UCI chiede più tutele e valore per gli agricoltori. Il Presidente Serpillo: “Chi ha scelto il biologico sostiene già costi più elevati e procedure più complesse. Non possiamo continuare ad aggiungere oneri senza garantire un ritorno concreto a chi lavora la terra”.
MADRID.- L’introduzione del marchio “Biologico Italiano”, destinato ai prodotti realizzati con materie prime interamente nazionali, segna un passaggio significativo per il comparto agroalimentare del Paese. L’obiettivo è rendere immediatamente riconoscibili le produzioni biologiche italiane, rafforzandone l’identità, la trasparenza e la competitività sui mercati nazionali e internazionali.
L’Italia si conferma infatti tra i leader europei del settore biologico, con oltre 2,5 milioni di ettari coltivati secondo i principi del bio, pari a circa il 20% della superficie agricola utilizzata, e più di 94 mila operatori attivi nella filiera. Un comparto che genera un valore superiore ai 6,5 miliardi di euro sul mercato interno e che continua a registrare una crescente domanda anche all’estero, dove il Made in Italy biologico rappresenta un elemento distintivo sempre più apprezzato.
Per Mario Serpillo, presidente nazionale dell’Unione Coltivatori Italiani (UCI), il nuovo marchio rappresenta un’opportunità importante, a condizione che venga accompagnato da politiche in grado di sostenere concretamente le imprese agricole.
“Rendere immediatamente riconoscibile un prodotto biologico ottenuto con materie prime italiane è un segnale positivo – afferma Serpillo –. Significa valorizzare il lavoro degli agricoltori, la qualità delle nostre produzioni e offrire ai consumatori uno strumento di trasparenza in più”.
Tuttavia, secondo l’UCI, il dibattito non può limitarsi all’introduzione di un nuovo logo sulle confezioni. Negli ultimi anni le aziende biologiche hanno dovuto affrontare un forte incremento dei costi di produzione, dall’energia alla manodopera, fino agli adempimenti richiesti dai sistemi di certificazione. Investimenti spesso non accompagnati da un adeguato aumento della redditività delle imprese agricole.
Bio sì ma anche aiuti e interventi strutturali
“Ci auguriamo che questo marchio non si trasformi in un ulteriore elemento di pressione economica per i produttori – sottolinea Serpillo –. Chi ha scelto il biologico sostiene già costi più elevati e procedure più complesse. Non possiamo continuare ad aggiungere oneri senza garantire un ritorno concreto a chi lavora la terra”.
Per il presidente dell’UCI il tema centrale resta la redistribuzione del valore lungo la filiera. Troppo spesso, evidenzia l’organizzazione, il valore aggiunto generato dal biologico tende a concentrarsi nelle fasi successive della commercializzazione, mentre agli agricoltori, che rappresentano il primo e più esposto anello della catena produttiva, non sempre vengono riconosciuti adeguati margini economici.
“Bisogna premiare chi produce in modo sano, pulito e giusto. Se il valore del biologico resta soltanto sullo scaffale o diventa esclusivamente uno strumento di marketing, il sistema non funziona. Quel valore deve arrivare prima di tutto a chi coltiva la terra e si assume i maggiori rischi imprenditoriali”.
Da qui l’appello alle istituzioni affinché il nuovo marchio “Biologico Italiano” sia accompagnato da interventi strutturali: semplificazione amministrativa, sostegno agli investimenti, maggiore equilibrio nella distribuzione del reddito lungo la filiera e controlli efficaci contro le false evocazioni del Made in Italy.
Il comparto biologico italiano dispone di solide basi per continuare a crescere e consolidare la propria posizione di eccellenza in Europa. Ma, secondo l’UCI, il vero successo del nuovo marchio non si misurerà dal numero di etichette presenti sul mercato, bensì dalla sua capacità di migliorare concretamente la competitività delle aziende agricole.
“Se il nuovo marchio riuscirà a generare maggiore valore per chi produce – conclude Serpillo – allora potrà rappresentare una vera svolta per il biologico italiano e per l’intera agricoltura nazionale”.
