C’è una scena del Padrino che tutti ricordano, anche chi ha visto il film una sola volta. Michael Corleone tiene in braccio il figlioccio durante la cerimonia del battesimo. Il sacerdote gli chiede se rinuncia a Satana e lui risponde, con calma: «Rinuncio». Nello stesso momento, i suoi uomini stanno assassinando i capi delle famiglie rivali sotto suo ordine.
Ci si è scordati, a questo punto del film, del Micheal dell’inizio. Il ragazzo ancora in unifrome militare, che svela alla sua compagna Kay cosa c’è dietro il grande potere della sua famiglia. Indipendente e con in testa il destino americano, le chiarisce : “Quella è la mia famiglia, Kay. Ma io non sono così.” Ci si presenta quindi come la voce della ragione; eppure più tardi lo spettatore si ritrova a parteggiare per lui proprio mentre, con la massima calma, ordina una strage.
La trasformazione di Michael inizia quasi senza che lo spettatore se ne accorga.
Quando Michela va a trovare il padre in ospedale e scopre che la scorta è stata inspiegabilmente allontanata, comprende immediatamente che qualcuno tornerà per finire il lavoro. Sposta il letto, improvvisa una difesa con il pasticcere Enzo all’ingresso e respinge i sicari senza sparare un colpo.
È una scena priva di sparatorie e di omicidi, eppure è qui che Michael cambia davvero. Per la prima volta smette di subire gli eventi e assume la responsabilità di proteggere la propria Famiglia. Non c’è stata violenza, Micheal rifiuta ancora l’identità di mafioso, ma ha già iniziato a ragionare come uno.
La sua trasformazione ci trascina perché sembra che avvenga per necessità e mai per impulsi criminali. Ogni scelta appare come la conseguenza della precedente, fino a far sembrare inevitabile ciò che, all’inizio del film, sarebbe apparso impensabile. Il battesimo diventa così il sigillo di un destino all’inizio impossibile.
Michael rappresenta l’illusione del controllo. Possiamo sentire la sua calma, non sembra mai improvvisare e parla quando serve. È proprio questa sensazione di dominio sulle circostanze, ancora prima della sua autorità mafiosa, a renderlo così magnetico ai nostri occhi.
La combinazione di intelligenza e potere ci rende vulnerabili al suo fascino fino ad arrivare a fidarci del suo giudizio e ad osservare gli eventi attraverso il suo punto di vista. Così, scena dopo scena, il successo delle sue strategie finisce per contare più della loro legittimità: senza accorgercene, giudichiamo Michael per ciò che riesce a ottenere, prima ancora che per ciò che è disposto a fare per ottenerlo.
Michael Corleone, però, è un personaggio straordinario; la mafia, invece, un fatto storico. Tra gli anni Ottanta e Novanta il volto dell’organizzazione è quello di Totò Riina, capo dei Corleonesi e principale artefice della cosiddetta strategia stragista. Sotto la sua guida, la mafia abbandona progressivamente l’idea di un potere esercitato nell’ombra e ricorre a una violenza sempre più aperta e indiscriminata: centinaia di omicidi, l’eliminazione sistematica dei rivali e, infine, le stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui vengono assassinati i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme agli agenti delle loro scorte.
Riina, rappresenta una mafia che conquista il potere attraverso il terrore,è la brusca rappresentazione della realtà storica di Cosa Nostra, fatta di stragi e violenza sistematica. L’immagine del mafioso elegante e quasi aristocratico appartiene soprattutto al cinema.Eppure, la storia criminale italiana ha conosciuto anche un’altra declinazione, meno visibile delle stragi di Riina ma altrettanto devastante: la mafia dei colletti bianchi.
Michael Corleone, dopotutto, passa l’intera vita a tentare di ripulire il denaro di famiglia, spostando gli interessi verso i casinò di Las Vegas, l’alta finanza o palazzi del potere: cerca la “legalizzazione”. Questo percorso cinematografico anticipa drammaticamente la realtà di una Cosa Nostra capace di dismettere la lupara per infiltrarsi nell’economia legale, nei grandi appalti e nei flussi finanziari internazionali. Il terrore di Riina ci repelle,invece la mafia imprenditrice che veste in giacca e cravatta ci inganna, perché usa la stessa strategia di Michael, ovvero mimetizzarsi dietro la rispettabilità e l’efficienza.
Che Michael Corleone non assomigli a Totò Riina, quindi, potevamo immaginarlo. Il punto è capire perché Michael continui ad affascinarci.
Cambiando il punto di vista da cui osserviamo gli eventi, seguendo un personaggio così da vicino, iniziamo a interpretare il mondo con i suoi occhi. La domanda non è “che cosa ha fatto?”, ma “perché lo ha fatto?”.
La dimostrazione di quanto sia facile separare il fascino del singolo dalla realtà dell’organizzazione a cui appartiene è dove si nasconde il rischio culturale del Padrino. Michael Corleone è un eroe tragico, la sua straordinaria costruzione, quasi shakespeariana, può finire per diventare inconsapevolmente la lente attraverso cui immaginiamo il mafioso. Il personaggio prende il posto della realtà, e il fascino dell’antieroe oscura la violenza quotidiana dell’organizzazione criminale.
Allora, andare davvero oltre il Padrino significa fare un patto con se stessi: ammirare la potenza del film sullo schermo, ricondandosi però che, una volta riaccese le luci in sala, fuori non ci sono eroi tragici né dialoghi memorabili. Fuori dall’inquadratura c’è un sistema che vive di commercianti costretti a pagre il pizzo, famiglie distrutte, magistrati e giornalisti uccisi.
La ilusión del control

Hay una escena de El Padrino que todos recuerdan, incluso quienes han visto la película una sola vez. Michael Corleone sostiene en brazos a su ahijado durante la ceremonia del bautismo. El sacerdote le pregunta si renuncia a Satanás y él responde, con calma: «Renuncio». Al mismo tiempo, sus hombres están asesinando a los jefes de las familias rivales por orden suya.
A estas alturas de la película, uno ya se ha olvidado del Michael del principio. Aquel joven todavía con uniforme militar que revela a su compañera Kay lo que se esconde detrás del gran poder de su familia. Independiente y con el sueño americano en la cabeza, le aclara: «Esa es mi familia, Kay. Pero yo no soy así». Se presenta, por tanto, como la voz de la razón; y, sin embargo, más tarde el espectador acaba tomando partido por él precisamente mientras, con la mayor tranquilidad, ordena una masacre.
La transformación de Michael comienza casi sin que el espectador se dé cuenta.
Cuando Michael va a visitar a su padre al hospital y descubre que la escolta ha sido retirada de forma inexplicable, comprende inmediatamente que alguien volverá para terminar el trabajo. Cambia la cama de habitación, improvisa una defensa junto al pastelero Enzo en la entrada y consigue ahuyentar a los sicarios sin disparar un solo tiro.
Es una escena sin tiroteos ni asesinatos y, sin embargo, es aquí donde Michael cambia de verdad. Por primera vez deja de sufrir los acontecimientos y asume la responsabilidad de proteger a su propia Familia. No ha habido violencia, Michael sigue rechazando la identidad de mafioso, pero ya ha empezado a razonar como uno.
Su transformación nos arrastra porque parece producirse por necesidad y nunca por impulsos criminales. Cada decisión aparece como la consecuencia de la anterior, hasta hacer que resulte inevitable aquello que, al comienzo de la película, habría parecido impensable. El bautismo se convierte así en el sello de un destino que al principio parecía imposible.
Michael representa la ilusión del control. Podemos percibir su calma, nunca parece improvisar y habla solo cuando es necesario. Es precisamente esa sensación de dominio sobre las circunstancias, incluso antes que su autoridad mafiosa, lo que lo convierte en un personaje tan magnético a nuestros ojos.
La combinación de inteligencia y poder nos hace vulnerables a su atractivo, hasta el punto de confiar en su juicio y observar los acontecimientos desde su punto de vista. Así, escena tras escena, el éxito de sus estrategias acaba pesando más que su legitimidad: sin darnos cuenta, juzgamos a Michael por lo que consigue, antes incluso que por aquello que está dispuesto a hacer para conseguirlo.
Michael Corleone, sin embargo, es un personaje extraordinario; la mafia, en cambio, es un hecho histórico. Entre los años ochenta y noventa, el rostro de la organización fue Totò Riina, jefe de los Corleonesi y principal artífice de la llamada estrategia terrorista. Bajo su liderazgo, la mafia abandonó progresivamente la idea de un poder ejercido en la sombra y recurrió a una violencia cada vez más abierta e indiscriminada: cientos de asesinatos, la eliminación sistemática de los rivales y, finalmente, las masacres de Capaci y de Via D’Amelio, en las que fueron asesinados los magistrados Giovanni Falcone y Paolo Borsellino junto con los agentes de sus escoltas.
Riina representa una mafia que conquista el poder mediante el terror; es la representación más cruda de la realidad histórica de Cosa Nostra, hecha de masacres y violencia sistemática. La imagen del mafioso elegante y casi aristocrático pertenece, sobre todo, al cine. Sin embargo, la historia criminal italiana también ha conocido otra variante, menos visible que las masacres de Riina pero igualmente devastadora: la mafia de los cuellos blancos.
Michael Corleone, al fin y al cabo, pasa toda su vida intentando blanquear el dinero de su familia, desplazando sus intereses hacia los casinos de Las Vegas, las altas finanzas o los centros del poder: busca la «legalización». Este recorrido cinematográfico anticipa de forma dramática la realidad de una Cosa Nostra capaz de abandonar la escopeta para infiltrarse en la economía legal, en los grandes contratos públicos y en los flujos financieros internacionales. El terror de Riina nos repele; la mafia empresarial, vestida con traje y corbata, nos engaña porque utiliza la misma estrategia que Michael: camuflarse tras la respetabilidad y la eficiencia.
Que Michael Corleone no se parezca a Totò Riina era algo que podíamos imaginar. La cuestión es entender por qué Michael sigue fascinándonos.
Al cambiar el punto de vista desde el que observamos los acontecimientos, siguiendo a un personaje tan de cerca, empezamos a interpretar el mundo con sus ojos. La pregunta ya no es «¿qué ha hecho?», sino «¿por qué lo ha hecho?».
La demostración de lo fácil que resulta separar el atractivo del individuo de la realidad de la organización a la que pertenece es donde se esconde el riesgo cultural de El Padrino. Michael Corleone es un héroe trágico. Su extraordinaria construcción, casi shakespeariana, puede acabar convirtiéndose, sin que nos demos cuenta, en la lente a través de la cual imaginamos al mafioso. El personaje ocupa el lugar de la realidad y el atractivo del antihéroe termina por oscurecer la violencia cotidiana de la organización criminal.
Entonces, ir verdaderamente más allá de El Padrino significa hacer un pacto con uno mismo: admirar la fuerza de la película en la pantalla, recordando, sin embargo, que una vez se encienden las luces de la sala, fuera no hay héroes trágicos ni diálogos memorables. Fuera del encuadre hay un sistema que vive de comerciantes obligados a pagar el pizzo, de familias destruidas, de magistrados y periodistas asesinados.
