Il presidente dell’Inps Gabriele Fava analizza l’impatto dell’intelligenza artificiale: meno dell’1% dei lavori rischia di sparire davvero, ma serve riqualificare i lavoratori e ridistribuire il valore prodotto tra salari, formazione e pensioni.
MADRID. – L’intelligenza artificiale non segnerà la fine del lavoro, ma la sua più profonda trasformazione dal secolo scorso a oggi. Nel dibattito globale dominato dai timori della disoccupazione tecnologica, a tracciare una rotta chiara è il presidente dell’Inps, Gabriele Fava. Nel corso del suo intervento al seminario dell’ISSA (l’associazione internazionale degli istituti di sicurezza sociale), Fava ha gettato acqua sul fuoco dei procurati allarmi, spostando l’attenzione dall’algoritmo alla fattore umano: il vero punto debole del nostro sistema non è la tecnologia in sé, ma la carenza di competenze necessarie a governarla.
I numeri dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) confermano questa visione: se nei Paesi ad alto reddito oltre il 34% delle occupazioni è esposto all’IA generativa, solo il 3,3% si trova in una fascia a rischio reale di sostituzione integrali. L’esposizione, dunque, significa affiancamento, supporto e automazione di mansioni ripetitive, non scomparsa del posto di lavoro.
La sorveglianza umana non è un timbro: servono tempo, formazione e autorità
«L’esposizione è vasta, la sostituzione è la parte minore. La tecnologia cambia sempre il lavoro, ma non decide da sola come: lo decidiamo noi», ha evidenziato Fava. Per evitare che la presenza dell’IA nelle aziende si traduca in decisioni arbitrarie o opache, diventa fondamentale la sorveglianza umana.
Ma il controllo dell’uomo non può ridursi a una formale “firma in calce” a una procedura elaborata da una macchina. Serve costruire un bagaglio di nuove competenze per i lavoratori:
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Capacità critica e analitica: per comprendere le logiche degli algoritmi e correggerne eventuali distorsioni o errori (bias).
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Tempo e risorse dedicate: per valutare i processi automatizzati senza correre dietro ai ritmi di calcolo dei software.
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Autorità e responsabilità: la capacità e il diritto effettivo del lavoratore di dire “no” a una decisione generata dall’algoritmo.
L’Inps stessa sta mettendo in pratica questo modello: con oltre 70 progetti di intelligenza artificiale all’attivo, l’Istituto ha stabilito che l’algoritmo può istruire la pratica, ma la responsabilità finale resta sempre in capo alla persona.
Invecchiamento e denatalità: dove andrà il valore prodotto dalle macchine?
La rivoluzione dell’IA si inserisce in un contesto demografico italiano già complesso, segnato dall’invecchiamento della popolazione e dai minimi storici delle nascite (appena 355mila i nati lo scorso anno). In questo scenario, il patto sociale ed economico rischia di incrinarsi se il valore generato dall’automazione non passa dalle buste paga.
Se l’intelligenza artificiale aumenta la produttività affiancando il lavoratore, si generano salari più alti e contributi più ricchi per le pensioni di domani. Se invece sostituisce ore di lavoro e contratti senza una corretta gestione, il valore rischia di spostarsi solo sui margini aziendali, impoverendo la base contributiva della sicurezza sociale.
Proteggere la transizione: formazione retribuita e tutele per chi cambia mestiere
No a una “tassa sui robot” che frenerebbe l’innovazione e gli investimenti, sì a nuove forme di tutela per la formazione continua. La ricetta proposta passa per la salvaguardia del periodo di riqualificazione professionale: chi dedica tempo a imparare un nuovo mestiere non deve trovarsi con buchi contributivi nel proprio percorso pensionistico.
Tra le soluzioni emerse e già sperimentate (come l’accordo in Piemonte per erogare indennità integrative ai lavoratori in cassa integrazione che seguono corsi di aggiornamento) figurano contribuzioni figurative durante la formazione, incentivi dedicati all’apprendimento e scivoli d’uscita flessibili per i lavoratori anziani vicini alla pensione. La tecnologia cambia i ritmi del lavoro, ma la direzione e la dignità del percorso continuano a dipendere dalle scelte umane e istituzionali.
