Maria Pia Selvaggio: La voce femminile che unisce Oriente e Occidente attraverso la parola


di Elisabetta Bagli

In un tempo in cui la letteratura cerca ancora la sua voce tra memoria e identità, Maria Pia Selvaggio emerge come una delle autrici più intense del panorama contemporaneo. Con La Paloma di Damasco, pubblicata in Colombia per la Casa Editrice Papel y Lápiz, ci consegna una storia di dolore e riscatto, di donne che portano nel corpo e nell’anima le ferite del mondo. Sempre in Colombia, ha partecipato all’antologia Homenaje a la Tierra, dove la sua parola si fa eco di una coscienza universale che lega l’essere umano alla natura.

Scrittrice, poetessa, drammaturga ed editrice, Maria Pia Selvaggio unisce alla profondità narrativa una visione teatrale e scenica della parola, capace di trasformare la sofferenza in luce, la memoria in canto.

 

Il tema dell’esilio e della perdita è centrale nelle tue opere. Quanto la tua esperienza personale ha influenzato la scrittura di La Paloma di Damasco?

Grazie, Elisabetta, per questa domanda così penetrante e per l’opportunità di condividere il mio percorso attraverso la parola. Da autrice e editrice, ho sempre visto la scrittura come un ponte tra ferite personali e universali, un atto di resistenza e di guarigione. Rispondo con la sincerità di chi ha vissuto storie dolorose di abbandono nel corpo e nell’anima, intrecciando esperienze reali con l’immaginazione che le eleva. L’esilio, per me, non è un tema: è una cicatrice che pulsa.  Omero lo portò in scena con Ulisse, l’uomo che lascia Itaca e torna vent’anni dopo, carico di storie e di lutti. Dante lo trasformò in condanna politica, esule da Firenze. Ovidio, nelle Tristezze, pianse il bando da Roma come una morte civile. Joyce scelse l’esilio volontario da Dublino per scrivere Ulisse a Trieste, Parigi, Zurigo. Primo Levi lo portò dentro Auschwitz e poi nella memoria, fino al silenzio.  Tutti uomini. L’esilio maschile è viaggio, avventura, punizione, redenzione.

 

Quello femminile, invece, è stato per secoli “SILENZIO”.

Una donna esiliata non partiva: veniva spostata, venduta, data in sposa, cacciata. La sua voce restava chiusa in casa, o in un convento, o in una valigia di cartone.  Io ho dato voce a Hamida, la protagonista di La Paloma di Damasco, per dare voce all’esilio femminile, perché ho vissuto l’esilio sulla mia pelle, ma in versione femminile: non ero io a partire, ero io a essere lasciata indietro.  Hamida non è Penelope che aspetta. È la donna che cammina con la casa in spalla, come una lumaca ferita.  La mia esperienza personale? È stata la “perdita”. Ogni capitolo di “La Paloma di Damasco” è scritto con il sangue di quelle partenze, degli addii negati, della solitudine, dell’allontanamento, dell’incomprensione, della violenza. Ricordo Hamida, profuga in Francia, che mi stringeva le mani: “Scrivi che non siamo fantasmi.” Scrivere La Paloma è stato un esorcismo: ogni capitolo un passo verso la riconciliazione, trasformando la perdita in un volo, come la colomba del titolo, simbolo di pace che ho visto volare sull’indifferenza degli uomini.

 

La tua scrittura intreccia memoria, poesia e narrazione. Come scegli il linguaggio più adatto a raccontare storie così intense e dolorose?

Scegliere il linguaggio è come scegliere la tonalità di un canto: deve risuonare con l’anima del racconto. Per storie di dolore, evito la prosa lineare, troppo fredda; dirigo la narrazione verso un ibrido che respira come la poesia, con ritmi spezzati e immagini sensoriali che evocano odori, sapori, tocchi. In La Paloma di Damasco, ad esempio, ho usato un flusso narrativo influenzato dalla tradizione orale araba: frasi che si arrotolano come tappeti persiani, con metafore radicate nella natura. Per le parti più dolorose, come le scene di violenza, riduco il vocabolario a essenzialità poetica, quasi a sussurri. È una scelta empirica, nata da workshop teatrali che ho condotto in Italia e in svariate nazioni europee, dove ho imparato che il dolore si dice meglio nel silenzio tra le parole. La memoria, poi, entra come un filo narrativo: non cronologico, ma stratificato, come strati di terra. Così, il linguaggio non descrive solo; incarna, fa sanguinare la pagina.

 

Pubblicare in Colombia è stata una scelta editoriale o anche simbolica? In che modo il contesto latino-americano ha arricchito la ricezione della tua opera?

È stata entrambe le cose: una scelta editoriale pragmatica e simbolica, perché la Colombia rappresenta per me quel crocevia di esilio e resilienza che unisce l’Oriente all’Occidente europeo. Ho scelto l’editoria colombiana e la casa editrice Ediciones Papel y Làpiz, di Aroon Parodi Quiroga, perché pubblicare in terra sudamericana mi è sembrato un atto di decolonizzazione: la mia voce italiana, intrisa di influenze arabe, trova eco in un paese che ha cicatrici di guerra civile simili a quelle siriane. La ricezione è stata arricchita dal contesto latino-americano: i lettori colombiani, con la loro sensibilità per il trauma collettivo – ho pensato alle madri di Soacha – potrebbero rispondere con un’empatia viscerale per Hamida. La tua professionale e magnifica traduzione in spagnolo, cara Elisabetta, ha arricchito la produzione, donandole una profondità lirica e fonetica eccezionale.

 

Quanto il legame con la terra influisce sul tuo immaginario poetico e narrativo?

Il legame con la terra è il mio ancoraggio primordiale, un’eredità dei miei nonni contadini, che mi insegnarono a “sentire la terra respirare” piantando ulivi, vigneti sotto il sole cocente. Questo amore per la terra permea tutto il mio immaginario: la natura non è sfondo, ma personaggio vivo, testimone e complice del dolore umano. La geografia siriana di Hamida e quella sannita della mia terra madre: il fango sotto i piedi, l’odore di pioggia su foglie giganti, hanno modellato la mia visione: la natura non è idillica, ma resiliente, come le donne delle mie storie. Narrativamente, la Terra, influenza le metafore – in La Paloma, Hamida cura le sue ferite con erbe del deserto, un rituale da guaritrici beduine -. Poeticamente, è un invito all’empatia universale: la terra non discrimina l’esiliato, unisce, e la mia scrittura cerca di restituire quel patto spezzato dall’uomo, trasformando la devastazione in un inno alla rigenerazione.

 

Le tue protagoniste, come Hamida, affrontano dolori profondi e violenze. Come costruisci la loro voce per trasmettere autenticità e profondità emotiva?

Costruire la voce di Hamida è stato un atto di ascolto profondo, quasi medianico: frasi spezzate, pause cariche di lacrime non versate. Per l’autenticità, mescolo dialetti: l’arabo levantino si intreccia con l’italiano frammentato dell’esilio. La profondità emotiva nasce dalla stratificazione: ogni capitolo è un monologo interiore, costruito su esercizi teatrali che ho praticato come drammaturga in una residenza culturale ad Avignone, in Francia, con l’Accademia teatrale “Forteresse”, la cui direttrice artistica è la regista Anna Romano,  dove imparai a “incarnare” il dolore fisicamente – respiri affannati, gesti repressi. Hamida non urla; sussurra con rabbia contenuta, come “il vento che graffia le tende logore”. La sua forza emerge nel silenzio post-violenza, dove ricostruisce sé stessa, tessendo storie.

Il tema del ricordo e della memoria ricorre spesso nei tuoi lavori. Quanto è importante per te la funzione della scrittura come testimonianza storica e personale?

La memoria è il mio faro e la mia prigione; scrivo sia per liberarmene, che preservarla. Come testimonianza storica, è essenziale: in un mondo che dimentica i genocidi, la scrittura è un archivio vivo. La Paloma di Damasco testimonia non solo il mio esilio personale, ma il collettivo, tesse la storia delle donne esiliate in un arazzo narrativo che resiste all’oblio. Personalmente, è catarsi: ognuno convive con un esilio nel cuore. La funzione è duplice: storica, per educare e personale, per guarire. Scrivo perché, come disse Primo Levi, “se non ricordiamo, siamo condannati a ripetere”; la mia penna è un atto di resistenza, un ponte tra il mio “io” frammentato e il “noi” ferito dell’umanità.

 

Se potessi parlare direttamente ai tuoi lettori in Colombia, quale messaggio personale vorresti trasmettere attraverso La Paloma di Damasco e le poesie presenti in Homenaje a la Tierra?

Cari lettori colombiani, sorelle e fratelli di una terra generosa e ferita, vi parlo dal cuore di una donna che, come voi, ha camminato su suoli intrisi di dolore e speranza. Attraverso La Paloma di Damasco, vi dico: il dolore non è fine, ma seme. Hamida, come le madri di Buenaventura o le campesinas del Chocó, porta cicatrici che diventano ali. Non arrendetevi al silenzio imposto dalle guerre o dalle mine antipersona; fate volare la vostra colomba, raccontate le vostre storie, come io ho fatto intrecciando Damasco con i vostri caffè. E nelle poesie di Homenaje a la Tierra, vi invito a stringervi alla Madre Terra: lei, che avete difeso con le vostre marce e i vostri canti, non ci abbandona. Il mio messaggio è di unità – Oriente e Occidente, deserto e Ande – siamo un solo respiro. Scrivete, amate, resistete: la vostra voce è la luce che squarcia le tenebre. Con gratitudine vi abbraccio tutti.

 

Hai scritto anche sceneggiature e opere teatrali. In che modo il lavoro per il teatro e il cinema ha influenzato la tua scrittura narrativa e poetica?

Il teatro e il cinema sono stati i miei maestri di ritmo e corpo, influenzando profondamente la mia prosa e poesia con una dimensione scenica che rende la parola “visibile”. In un tour teatrale europeo mediante il progetto “Eu Collective Plays” ho imparato che la narrazione deve “muoversi” – dialoghi che si spezzano come gesti, silenzi che pesano come inquadrature cinematografiche. Questo si riflette in La Paloma: capitoli strutturati come atti teatrali, con cliffhanger visivi – immaginate Hamida contro la luce del tramonto -. Per la poesia, il teatro mi ha insegnato il coro: in Homenaje a la Tierra, le strofe echeggiano come ensemble vocali, dove la voce poetica narrava traumi ambientali. Il cinema aggiunge montaggio: salti temporali nella memoria, come tagli di scena, che rendono la narrativa dinamica. In sintesi, teatro e cinema hanno reso la mia scrittura performativa – non solo letta, ma vissuta, come un palcoscenico interiore dove il lettore è spettatore e attore.

 

Oltre a essere autrice, sei anche editrice. In che modo questa esperienza ha influenzato la tua visione della letteratura e quali sono i progetti che coltivi per il futuro?

A Telese Terme, Benevento, Campania, in questa valle sannita dove il tempo sembra ancora scandito dalle sagre e dai campanili, porto avanti la casa editrice “Selvaggio Edizioni Mind & Heart” con una tenacia che a volte mi stupisce. Non è stato facile aprire questa casa editrice indipendente nel 2017 e non lo è tuttora. Ogni giorno è una battaglia contro pregiudizi che sembrano usciti da un romanzo del Novecento: “Una donna del Sud che dirige? Ma chi la finanzia? Non durerà.” Parliamo delle difficoltà dell’editoria in Italia, perché non si può fingere che sia solo una questione locale. Il settore è un’arena dove i grandi gruppi – Mondadori, RCS, Feltrinelli – divorano tutto. “Nessuno è profeta in patria” non è un proverbio, è realtà. La cultura è vista come un lusso, non un investimento: preferiscono sponsorizzare una festa patronale piuttosto che un festival letterario. Ma ci sono mecenati illuminati, come il dott. Filippo Liverini di Liverini Spa – un’azienda storica di Telese Terme (Campania), leader nei mangimi, che ha sempre avuto a cuore la crescita della cultura sannita. Grazie a persone come lui, che supportano iniziative locali con passione per il territorio, riusciamo a organizzare eventi e pubblicazioni che altrimenti resterebbero solo sogni. Il dott. Liverini, con la sua visione d’impresa legata alla comunità, rappresenta quel ponte tra economia e cultura che ci dà speranza. Ma la strada è ancora lunga: servono più sostenitori per sfatare pregiudizi, per far capire che la cultura non è un hobby, ma il motore di un territorio che rischia di spegnersi. Questa esperienza da editrice ha rivoluzionato la mia visione della letteratura. Da autrice, scrivevo per esorcizzare i miei demoni – l’esilio, il dolore, la memoria – come in La Paloma di Damasco. Ora, come editrice, vedo la letteratura come un’arma collettiva: non solo parole mie, ma voci silenziate che meritano luce. Ho imparato che un libro non è solo un prodotto; è una resistenza. Pubblico autori emergenti del Sud, donne che raccontano violenze domestiche, fragilità. Ogni manoscritto che ricevo – spesso via e-mail da casalinghe o studenti – mi insegna che la letteratura vera è quella che sanguina, non quella patinata delle fiere torinesi. Mi ha resa più cinica sui meccanismi del mercato, ma più ottimista sulle storie: la letteratura non salva il mondo, ma salva chi la scrive e chi la legge. Per il futuro, coltivo progetti concreti, radicati in questa terra testarda. Non sogni grandiosi, ma passi reali: Espandere la collana Crisalide, diretta dal dott. Salvatore Esposito, con saggi di autori locali su temi sociali. Lanciare “Donne Fuori Forma”, una serie di romanzi e poesie di autrici che non si adeguano ai canoni: troppo arrabbiate, troppo vere. Organizzare laboratori di scrittura nelle scuole rurali del Sannio, per insegnare ai ragazzi che il loro dialetto non è “sporco”, ma una lingua viva da stampare. Non diventerò ricca, ma se una ragazza mi dirà “Voglio fare l’editrice come lei, Maria Pia”, avrò vinto. La strada è lunga, ma io continuo a camminare, con il cuore selvaggio e la mente aperta.

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