Dalla Repubblica di San Marino: il primo Capo di Stato al mondo dichiaratamente gay ci parla del perché i diritti vanno difesi sempre e in prima persona.
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I nati tra gli anni ‘70 e gli ‘80, quelli che vengono definiti “xennials” – la generazione a cavallo tra la X ed i millenials – hanno potuto assistere, a partire dagli anni 2000, ad una forte spinta nell’ottenimento di quelli che comunemente si definiscono “diritti civili”: termine oltretutto piuttosto generoso verso chi dovrebbe riconoscere i diritti ma molto ingiusto per coloro che ne devono usufruire. Dovremmo infatti parlare di “diritti umani” sempre e comunque.
L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) già dal 1990 ritirò l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, ma sarà solo a partire dal 2001 che il primo Paese al mondo legifererà in modo concreto sui diritti delle persone omosessuali: è l’anno in cui i Paesi Bassi introducono il matrimonio egualitario; a loro seguiranno il Belgio nel 2003 e la Spagna nel 2005. Per le persone trans invece la prima legge per la piena inclusione arriverà dall’Argentina nel 2012.
L’inizio del riconoscimento dei diritti non è un fatto legato ad una particolare congiuntura storica bensì il risultato di una maturazione delle coscienze stimolate da dure lotte portate avanti, in modo collettivo, in particolare dalla fine degli anni ‘60 (con i moti di Stonewall) e successivamente grazie alla forte spinta data dai movimenti nati durante i difficili anni della diffusione dell’HIV e delle morti per AIDS.
Noi xennials, cresciuti senza l’accesso alle informazioni e alle reti sociali, abbiamo imparato a conoscere la nostra identità e orientamento sessuale utilizzando ogni mezzo a disposizione, spesso di nascosto dallo sguardo degli amici, della famiglia, della scuola e spesso anche avvolti da quel senso di vergogna che provavamo, perché per gli altri non eravamo “normali”: quindi gli incontri nei parchi, nei parcheggi degli autogrill o nei bagni delle stazioni, i giornali furtivamente comprati nelle edicole, magari di città diverse dalle nostre, i viaggi all’estero e i brevi video porno scambiati con i compact disk.
Questi momenti sono stati per noi uno spazio di piacere e di “sicurezza” in cui poter trovare dei riferimenti in cui riconoscersi. Infatti, quelli offerti dai media, dal cinema e dalla tv, erano esclusivamente assimilati a ruoli in cui l’omosessuale era ridicolizzato o relegato a ruoli marginali della società.
Ci sono mancati quindi i “referenti”: quelle persone che in un certo modo potessero essere un punto di riferimento con cui identificarsi e pensare che un giorno, seppur diversi, o come spesso ci sentivamo, sbagliati, avremmo potuto ambire ad essere una persona di successo o una persona comune, con una vita comune, un compagnx, costruire una famiglia o essere semplicemente una persona felice.
I referenti della comunità LGBTIQ+ rappresentano questo: una guida, un modello, qualcuno che anche solo esistendo ci fa sentire meno soli.
Oggi, ad un paio di generazioni di distanza dagli xennials, nonostante i forti cambiamenti e la grande evoluzione nel campo legislativo, dobbiamo superare ancora un grosso ostacolo: il cambiamento culturale.
“Ormai non siete più discriminati”, “ormai avete le unioni civili”, “in tv sono più dei vostri che dei nostri”: frasi che sentiamo ripetere costantemente da conoscenti, familiari, politici, istituzioni. Ma vediamo anche ragazze che per tenersi per mano in città vengono aggredite verbalmente, coppie di uomini che per un bacio in spiaggia vengono cacciati dallo stabilimento, ragazze trans prese a calci e pugni e ancora, persone LGBTIQ+ che non riescono a vivere la loro vita e pertanto decidono di farla finita: anche oggi, nel 2026.
Paolo Rondelli, eletto a San Marino, è il primo Capo di Stato dichiaratamente gay nel mondo – Il suo percorso, le sue lotte e i suoi successi sono un esempio per le tantissime persone che ancora sono vittime di discriminazione, scherno e persecuzione
Forse non tutti conoscono San Marino, forse non è chiaro dove si trovi questa piccola Repubblica, e non tutti sapranno che San Marino è la più antica Repubblica del mondo.
Recentemente, nel 2022, la Repubblica di San Marino è diventata un referente per la comunità LGTBTIQ+ grazie al suo primo Capo di Stato al mondo apertamente gay.
L’elezione di Paolo Rondelli a Capo di Stato della Repubblica di San Marino (il titolo sanmarinese è di Capitano Reggente) ha rappresentato un prima e un dopo sul piano politico e istituzionale. Per la prima volta, nel mondo, un uomo gay ha assunto ufficialmente la guida di un Paese facendo del suo orientamento sessuale non solo un motivo di orgoglio personale ma un esempio, una speranza, l’apertura di un cammino finora percorso anche da altri, ma sempre con “prudenza”, pudore e riservatezza.
La sua nomina non è stata soltanto un fatto politico, è stata ed è un segnale culturale e sociale molto forte: perché quando si assume un ruolo pubblico si accendono le luci dei riflettori e improvvisamente anche il personale diventa pubblico.
Ecco che la visibilità di una figura istituzionale apertamente queer assume un valore simbolico e concreto: l’istituzione diventa un punto di riferimento, un catalizzatore di cambiamento ed uno strumento di legittimazione per tante persone che, ancora oggi, con molta fatica, paura e anche vergogna, cercano riconoscimento e pari dignità.
Parlare di Paolo Rondelli significa quindi riflettere sul peso della rappresentanza, sull’importanza dei modelli positivi e sul ruolo che la politica ha nel promuovere inclusione e diritti.
In questa intervista approfondiremo il significato della sua esperienza, il valore della visibilità e il contributo che leader come lui possono offrire nel costruire una società più aperta e inclusiva nella quale le persone LGBTIQ+ possano sentirsi pienamente parte attiva.

Paolo, il tuo percorso professionale si è sviluppato all’interno di un intenso cammino attraverso la cultura, la diplomazia e la politica fino ad arrivare alla tua elezione a Capo di Stato. Ce ne parli?
È stato un percorso articolato, di crescita personale oltre che professionale e politica, dove per politica intendo non solo la partecipazione ad attività di partito o elettive, ma l’essere parte di un processo che riguarda la coesione sociale, l’attivismo, il benessere delle persone e la chiarezza sui loro diritti. È stato, ed è, un percorso fatto di studio, tanto studio, moltissima passione e la convinzione che le ingiustizie del mondo non possano né debbano essere accettate. Anche quando ho la sensazione di potere fare poco o quasi nulla penso che, se aiuto anche una sola persona, sto contribuendo a creare un mondo migliore. Il mio percorso pubblico è partito stabilmente nel 1982, anche se avevo già preso parte a proteste studentesche. Nel 1982 a San Marino, il mio Stato, ci fu un referendum per far sì che le donne che sposavano un cittadino sammarinese non perdessero automaticamente la cittadinanza. Io votavo per la prima volta e non capivo perché mia sorella dovesse avere meno diritti di me. Cominciai da lì ad essere attivo nella società civile, e non mi sono più fermato.
Perché sei diventato “il primo Capo di Stato al mondo apertamente gay”? C’era bisogno di dirlo?
Sono stato il primo a essere eletto senza essersi nascosto come persona gay. Ho motivo di credere che nel passato vi siano state persone non eterosessuali che sono state elette in altre parti del mondo e sono assurte al rango di Capo di Stato, ma vivevano in silenzio la loro condizione di omosessualità, bisessualità o altro. Evitavano di rivelarla pensando probabilmente che ciò potesse rappresentare un vincolo e un limite. Serviva dirlo per vari motivi, uno personale: sono sempre stato me stesso e non ho mai accettato discriminazioni pur avendole subite. Appena eletto ho ricevuto una telefonata da parte di una giornalista cui qualcuno aveva fornito mie foto nudo su una spiaggia naturista, pensando di scrivere della cosa in modo scandalistico. Ho quindi reso subito noto sui miei social che sono un naturista convinto e iscritto FKK da molti anni, e che ciò è un comportamento legale, mentre non è bello usare le scelte di vita delle persone per danneggiarle politicamente, sottolineando come fosse più importante parlare del primato di essere il primo Capo di Stato al mondo apertamente gay. La mia dichiarazione è stata ripresa dal Times immediatamente e poi dalla stampa di tutto il mondo, dal Brasile all’Australia e i miei social sono stati invasi da messaggi di persone che avevano bisogno di un modello in cui identificarsi e sapere che essere gay non era una limitazione. Quindi c’era bisogno di dirlo, per coerenza e, soprattutto, per tutte le persone discriminate per il loro orientamento sessuale.
Oggi sei un referente per la comunità LGBTIQ+ pertanto riceverai molti commenti e molti ringraziamenti: cosa ti viene detto più spesso?
Mi collego alla precedente risposta, mi dicono spesso che mi sono grati per non avere fatto mistero del mio orientamento e per avere sempre lavorato con serietà affinché non fosse un limite. Ovvio che poi arrivano anche insulti, legati soprattutto al fatto che, come gay, non sarei degno di rappresentare tutte le persone perché sono parte di una minoranza. Nulla di più sbagliato. Tutti devono potere dire la loro in democrazia e il merito di rappresentare e contribuire non passa di certo per l’orientamento sessuale.
In diversi ambiti, dal militare all’istituzionale, ma anche in quelli della cultura e dell’impresa sei stato testimone di un’evoluzione nell’approccio alla propria visibilità come uomo gay: se nel passato potevamo proteggerci con quel “don’t ask, don’t tell” (non chiedere, non dire) che diventò famoso negli Stati Uniti, oggi può sembrare un approccio denigrante e che, come direbbero qui a Madrid, ci imporrebbe di “ritornare nell’armadio”. Oggi siamo più liberi di esprimere liberamente chi siamo?
Lo siamo, ma è una libertà costantemente in pericolo. Dobbiamo stare molto attenti perché le minoranze e certe fasce di popolazione, ad esempio le donne, vengono spesso limitate nell’esercizio della loro presenza pubblica in molti paesi, solitamente in mano a modelli patriarcali e poco orientati a condividere il potere. Invece è proprio la società equa e coesa che produce un miglioramento socioeconomico attraverso l’inclusione. Bisogna lottare per mantenere attiva la democrazia, sempre, e la rappresentatività della comunità queer. Chi ci vuole togliere diritti ci prova sempre a dividere e dobbiamo essere bravi e brave a fare sempre quadrato. Non dobbiamo mai lasciare che le avversità portino danno al percorso per un miglioramento della condizione della comunità queer e dei diritti delle donne.
Raccontaci, com’è la vita a San Marino e qual è la scena LGTBIQ+ nella Repubblica?
Vita borghese e con un buon livello di benessere ma con piccole fasce di disagio legate soprattutto al costo della vita. La scena LGBTIQ+ è molto scarsa, vista la vicinanza con Rimini e con la vita della riviera adriatica. Recentemente con altri abbiamo fondato un’associazione e da circa otto mesi stiamo cercando di creare eventi per la comunità, con incontri fra giovani, conferenze pubbliche, aperitivi ed altro. Un percorso iniziato da circa nove mesi ma che sta procedendo anche se è difficile trovare sponsor e quindi fondi.
Tu hai il privilegio di vivere nella penisola italiana ma di poterla vedere, allo stesso tempo con occhi esterni. In un ambito globale, come vedi l’evoluzione dell’Italia in termini di diritti LGTBIQ+ rispetto al resto del mondo?
Purtroppo, non possiamo parlare di evoluzione al momento, anzi, vedo una contrazione del senso di comfort per le persone appartenenti alla comunità. Un senso di odio prevale nella società e, lo dico da storico e con sofferenza, vedo alcuni degli schemi che portarono all’avanzata del fascismo un secolo fa. Si riversano sulle minoranze responsabilità per colpe che non hanno. La discussione politica è spesso condotta su luoghi comuni e spostando il target su discorsi inesistenti o sminuendone il significato: si fa il pride e viene descritto come una sfilata di carnevale, scandalosa, piena di nudità, che turba i bambini, etc. etc. etc. Non ci si sofferma mai sul significato storico della cosa, sul significato politico delle prime manifestazioni post Stonewall e così via. Spero sempre che la società civile sia più matura della politica, cosa che vedo spesso, sui temi etici e sociali, e che l’informazione mainstream abbia un guizzo d’orgoglio in una società fatta di slogan e narrazioni brevi. Rispetto al resto del mondo l’Italia è messa bene se consideriamo la media dei paesi omofobi dove i diritti civili sono spesso messi alla gogna (anche in senso fisico viste le pene di morte spesso applicate per l’orientamento sessuale), ma è ancora indietro rispetto ad altri paesi come quelli del nord Europa, tradizionalmente inclusivi, ma anche rispetto a stati del bacino mediterraneo come la Spagna e Malta. Molto c’è da fare, soprattutto per mutare una narrazione pubblica eccessivamente eteronormata su un modello legato solo alla famiglia cosiddetta tradizionale.
Come comunità abbiamo fatto passi avanti nel riconoscimento dei diritti così come nell’inclusione sociale. Le dure lotte hanno portato a questi risultati. Ora, qual è la lotta che i movimenti LGBTIQ+ devono intraprendere?
A mio modesto parere le lotte sono due, una interna al movimento e una esterna. Quella interna è la lotta alla “normalizzazione” ovvero allo scimmiottare modelli consolidati della società eteronormata, perché, prima o poi, porterebbero alla discriminazione nei confronti di qualche altra categoria, come è successo, e sta succedendo ancora, nei confronti della nostra comunità. Quella esterna è una reazione forte nei confronti di coloro che ci vogliono divisi, è ad esempio ovvio che la comunità trans resta sotto forte attacco in molti paesi e non può essere lasciata sola. Bisogna fare anche quadrato con altre categorie che lottano per i diritti civili e creare un fronte comune, il più allargato possibile, capace di sostenere tutte le battaglie sui diritti, sia che riguardino una comunità o un’altra. A San Marino, ad esempio, lo abbiamo fatto per le unioni civili e per la depenalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza.
Grazie Paolo per la tua esperienza, per essere un referente per tutti noi e per la tua passione e impegno concreto verso la comunità italiana all’estero!

¿Jefe de Estado, y gay?
Desde la República de San Marino: el primer Jefe de Estado del mundo abiertamente gay nos habla de por qué los derechos deben defenderse siempre y en primera persona.
Los nacidos entre los años setenta y ochenta, los llamados xennials —la generación a caballo entre la X y los millennials— han podido asistir, a partir de los años 2000, a un fuerte impulso en la conquista de lo que comúnmente se definen como “derechos civiles”: un término bastante generoso hacia quienes deberían reconocerlos, aunque muy injusto para quienes deben ejercerlos. Deberíamos hablar siempre y en cualquier caso de derechos humanos.
La OMS retiró la homosexualidad de la lista de enfermedades mentales en 1990, pero solo a partir de 2001 el primer país del mundo legisló de forma concreta sobre los derechos de las personas homosexuales: ese año, los Países Bajos introdujeron el matrimonio igualitario; les siguieron Bélgica en 2003 y España en 2005. Para las personas trans, la primera ley de plena inclusión llegó en Argentina en 2012.
El inicio del reconocimiento de los derechos no es fruto de una coyuntura histórica particular, sino el resultado de una maduración de las conciencias, estimulada por duras luchas colectivas, especialmente desde finales de los años sesenta (con los disturbios de Stonewall) y posteriormente gracias al impulso de los movimientos surgidos durante los difíciles años de la difusión del VIH y las muertes por sida.
Nosotros, los xennials, crecimos sin acceso a la información ni a las redes sociales. Aprendimos a conocer nuestra identidad y orientación sexual utilizando cualquier medio disponible, a menudo a escondidas de amigos, familia y escuela, y envueltos en ese sentimiento de vergüenza que sentíamos porque, para los demás, no éramos “normales”. Así llegaron los encuentros en parques, en aparcamientos de áreas de servicio o en baños de las estaciones, las revistas compradas furtivamente en quioscos —quizá en ciudades distintas a la nuestra—, los viajes al extranjero y los breves vídeos porno intercambiados en discos compactos.
Esos momentos fueron para nosotros un espacio de placer y “seguridad”, un lugar donde encontrar referencias en las que nos reconociamos. Las que ofrecían los medios, el cine o la televisión eran exclusivamente roles en los que la persona homosexual era ridiculizada o relegada a posiciones marginales en la sociedad.
Nos faltaron referentes: personas que pudieran ser un punto de apoyo con el que identificarnos y pensar que algún día, aunque diferentes —o como a menudo nos sentíamos, equivocados—, podríamos aspirar a ser alguien de éxito o simplemente una persona común, con una vida común, una pareja, una familia o, sencillamente, ser felices.
Los referentes de la comunidad LGBTIQ+ representan exactamente eso: una guía, un modelo, alguien que, simplemente existiendo, nos hace sentir menos solos.
Hoy, un par de generaciones después de los xennials, a pesar de los grandes cambios y de la evolución legislativa, aún debemos superar un gran obstáculo: el cambio cultural.
“Ya no os discriminan”, “ya tenéis uniones civiles”, “en la tele hay más de los vuestros que de los nuestros”: frases que escuchamos constantemente de conocidos, familiares, políticos e instituciones. Pero seguimos viendo chicas agredidas verbalmente por cogerse de la mano en la ciudad, parejas de hombres expulsadas de una playa por darse un beso, chicas trans golpeadas a patadas y puñetazos, y personas LGBTIQ+ que no consiguen vivir su vida y deciden ponerle fin: también hoy, en 2026.
Paolo Rondelli, elegido en San Marino, es el primer Jefe de Estado abiertamente gay del mundo
Su trayectoria, sus luchas y sus logros son un ejemplo para las muchas personas que aún hoy son víctimas de discriminación, burla y persecución.
Quizá no todos conozcan San Marino, quizá no esté claro dónde se encuentra esta pequeña República, y quizá no todos sepan que es la república más antigua del mundo.
En 2022, la República de San Marino se convirtió en un referente para la comunidad LGBTIQ+ gracias a su primer Jefe de Estado abiertamente gay. La elección de Paolo Rondelli como Capitán Regente marcó un antes y un después en el plano político e institucional. Por primera vez en el mundo, un hombre gay asumía oficialmente la jefatura de un Estado, haciendo de su orientación sexual no solo un motivo de orgullo personal, sino un ejemplo, una esperanza y la apertura de un camino que otros ya habían recorrido, pero a menudo con prudencia, pudor y discreción.
Su nombramiento no fue solo un hecho político: fue y es un poderoso mensaje cultural y social. Cuando se asume un cargo público, las luces se encienden y lo personal se vuelve público. La visibilidad de una figura institucional abiertamente queer adquiere un valor simbólico y concreto: la institución se convierte en referente, catalizador de cambio y herramienta de legitimación para muchas personas que aún hoy, con esfuerzo, miedo y vergüenza, buscan reconocimiento y dignidad.
Hablar de Paolo Rondelli significa reflexionar sobre el peso de la representación, la importancia de los modelos positivos y el papel de la política en la promoción de la inclusión y los derechos.

Paolo, tu trayectoria profesional se ha desarrollado entre la cultura, la diplomacia y la política hasta llegar a tu elección como Jefe de Estado. ¿Nos hablas de ello?
Fue un recorrido complejo, de crecimiento personal además de profesional y político. Para mí, la política no es solo participar en actividades de partido o elecciones, sino formar parte de un proceso que implica cohesión social, activismo, bienestar de las personas y claridad sobre sus derechos. Ha sido —y es— un camino hecho de estudio, mucho estudio, muchísima pasión y la convicción de que las injusticias del mundo no pueden ni deben aceptarse. Incluso cuando siento que puedo hacer poco, pienso que si ayudo a una sola persona, ya estoy contribuyendo a un mundo mejor.
Mi camino público comenzó en 1982. Ese año, en San Marino, hubo un referéndum para evitar que las mujeres que se casaban con un ciudadano sanmarinense perdieran automáticamente la ciudadanía. Yo votaba por primera vez y no entendía por qué mi hermana debía tener menos derechos que yo. Desde entonces empecé a ser activo en la sociedad civil y no me he detenido.
¿Por qué te convertiste en “el primer Jefe de Estado abiertamente gay del mundo”? ¿Era necesario decirlo?
Fui el primero elegido sin esconder que era gay. Tengo motivos para creer que en el pasado hubo personas no heterosexuales que llegaron a ser Jefes de Estado en otras partes del mundo, pero vivían su orientación en silencio. Pensaban que revelarla sería un límite.
Era necesario decirlo por varios motivos. Uno personal: siempre he sido yo mismo y nunca he aceptado discriminaciones, aunque las haya sufrido. Nada más ser elegido, una periodista me llamó porque alguien le había enviado fotos mías desnudo en una playa naturista. Decidí publicarlo yo mismo en mis redes: soy naturista desde hace años y es algo legal. Lo importante no era eso, sino el hecho histórico de ser el primer Jefe de Estado abiertamente gay. El Times recogió la noticia de inmediato y luego la prensa de todo el mundo. Recibí miles de mensajes de personas que necesitaban un modelo en el que reconocerse.
Hoy eres un referente para la comunidad LGBTIQ+. ¿Qué te dicen más a menudo?
Me agradecen no haber ocultado mi orientación y haber trabajado con seriedad para que no fuera un límite. También llegan insultos, sobre todo de quienes creen que, por ser gay, no soy digno de representar a todos. Nada más falso: en democracia todos deben poder aportar, y el mérito no depende de la orientación sexual.
¿Somos hoy más libres de expresar quiénes somos?
Lo somos, pero es una libertad en constante peligro. Las minorías y ciertos grupos —como las mujeres— siguen siendo limitados en muchos países dominados por modelos patriarcales. Una sociedad equitativa e inclusiva genera bienestar. Hay que luchar siempre por mantener viva la democracia y la representatividad queer. Quienes quieren quitarnos derechos intentan dividirnos; nosotros debemos mantenernos unidos.
¿Cómo es la vida en San Marino y cuál es la escena LGBTIQ+ allí?
Una vida burguesa, con buen nivel de bienestar, aunque con pequeñas franjas de dificultad por el coste de vida. La escena LGBTIQ+ es reducida, dada la cercanía con Rímini y la vida de la Riviera Adriática. Hace unos meses fundamos una asociación y estamos creando eventos, encuentros, conferencias y actividades, aunque es difícil encontrar financiación.
¿Cómo ves la evolución de Italia en materia de derechos LGBTIQ+?
Por desgracia, no podemos hablar de evolución. Veo una contracción del confort social para la comunidad. Un clima de odio prevalece. Como historiador, veo con dolor algunos patrones que favorecieron el ascenso del fascismo hace un siglo. Las minorías cargan culpas que no tienen. El debate político se basa en tópicos y narrativas vacías. El pride se describe como un carnaval escandaloso, sin profundizar en su significado histórico y político. Italia está mejor que los países abiertamente homófobos, pero sigue por detrás de muchos países europeos, incluida España.
¿Cuál es la lucha que debe emprender ahora el movimiento LGBTIQ+?
A mi juicio, dos luchas: una interna y una externa. La interna es contra la “normalización”, es decir, imitar modelos heteronormativos que acabarían generando nuevas discriminaciones. La externa es una reacción fuerte contra quienes quieren dividirnos. La comunidad trans está bajo ataque en muchos países y no puede quedar sola. Hay que crear un frente común con todos los movimientos que luchan por los derechos civiles.
Gracias, Paolo, por tu experiencia, por ser un referente para todxs nosotrxs y por tu compromiso con la comunidad
