Il paradosso dell’onore – Il codice

ITALY - MARCH 01: Tommaso Buscetta, mafia 'repented' in Palermo, Italy on March 01, 1974. (Photo by Livio ANTICOLI/Gamma-Rapho via Getty Images)

La mafia ha sempre amato definirsi una società d’onore.

Una comunità regolata da principi di lealtà, rispetto e reciprocità. È questa immagine che emerge anche da Il Padrino, dove il codice d’onore appare come il fondamento dell’ordine mafioso.

Attorno al tavolo siedono i capi delle principali organizzazioni mafiose, in vista della riunione. La guerra che li divide ha già lasciato dietro di sé una scia di sangue e Don Vito Corleone arriva all’incontro portando sulle spalle il dolore di un padre che ha perso il figlio. Sonny è stato, infatti, assassinato, crivellato di colpi fino a rendere il corpo quasi irriconoscibile.

Eppure non è per chiedere vendetta che Don Vito chiama gli altri boss, al contrario, chiede la pace.

Il conflitto iniziò quando Don Vito si rifiutò di sostenere gli affari di Virgil Sollozzo nel traffico di droga. Corleone aveva negato il proprio appoggio perché temeva che i suoi rapporti privilegiati con giudici, politici e uomini delle istituzioni sarebbero stati compromessi dall’associazione con un’attività troppo rischiosa.

A quel punto emerge un tema centrale del film e che struttura la mafia: il codice d’onore.

Gli altri Signori sostengono che un uomo d’onore non dovrebbe tenere per sé risorse e relazioni che potrebbero avvantaggiare l’intera comunità mafiosa. In altre parole, l’appartenenza alla Famiglia comporta obblighi reciproci. Il prestigio personale non è una proprietà privata, è una risorsa da condividere.

Ma quindi, può un’organizzazione reggersi soltanto su un codice d’onore non scritto? Oppure, quando il potere e gli interessi diventano troppo grandi, anche il codice più rispettato finisce inevitabilmente per spezzarsi?

Per rispondere a questa domanda occorre innanzitutto capire che cosa sia l’onore. L’antropologo Julian Pitt-Rivers lo definisce come il valore di una persona ai propri occhi e agli occhi della società. L’onore è allo stesso tempo la consapevolezza del proprio valore e il riconoscimento pubblico di quel valore da parte degli altri.

Per questo l’onore non è semplicemente una qualità individuale, è un fenomeno sociale. Esiste soltanto nella misura in cui una comunità riconosce determinate virtù e attribuisce prestigio a chi le incarna.

Ogni forma di autorità cerca, quindi, di presentarsi come custode dell’onore. Governare significa esercitare il potere, stabilendo quali comportamenti meritino rispetto e quali invece discredito. In questo senso, l’onore svolge una funzione fondamentale di legittimazione: chi riesce a definire ciò che è onorevole acquisisce anche il diritto di giudicare gli altri.

L’onore svolge però una seconda funzione altrettanto importante, riesce a creare appartenenza. Fornisce ai membri di una comunità un insieme di valori condivisi e un criterio attraverso cui distinguere chi appartiene al gruppo da chi ne è escluso.

È proprio qui che interviene la mafia, perché Cosa Nostra non inventa l’onore, ma se ne appropria e lo ridefinisce. L’“uomo d’onore” diventa il membro dell’organizzazione, che ai principi veniva chiamata appunto l’Onorata Società. La lealtà coincide con la fedeltà alla Famiglia, tanto alla famiglia biologica quanto agli affiliati, agli altri membri.

Più che un ideale morale, l’onore diventa uno strumento di identificazione, di coesione e di legittimazione del potere mafioso.

Dalla testimonianza di Tommaso Buscetta comprendiamo fino a che punto il codice d’onore possa funzionare come principio reale di appartenenza. Buscetta fu uno dei primi grandi collaboratori di giustizia di Cosa Nostra, la cui deposizione fu decisiva per le indagini di Giovanni Falcone e per la costruzione del Maxiprocesso di Palermo. Grazie alle sue dichiarazioni si è potuta ricostruire la struttura della mafia e il suo funzionamento interno. 

Buscetta non si presenta mai come un semplice “pentito”. Decise di smascherare la mafia  dopo che questa gli tolse i figli con omicidi che secondo lui violavano le regole del codice d’onore mafioso. 

Insiste, infatti, di non aver tradito Cosa Nostra, ma di aver continuato a riconoscersi nei valori di un’idea “originaria” di mafia, successivamente tradita da altri.

Secondo la sua versione, esiste una frattura interna tra una “vecchia” Cosa Nostra, regolata da norme e vincoli condivisi, e una nuova organizzazione in cui il potere non è più limitato da alcun codice. L’ascesa dei Corleonesi, e in particolare di Totò Riina, rappresenterebbe proprio questo passaggio, ovvero verso l’abbandono delle regole che rendevano possibile il riconoscimento reciproco tra “uomini d’onore”.

È in questo contesto che afferma di non considerarsi un infame. La sua collaborazione con Giovanni Falcone non viene giustificata come rottura del codice, ma come conseguenza del fatto che quel codice sarebbe stato già distrutto da chi aveva trasformato la mafia in un sistema di violenza senza limiti.

Buscetta non si limita a raccontare una trasformazione della mafia, sta costruendo una narrazione su quale mafia fosse “vera” e quale “degenerata”. Anche il richiamo a un passato più puro è una strategia di legittimazione. 

Il caso Buscetta rende evidente che il codice d’onore è un terreno di conflitto, più che un sistema stabile. Definisce ciò che è lecito o illecito, ma soprattutto chi ha il potere di stabilire cosa conti come lealtà e cosa come tradimento.

È proprio questa ambiguità che trova un primo riflesso nella scena delle Cinque Famiglie. Anche lì il codice d’onore non appare come un principio astratto, ma come una forma di ordine condiviso che permette di contenere la violenza e rendere possibile la convivenza tra poteri rivali. La rappresentazione è quella di un codice che funziona perché è ancora condiviso e riconosciuto da tutti gli attori coinvolti. In quel mondo, anche il conflitto deve essere giustificato attraverso un linguaggio comune di regole, obblighi e reciprocità. 

Buscetta, invece, permette di vedere cosa accade quando questo riconoscimento si rompe dall’interno, quando il codice smette di essere condiviso. A quel punto non esiste più una sola definizione di “uomo d’onore”, ma versioni incompatibili che si accusano a vicenda. 

E questo paradosso del codice d’onore si mostra da solo. 

Durante il Maxiprocesso (1986), innanzi alla corte d’Assise di Palermo, ci fu un confronto tra Buscetta e Pippo Calò, una figura strategica in Cosa Nostra negli anni ‘70 e ‘80, che ne rappresentò uno dei momenti più significativi.

Quest’ultimo, Calò, cercò di screditare Buscetta facendo riferimento a conversazioni avute con il fratello del collaboratore, con il quale aveva condiviso un periodo di detenzione, utilizzando questioni personali e familiari per mettere in dubbio la sua posizione di uomo d’onore. 

Ma Buscetta rivendica il codice:  “In 400 pagine di interrogatorio io non ho mai toccato nessun problema familiare di nessuna persona. È molto strano il comportamento di un uomo d’onore, il quale lui è, il parlare delle mie vicende familiari di famiglia.“

Entrambi gli uomini rivendicano l’onore, attribuendogli un significato diverso, lo scontro riguarda il diritto di interpretarlo. Il codice è una posta in gioco politica attorno alla quale si definiscono appartenenza, lealtà e autorità. 

Possiamo vedere la misura così della sua fragilità. Se ne Il Padrino appare come garante di un ordine condiviso, nel confronto Buscetta-Calò diventa invece contesa. Il codice non viene abbandonato, è il suo significato a non essere più condiviso. 

 


 

ITALY – MARCH 01: Tommaso Buscetta, mafia ‘repented’ in Palermo, Italy on March 01, 1974. (Photo by Livio ANTICOLI/Gamma-Rapho via Getty Images)

 

La paradoja del honor –  El código 

La mafia siempre ha querido definirse como una sociedad de honor.

Una comunidad regida por principios de lealtad, respeto y reciprocidad. Esta es también la imagen que emerge en El Padrino, donde el código de honor aparece como el fundamento del orden mafioso. 

Alrededor de la mesa se sientan los jefes de las principales organizaciones mafiosas, reunidos para el encuentro. La guerra que los divide ya ha dejado tras de sí un rastro de sangre y Don Vito Corleone llega a la reunión cargando sobre sus hombros el dolor de un padre que ha perdido a su hijo. Sonny ha sido, de hecho, asesinado, acribillado a balazos hasta dejar su cuerpo casi irreconocible.

 

Alrededor de la mesa se sientan los jefes de las principales organizaciones mafiosas. La guerra que los divide ya ha dejado tras de sí un rastro de sangre y Don Vito Corleone llega al encuentro cargando sobre sus hombros el dolor de un padre que ha perdido a su hijo. Sonny ha sido, de hecho, asesinado, acribillado a balazos hasta dejar su cuerpo casi irreconocible.

Y, sin embargo, Don Vito no convoca a los demás jefes para pedir venganza, al contrario, pide la paz.

El conflicto comenzó cuando Don Vito se negó a apoyar los negocios de Virgil Sollozzo en el tráfico de drogas porque temía que sus relaciones privilegiadas con jueces y políticos se vieran comprometidas por la asociación con una actividad demasiado arriesgada.

En ese momento emerge un tema central de la película y que estructura a la mafia: el código de honor.

Los demás Señores sostienen que un hombre de honor no debería reservarse recursos y relaciones que podrían beneficiar a toda la comunidad mafiosa. En otras palabras, la pertenencia a la Familia implica obligaciones recíprocas. El prestigio personal no es una propiedad privada, sino un recurso que debe compartirse.

Para responder a nuestra pregunta inicial,  antes nos tenemos que hacer otra:¿ qué es el honor?

El antropólogo Julian Pitt-Rivers lo define como el valor de una persona a sus propios ojos y a los ojos de la sociedad. El honor es al mismo tiempo la conciencia del propio valor y el reconocimiento público de ese valor por parte de los demás.

Por ello, el honor no es simplemente una cualidad individua, es un fenómeno social. Existe únicamente en la medida en que una comunidad reconoce determinadas virtudes y atribuye prestigio a quienes las encarnan.

Toda forma de autoridad intenta, por tanto, presentarse como guardiana del honor. Gobernar significa ejercer el poder, establer qué comportamientos merecen respeto y cuáles, por el contrario, descrédito. En este sentido, el honor desempeña una función de legitimación: quien consigue definir qué es honorable adquiere también el derecho de juzgar a los demás.

El honor desempeña además una segunda función igualmente importante: crea pertenencia. Proporciona a los miembros de una comunidad un conjunto de valores compartidos y un criterio mediante el cual distinguir quién pertenece al grupo y quién queda excluido.

Es precisamente aquí donde interviene la mafia, porque Cosa Nostra no inventa el honor, sino que se apropia de él y lo redefine. El “hombre de honor” pasa a ser el miembro de la organización, que en sus orígenes era llamada precisamente la Onorata Scoietà. La lealtad coincide con la fidelidad a la Familia, tanto a la familia biológica como a los afiliados, a los demás miembros.

Más que un ideal moral, el honor se convierte en un instrumento de identificación, de unión y de legitimación del poder mafioso.

A través del testimonio de Tommaso Buscetta comprendemos hasta qué punto el código de honor puede funcionar como un verdadero principio de pertenencia. Buscetta fue uno de los primeros grandes colaboradores de la justicia de Cosa Nostra, cuya declaración resultó decisiva para las investigaciones de Giovanni Falcone y para la construcción del Maxiproceso de Palermo. Gracias a sus declaraciones fue posible reconstruir la estructura de la mafia y su funcionamiento interno.

Buscetta nunca se presenta como un simple “arrepentido”. Decidió desenmascarar a la mafia después de que esta le arrebatara a sus hijos mediante asesinatos que, según él, violaban las reglas del código de honor mafioso.

Insiste, de hecho, en no haber traicionado a Cosa Nostra, sino en haber seguido reconociéndose en los valores de una idea “originaria” de mafia, posteriormente traicionada por otros.

Según su versión, existe una fractura interna entre una “vieja” Cosa Nostra, regulada por normas y vínculos compartidos, y una nueva organización en la que el poder ya no está limitado por ningún código. El ascenso de los Corleoneses, y en particular de Totò Riina, representaría precisamente este paso, es decir, el abandono de las reglas que hacían posible el reconocimiento recíproco entre “hombres de honor”.

Es en este contexto donde afirma no considerarse un infame. Su colaboración con Giovanni Falcone no se justifica como una ruptura del código, sino como consecuencia de que dicho código ya había sido destruido por quienes habían transformado la mafia en un sistema de violencia sin límites.

Buscetta no se limita a relatar una transformación de la mafia, está construyendo una narrativa sobre cuál mafia era la “verdadera” y cuál la “degenerada”. Incluso la apelación a un pasado más puro constituye una estrategia de legitimación.

El caso Buscetta pone de manifiesto que el código de honor es un terreno de conflicto más que un sistema estable. Define lo que es lícito o ilícito, pero sobre todo quién tiene el poder de establecer qué cuenta como lealtad y qué como traición.

Es precisamente esta ambigüedad la que encuentra un primer reflejo en la escena de las Cinco Familias. También allí el código de honor no aparece como un principio abstracto, sino como una forma de orden compartido que permite contener la violencia y hacer posible la convivencia entre poderes rivales. La representación es la de un código que funciona porque todavía es compartido y reconocido por todos los actores implicados. En ese mundo, incluso el conflicto debe justificarse mediante un lenguaje común de reglas, obligaciones y reciprocidad.

Buscetta, en cambio, permite observar qué ocurre cuando ese reconocimiento se rompe desde dentro, cuando el código deja de ser compartido. En ese momento ya no existe una única definición de “hombre de honor”, sino versiones incompatibles que se acusan mutuamente.

Y esta paradoja del código de honor se muestra por sí sola.

Durante el Maxiproceso (1986), ante el Tribunal de lo Penal de Palermo, tuvo lugar un enfrentamiento entre Buscetta y Pippo Calò, una figura estratégica de Cosa Nostra en las décadas de 1970 y 1980, que representó uno de los momentos más significativos del proceso.

Este último, Calò, intentó desacreditar a Buscetta haciendo referencia a conversaciones mantenidas con el hermano del colaborador, con quien había compartido un período de detención, utilizando cuestiones personales y familiares para poner en duda su condición de hombre de honor.

Pero Buscetta reivindica el mismo código: “En 400 páginas de interrogatorio nunca he tocado ningún problema familiar de ninguna persona. Es muy extraño el comportamiento de un hombre de honor, que él lo es, al hablar de mis asuntos familiares”.

Ambos hombres reivindican el honor, atribuyéndole un significado diferente; el enfrentamiento gira en torno al derecho a interpretarlo. El código es un objeto de disputa política en torno al cual se definen la pertenencia, la lealtad y la autoridad.

Podemos ver así la medida de su fragilidad. Si en El Padrino aparece como garante de un orden compartido, en el enfrentamiento entre Buscetta y Calò se convierte, en cambio, en objeto de disputa. El código no es abandonado; es su significado el que deja de ser compartido.

 

 

 

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