turno di qualcun altro. E allora, forse, la vera domanda non è dove siano finiti i gay conservatori. La vera domanda è se abbiano mai rappresentato davvero qualcosa di più di un fenomeno mediatico.
Perché i movimenti autentici possono cambiare nome, volto o leadership, ma non spariscono nel momento in cui il vento cambia direzione. I diritti, quelli veri, restano. Anche quando le pagine social scompaiono.
Ma questa storia ci lascia soprattutto una lezione. Oggi la politica sembra sempre più innamorata delle etichette e sempre meno dei contenuti. Si costruiscono movimenti in pochi giorni, si cercano titoli sui giornali, si inseguono visualizzazioni e polemiche, dimenticando che rappresentare una comunità significa assumersi una responsabilità, non conquistare qualche minuto di notorietà.
La comunità LGBTQIA+ non ha bisogno di nuovi portavoce che decidano chi è “più normale”, chi è “più presentabile” o chi merita maggiori diritti rispetto ad altri. Ha bisogno di persone che comprendano che l’uguaglianza non si può negoziare e che la libertà non può essere concessa a compartimenti stagni come pensava di fare gay conservatori e liberali.
Perché quando si inizia a dividere una minoranza, a stabilire chi può sedersi al tavolo dei diritti e chi invece deve aspettare fuori dalla porta, non si sta costruendo un’alternativa. Si sta semplicemente facendo il gioco di chi quei diritti vorrebbe ridurli per tutti.
E forse è proprio questo che dovrebbe farci riflettere. Non la scomparsa di un profilo Instagram, ma la facilità con cui oggi si costruiscono narrazioni destinate a durare il tempo di una polemica. Le battaglie vere, invece, non si archiviano con un clic. Restano. Resistono. E continuano a camminare anche quando chi aveva promesso di guidarle sceglie, improvvisamente, di sparire.
