Cultura in lutto: è morto Carlo Ginzburg, il pioniere che cambiò il modo di raccontare la storia


Storico di fama internazionale diede voce agli ultimi e cambiò il modo di leggere il passato. Ha restituito dignità storica a uomini e donne dimenticati, dimostrando che nelle pieghe delle vicende più umili si nascondono spesso le chiavi per comprendere le grandi trasformazioni della società


MADRID.- La storiografia italiana e internazionale perde una delle sue figure più autorevoli e innovative. È morto a Bologna, all’età di 87 anni, Carlo Ginzburg, storico, saggista e intellettuale tra i più influenti del secondo Novecento. Considerato il padre della microstoria, il metodo di ricerca che ha rivoluzionato il modo di osservare il passato attraverso le vicende di persone comuni, Ginzburg lascia un’eredità culturale immensa, capace di attraversare generazioni di studiosi e lettori in tutto il mondo.

La sua scomparsa segna la fine di una stagione della ricerca storica che ha saputo coniugare rigore scientifico, curiosità intellettuale e attenzione per le voci rimaste ai margini dei grandi racconti ufficiali. Attraverso documenti dimenticati, processi inquisitoriali, testimonianze minori e dettagli apparentemente insignificanti, Ginzburg ha dimostrato che anche la storia di un mugnaio, di un contadino o di un presunto eretico può illuminare i meccanismi profondi di un’intera epoca.

Nato a Torino il 15 aprile 1939, Carlo Ginzburg apparteneva a una delle famiglie più significative della cultura italiana del Novecento. Figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg, morto nelle carceri fasciste nel 1944, e della scrittrice Natalia Ginzburg, crebbe in un ambiente in cui il pensiero critico, l’impegno civile e la passione per la conoscenza costituivano parte integrante della vita quotidiana.

Dopo gli studi alla Scuola Normale Superiore di Pisa e il perfezionamento al Warburg Institute di Londra, intraprese una brillante carriera accademica che lo portò a insegnare nelle più prestigiose università del mondo, da Bologna a Harvard, da Yale a Princeton, fino all’Università della California. Tornò poi alla Normale di Pisa come docente di Storia delle culture europee, consolidando il suo ruolo di riferimento internazionale nel campo degli studi storici.

La notorietà di Ginzburg è legata soprattutto alle sue ricerche sulla cultura popolare, sulle eresie, sulla stregoneria e sulle credenze religiose dell’età moderna. Temi che affrontò con uno sguardo originale e rivoluzionario, sempre orientato a comprendere i rapporti di potere tra classi dominanti e classi subalterne.

La sua prima grande opera, “I benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento”, pubblicata nel 1966, rappresentò una svolta nella ricerca storica. Attraverso lo studio dei processi inquisitoriali friulani, Ginzburg portò alla luce l’esistenza di un antico culto della fertilità praticato da guaritori e contadini, successivamente assimilato dall’Inquisizione ai fenomeni di stregoneria. Quel lavoro mostrava già il tratto distintivo della sua ricerca: partire da un caso apparentemente marginale per cogliere dinamiche culturali e sociali di portata generale.

Dieci anni più tardi arrivò l’opera destinata a consacrarlo definitivamente: “Il formaggio e i vermi”. Pubblicato nel 1976 e considerato uno dei libri più importanti della storiografia contemporanea, il saggio ricostruiva la vicenda di Domenico Scandella, detto Menocchio, un mugnaio friulano del Cinquecento processato per eresia. Attraverso le parole e le idee di quell’uomo semplice, Ginzburg riuscì a restituire la complessità della cultura popolare europea, mostrando come le classi subalterne elaborassero visioni del mondo autonome e originali.

Il suo metodo, fondato sulla riduzione della scala di osservazione e sull’analisi minuziosa delle fonti, contribuì alla nascita della microstoria, corrente storiografica sviluppatasi in Italia negli anni Settanta e destinata a esercitare una profonda influenza a livello internazionale. L’idea era semplice e rivoluzionaria al tempo stesso: osservare il generale attraverso il particolare, comprendere i grandi fenomeni storici partendo dalle vite individuali.

Tra le sue opere più importanti figurano anche “Indagini su Piero”, dedicato all’interpretazione dell’opera di Piero della Francesca e volume inaugurale della collana “Microstorie” di Einaudi, e “Il giudice e lo storico”, pubblicato nel 1991, nel quale affrontò con rigore e coraggio il delicato tema del processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, riflettendo sul rapporto tra verità giudiziaria e verità storica.

Studioso instancabile, Ginzburg ha attraversato decenni di dibattito culturale mantenendo sempre una straordinaria indipendenza intellettuale. I suoi lavori sono stati tradotti in numerose lingue e letti da studiosi, studenti e appassionati in ogni parte del mondo. La sua capacità di intrecciare storia, antropologia, letteratura e filosofia ha reso le sue opere punti di riferimento imprescindibili per comprendere non soltanto il passato, ma anche il modo in cui costruiamo la conoscenza storica.

Negli ultimi anni aveva scelto Bologna come città in cui vivere. Qui aveva continuato a partecipare alla vita culturale cittadina, collaborando anche con l’Istituzione Biblioteche e mantenendo un forte legame con il mondo accademico e intellettuale.

Nel ricordarlo, il sindaco Matteo Lepore ha parlato di una delle figure più brillanti del pensiero critico italiano, sottolineando come il suo contributo abbia segnato profondamente la storiografia contemporanea e la vita culturale della città.

Con Carlo Ginzburg scompare uno storico che ha insegnato a guardare il passato da una prospettiva diversa. Ha restituito dignità storica a uomini e donne dimenticati, dimostrando che nelle pieghe delle vicende più umili si nascondono spesso le chiavi per comprendere le grandi trasformazioni della società. È questa, forse, la lezione più preziosa che lascia: la convinzione che nessuna storia sia troppo piccola per raccontare qualcosa di universale.

(Redazione)

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