Il mese scorso, mentre lavoravo all’articolo pubblicato su questa rubrica, mi ha raggiunto una notizia: il professor Paolo Cherchi, nato ad Oschiri, ma adottato dalla città e dall’Università di Chicago era deceduto.
I grandi li si immagina sempre immortali: come hanno trionfato sul tempo raggiungendo una conoscenza sepolta e nascosta dai secoli, così li si vuole capaci di superare anche il naturale decadimento fisiologico che ci accomuna fino ad arrivare ad essere impermeabili ad ogni divenire. Neppure il bianco dei capelli sa convincere dell’ineluttabile e si fa, invece, simbolo della purezza di spirito che il fuoco del sapere ha raffinato. È una condizione che mostra il raggiungimento di uno stato, come una medaglia o una laurea, e non il nostro comune dirigerci verso la fine.
Mi rendo conto che a questo punto dovrei presentare il prof. Cherchi e parlare del suo lavoro per introdurlo a quei lettori che non frequentano gli ambienti della filologia e dell’italianistica e per i quali, probabilmente, quello di Paolo Cherchi non è un nome noto; solo che non credo di averne il diritto: io non ho conosciuto personalmente il prof. Cherchi, non l’ho mai visto, nemmeno una volta, e per tracciarne un profilo professionale e biografico non potrei fare altro che ripetere quello che qualsiasi persona interessata può trovare autonomamente su internet, da Wikipedia alla pagina dell’Accademia dei Lincei, che l’aveva nominato Socio Straniero nel 2016.
Ci tengo, invece, a ricordarlo in altro modo, cioè attraverso il significato del suo insegnamento: non parlo dell’enorme mole di informazioni che ha affidato ai suoi libri a beneficio di ogni studente o persona interessata; parlo del suo metodo, che è stato quello di un vero umanista, col quale ha trasmesso oltre che delle conoscenze, una visione, una prospettiva.
Se c’è una cosa che caratterizza l’Umanesimo, infatti, è l’atteggiamento che quei letterati, così si facevano chiamare all’epoca, avevano nei confronti del sapere: questo non era solo un qualcosa di riconducibile alla grammatica e alla retorica, né alla «fede nella bellezza»; non era neppure un’attività completamente priva di filosofia, come hanno sostenuto pensatori illustri quali Curtius e Kristeller o, al contrario, come sostiene Cacciari, tutta vivificata dalla filosofia. Per gli umanisti il rapporto col sapere considerava tutti questi elementi (e non solo), ma ciò che ne denotava la specificità è che ognuno di essi era funzionale ad un atteggiamento verso il reale e verso la vita umana nel mondo, in rapporto con esso.
Limitare le teorie umaniste all’ambito della speculazione (ad ogni tipo di speculazione) significa fare di esse materiale da eruditi, cosa contro la quale gli umanisti si sono sempre opposti, arrivando a vette di accesissimo dispregio. Non c’è dubbio che si trattasse di persone coltissime, perché il loro sapere era vasto, preciso e spaziava oltre ogni etichetta (ben diverso, cioè, da quel modo nel quale noi oggi ci formiamo, fossilizzandoci in un’unica specializzazione fino a farne un fosso dal quale non riusciamo più a vedere il sole) ma rifiutavano con decisione la mancanza di originalità del pensiero che può accompagnare l’erudizione; non solo: l’aspetto decisivo del loro approccio alla conoscenza riguardava il fatto che essa non doveva limitarsi a raffinare il gusto, ma doveva tradursi in atto, diventare la base di un fare, prima, e di un modo rinnovato di essere, poi. Il sapere doveva riempire la vita, significarla. Veniva dai libri, ma doveva uscire dai libri, correre per le strade, diffondersi nella civitas, farsi modo di vivere e di essere e migliorarsi attraverso altri libri, misurati anch’essi alla luce della vita oltre le pagine. Un ciclo proficuo, una relazione dove il sapere è pratico nel senso che, se non si materializza, se non diventa comportamento, se non determina un cambiamento del modo di vivere, non è sapere che serve. E non c’è dubbio che Cacciari colga un dato essenziale del modo umanista quando afferma che trasmettere questo sapere non era solo «l’esercizio di una professione, per quanto nobile» ma «davvero un servizio religioso, rivolto all’intera comunità e non solo ai dotti».
È attraverso questo servizio religioso che io ho conosciuto Cherchi: attraverso il suo magistero, attraverso i suoi libri, umanisticamente intesi come tramite di un rapporto in absentia che, durante lo studio, nel muto ascolto del pensiero altrui, si fa in presentia.
Il suo nome mi era stato fatto per la prima volta da una professoressa eccezionale dell’Università di Cagliari, Gonaria Floris, che mi raccomandò di conoscere il lavoro di Cherchi per la mia tesi dottorale su Petrarca. Lo definì «un saggio», parola che ho sentito pronunciare da quelle labbra in quell’unica occasione. Il giorno seguente mi procurai il suo Verso la chiusura: fu come tornare a casa: capivo quella lingua, ne vedevo la prospettiva e respiravo l’aria viva che quelle parole mi smuovevano intorno. Era un pensiero molto articolato, elaborato e densissimo, ma difeso con un’eleganza linguistica cristallina; tutto era motivato, tutto illuminato e spiegato. Sembrava quasi semplice. E questo perché la verità che Cherchi trasmette dai libri non viene costruita, ma appare. Da umanista, Cherchi non spiana solo le risposte necessarie alla sua tesi basandosi sulle sue conoscenze vastissime, ma riformula l’intero cammino, trasmette le domande che hanno mosso la sua curiosità. Il dubbio, questo elemento decisivo del metodo umanista, che costringe il pensiero al movimento, lo fa agile e gli impedisce di accomodarsi su ciò che è stato già detto, anche se a esprimersi è stato Aristotele in persona; il dubbio come spinta alla verifica, al confronto, a incrociare le informazioni e a passarle sotto la lente dell’attualità per vedere se le lezioni del passato vengano confermate nella loro fisionomia o se il tempo abbia conferito loro delle sfumature diverse; il dubbio non come debolezza, dunque, come crepa nel sapere, ma come spazio arioso nel quale la curiosità può liberamente intrecciarsi con ricordi, possibilità e suggestioni, per poi sottoporre il nuovo tessuto appena filato al vaglio rigidissimo della verifica, esercitata con inflessibilità. Questo dubbio è il motore che ho ritrovato in ogni lavoro del professore, che con la sua maestria nel parlare di letteratura indica dalle pagine dei suoi lavori il cammino per esercitare il coraggio nella lettura.
Quando ebbi finito quel libro e prima ancora di studiare gli altri, cercai su internet il suo indirizzo di posta elettronica e, trovato, gli scrissi. Dovrei dire che ci scambiammo alcune e-mails, ma siccome l’italiano non manca della parola per definire quel modo di comunicare che gli umanisti hanno impiegato in tutte le sue potenzialità, per tener conto del mezzo attraverso il quale queste comunicazioni hanno viaggiato dirò che ci scambiammo alcune e-pistole. A ognuna di esse il prof. Cherchi rispose con la gentilezza e la cordialità che sono appannaggio dei grandi: tutte prodighe di consigli e indicazioni, l’ultima quando ricevette il mio libro su Petrarca.
Speravo che il nostro rapporto epistolare non fosse che all’inizio; speravo che, col tempo, sarei addirittura riuscito ad avere la possibilità di porgli alcune domande su un aspetto della sua vita che mi interessa particolarmente e di cui ho letto qualcosa in uno dei pochissimi articoli che ho trovato in occasione della sua scomparsa, ma che, ovviamente, non può essere sufficiente a colmare la mia voglia di sapere in merito. Mi immaginavo di incontrarlo di persona, magari in Sardegna, visto che non riuscivo ad immaginarmi in viaggio verso Chicago, purtroppo. Perché i grandi hanno sempre le forze per superare l’oceano, non c’è impedimento che non possano scavalcare agilmente.
Dal mese scorso so che i grandi sono innanzitutto esseri umani, e anche questa è una lezione che il professore mi lascia, insieme a tutte le altre che ha raccolto nei suoi libri, attraverso i quali è ancora possibile conversare con chi, da vero maestro, «porta il lume dietro e sé non giova, / ma dopo sè fa le persone dotte».
