Editoriale – Una riforma che svilisce il voto degli italiani all’estero


Al vaglio del Parlamento, la riforma rompe gli equilibri esistenti, spariglia le carte in tavola e cancella con un colpo di spugna l’essenza stessa del voto all’estero: la rappresentatività


 Quanto accaduto a Ceuta ha dato un nuovo impulso all’estrema destra che dilaga pericolosamente nel vecchio continente. Ha anche messo a nudo, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, la sua vera natura: quella xenofoba e quella razzista. Xenofobia e razzismo sono due parole che, oggigiorno, vengono spesso usate come sinonimo ma non lo sono. La prima esprime la paura, l’ostilità, la diffidenza verso la diversità: l’immigrante, per l’appunto, ma non solo. L’altra, invece, si riferisce ai pregiudizi basati sulla certezza che l’umanità sia divisa in razze superiori e razze inferiori.

L’estrema destra, con il suo discorso populista impregnato di nazionalismo, sovranismo, difesa dei confini e della cultura autoctona riesce a infiammare i sentimenti più bassi, gli istinti più vili. Lo fa attraverso la diffusione di “fake news”, una tendenza nei social che ha trasformato in arte.

Detto ciò, non deve assolutamente sorprendere che nel Parlamento italiano si discuta la riforma del voto all’estero o, meglio, come condizionare la partecipazione politica delle nostre comunità assoggettando i candidati agli interessi delle segreterie dei partiti. La riforma diventa una sorta di regalo a quell’estrema destra i cui caposaldi si basano su quegli stessi sentimenti di xenofobia e di razzismo che portano al rifiuto degli immigrati. Ma in realtà si trasforma in un atto di discriminazione nei confronti di oltre sette milioni di italiani che vivono all’estero e che, con la riforma, vedrebbero fortemente limitato l’esercizio di un diritto tanto importante come è quello del voto.

Dopo aver introdotto criteri più ristrettivi e discriminanti sulla trasmissione  della cittadinanza, ora si vuole alterare la natura dell’esercizio del voto all’estero, asservendola indirettamente ai capricci di chi non conosce la realtà e le esigenze delle nostre comunità sparse per il mondo.

La riforma al vaglio del Parlamento ridisegna le attuali circoscrizioni estere riducendole da quattro (Europa, America Meridionale, America Settentrionale e Centrale e Africa, Asia, Oceania e Antartide) a solo due (Europa e Resto del Mondo che abbraccerà America Meridionale, America Centrale, America Settentrionale, Africa, Asia, Oceania e Antartide) per la Camera e addirittura ad una per il Senato. Invariato, invece, il numero degli eletti: otto deputati e quattro senatori.

Se per l’Europa la ripartizione rimarrebbe inalterata, per il resto del mondo si avrebbe un solo immenso “calderone” in cui si confonderanno dimensioni, realtà, necessità, esigenze e problematiche diverse. In altre parole, un grande minestrone dai sapori tanto distinti e contrastanti da divenire indigeribile.

Con la riforma, pare evidente, viene meno la legittimità territoriale, oggi garantita dalle quattro ripartizioni. Sembra banale, ma non lo è affatto: la riforma rompe gli equilibri esistenti, spariglia le carte in tavola e cancella con un colpo di spugna l’essenza stessa del voto all’estero: la rappresentatività. E spieghiamo perché.

Stando ai dati a disposizione, degli oltre sette milioni di italiani all’estero il 55% vive in Europa, il 31% risiede in America Latina, l’8,7% nell’America Settentrionale e il 5,3% in Africa, Asia e Oceania. Quindi, facendo i “conti della serva”, dei quattro senatori eletti all’estero, qualora fosse approvata definitivamente la riforma, quasi sicuramente tre sarebbero eletti in un solo collegio elettorale: quello europeo, in cui è più numerosa la nostra comunità. Il quarto, sempre prendendo in considerazione il volume delle nostre comunità per aree geografiche, quasi sicuramente sarebbe assegnato all’America Latina. Quindi, verrebbe meno la rappresentanza territoriale.

Stesso discorso per la Camera, in cui il numero dei deputati, otto in totale, sarebbe distribuito in maniera equanime tra Europa e il Resto del Mondo. Fermo restando che ne risulterebbe avvantaggiata l’Europa, che ora ne ha tre,  resta il nodo della legittimità territoriale: l’America Latina, con i suoi quasi due milioni di connazionali residenti farebbe la parte del leone eleggendo, se non la totalità degli onorevoli, certamente il maggior numero. Ci rimettiamo ai dati Aire. La matematica non mente: la totalità degli italiani che vivono in America Latina è superiore alla somma, meno di un milione, di quelli che vivono nell’America Settentrionale, in Africa, in Asia e in Oceania.

Ultimo dettaglio non indifferente, l’interferenza delle segreterie dei partiti. Già in passato questa  è stata tutt’altro che marginale,  figuriamoci in futuro se dovesse passare la riforma. L’esistenza di quattro collegi elettorali è il riconoscimento implicito della diversità delle problematiche di ogni comunità e area geografica. Riducendo da quattro a due le ripartizioni la rappresentatività dei candidati si limiterebbe ad un aspetto meramente politico o quasi. Un collegio così amplio come quello del “Resto del Mondo” obbligherebbe i candidati a dipendere dai partiti e gli elettori a votare non per la persona che più li rappresenta ma per quella imposta dalle segreterie.

Ci chiediamo cosa ne penserebbe Mirko Tremaglia che fece del voto agli italiani all’estero una sua crociata personale. Perseverante e tenace, ottenne nel 2001, durante il suo mandato come Ministro per gli italiani nel mondo, l’approvazione della riforma costituzionale che riconosce alle nostre comunità all’estero   il diritto di partecipare alle elezioni politiche in Italia senza doversi recare fisicamente nel comune d’origine e potendo eleggere rappresentanti propri.

Nota come “Legge Tremaglia”, non a caso, non solo istituì formalmente la Circoscrizione Estero ma la divise in quattro ripartizioni geografiche, riconoscendo così la diversità delle nostre comunità, delle loro necessità e aspirazioni. Diversità, necessità, bisogni e aspirazioni che la riforma al vaglio del Parlamento ignora.

Mauro Bafile

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