Premio Strega, dalla nascita nel dopoguerra alla nuova stagione del romanzo: un secolo di letteratura italiana – Ecco i favoriti, tra esclusioni eccellenti e il ritorno del romanzo
MADRID.- Quando nel secondo dopoguerra si cominciò a parlare di un premio letterario capace di raccontare e sostenere la rinascita culturale dell’Italia, l’idea appariva ambiziosa, quasi utopica. “Già da tempo cominciavo a pensare ad un nostro premio, un premio che nessuno ancora avesse mai immaginato”, ricordava Maria Bellonci, anima del progetto insieme al gruppo degli Amici della domenica. L’obiettivo era chiaro: creare una giuria ampia, democratica e rappresentativa, che comprendesse tutti coloro che gravitavano attorno a quel circolo culturale nato nelle stanze della sua casa romana.
Così nacque il Premio Strega, destinato a diventare negli anni il riconoscimento letterario più prestigioso in Italia. Il nome fu annunciato ufficialmente il 17 febbraio 1947 e legato al liquore prodotto dall’azienda di Guido Alberti, che fin dall’inizio sostenne l’iniziativa. Il meccanismo del premio, basato sul voto degli Amici della domenica — oggi un corpo elettorale composto da circa quattrocento personalità della cultura — rimase sostanzialmente invariato: due votazioni, la prima a giugno per definire la cinquina finalista, la seconda a luglio per decretare il vincitore.
L’ottantesima edizione del Premio Strega si apre sotto il segno dell’incertezza e, forse proprio per questo, di un rinnovato interesse. La selezione dei dodici finalisti del 2026, annunciata nello scenario solenne del Tempio di Adriano a Roma, ha infatti smentito molte previsioni, lasciando fuori nomi attesi e aprendo la strada a una competizione più aperta del previsto.
Tra i dodici candidati spicca naturalmente Michele Mari, considerato da molti il favorito con I convitati di pietra (Einaudi), un romanzo filosofico intriso di umorismo nero che racconta la macabra scommessa sulla morte tra compagni di scuola. Accanto a lui si muove una pattuglia di autori pronti a rendere la gara meno scontata: Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli) e Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani), nomi solidi che incarnano generi e sensibilità narrative molto diverse tra loro.
Le esclusioni che fanno discutere
A rendere ancora più sorprendente la composizione della dozzina sono state alcune esclusioni eccellenti. Restano fuori Francesco Pecoraro, Leonardo Colombati, Edith Bruck e Marcello Fois, autori che molti osservatori davano per certi almeno nella prima selezione. In particolare, l’eliminazione di Colombati ha sollevato perplessità, anche perché inizialmente su di lui sembrava puntare con decisione Mondadori, prima dell’ingresso in gara di Teresa Ciabatti, sostenuta da Roberto Saviano e da un clima favorevole all’interno della Fondazione Bellonci.
Le scelte del comitato direttivo, guidato da Melania Mazzucco, confermano così una tendenza ormai consolidata del premio: spiazzare le aspettative e mantenere viva la tensione competitiva già dalle prime fasi della selezione.
L’elenco dei dodici libri finalisti restituisce l’immagine di una narrativa italiana estremamente variegata, nella quale è difficile individuare un tema dominante. Accanto ai romanzi di taglio più tradizionale, convivono opere che esplorano la filosofia, la memoria, l’identità e la dimensione familiare.
Matteo Nucci, ad esempio, propone un romanzo dedicato a Platone che intreccia riflessione filosofica, eros e dolore personale, mentre Bianca Pitzorno racconta la storia di una donna visionaria capace di guadagnarsi da vivere grazie ai suoi vaticini. Teresa Ciabatti, dal canto suo, affronta il tema della mafia attraverso uno sguardo laterale, scomponendo e rielaborando i meccanismi del romanzo criminale.
Accanto ai grandi nomi, emergono anche proposte più sperimentali o eccentriche, come Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni (Quodlibet), libro lunatico e ironico che intreccia la figura di Gianni Celati con quella dell’autore stesso, o Vedove di Camus di Elena Rui (L’orma), che racconta Albert Camus attraverso le donne della sua vita.
Il ritorno del romanzo e la fine dell’egemonia autobiografica
Secondo Melania Mazzucco, l’elemento più significativo di questa edizione è il ritorno al romanzo in senso pieno, dopo anni in cui l’autofiction e le narrazioni autobiografiche avevano dominato la scena. Tra le 79 opere proposte, 46 erano firmate da autori e 33 da autrici, con una presenza significativa di 44 piccole case editrici, segno di un panorama editoriale sempre più plurale.
Nonostante questa varietà, la media d’età degli autori resta piuttosto alta: prevalgono infatti scrittori nati negli anni Cinquanta e Sessanta. Un dato che suggerisce come la narrativa italiana continui a essere dominata da voci mature, anche se non mancano tentativi di rinnovamento.
Se negli anni recenti molti libri avevano esplorato il confine tra autobiografia e finzione, oggi si registra una nuova attenzione verso il racconto della realtà sociale, politica e storica. I romanzi in concorso mostrano spesso protagonisti che si muovono all’interno di eventi collettivi e di contesti più ampi, assumendo talvolta il ruolo di testimoni o di osservatori privilegiati.
Questo cambiamento riflette anche la fase storica attuale. Le crisi globali, le trasformazioni del lavoro, i conflitti e le migrazioni hanno spinto molti scrittori a uscire dalla dimensione strettamente individuale per tornare a interrogarsi sul rapporto tra individuo e comunità. Il romanzo, in questa prospettiva, recupera la sua funzione di strumento per interpretare il presente e per dare forma narrativa a fenomeni complessi.
Ora l’attenzione si sposta sulla selezione della cinquina finalista, prevista il 3 giugno al Teatro Romano di Benevento. Uno degli interrogativi principali riguarda la presenza contemporanea di Michele Mari e Alcide Pierantozzi, entrambi pubblicati da Einaudi. La presenza di due titoli forti dello stesso editore potrebbe infatti diluire i consensi, indebolendo le loro possibilità nella corsa finale.
I due libri, del resto, sono molto diversi tra loro: mentre Mari costruisce un romanzo corale e filosofico, Pierantozzi, con Lo sbilico, propone un memoir intenso e doloroso sul disagio mentale. Due opere che potrebbero intercettare pubblici e sensibilità differenti, ma che rischiano anche di dividersi il voto degli stessi sostenitori.
Gli equilibri tra le grandi case editrici
Anche sul piano editoriale la sfida appare aperta. Einaudi arriva da una vittoria recente, ottenuta nel 2024 con Donatella Di Pietrantonio, mentre Feltrinelli ha conquistato il premio lo scorso anno con Andrea Bajani. Mondadori, invece, non vince dal 2012, quando trionfò Alessandro Piperno, e guarda a questa edizione con particolare determinazione.
La competizione tra le grandi case editrici si intreccia però con la crescente presenza della piccola editoria indipendente, che negli ultimi anni è riuscita a conquistare spazi sempre più rilevanti all’interno della selezione, contribuendo a rendere il premio meno prevedibile e più dinamico.
Il rischio, come osservano alcuni commentatori, è che le sorprese si siano esaurite già con la selezione della dozzina e che Michele Mari possa arrivare alla finale dell’8 luglio al Campidoglio senza un vero rivale. Ma il Premio Strega, sin dalla sua fondazione per volontà di Maria Bellonci, vive anche di tensione narrativa e di colpi di scena, quasi fosse esso stesso un romanzo a puntate.
Che la sfida finale veda contrapposti Mari e Ciabatti, oppure Mari e Nucci, o ancora Mari e Pitzorno, resta per ora un’incognita. Ciò che è certo è che, a ottant’anni dalla nascita, il premio continua a generare dibattito, polemiche e aspettative — segni evidenti di una vitalità che smentisce ogni previsione di stanchezza e conferma il suo ruolo centrale nel panorama letterario italiano.
Un osservatorio privilegiato sulla letteratura italiana
Nel corso di quasi ottant’anni, il Premio Strega si è trasformato in uno specchio degli umori, delle trasformazioni e delle inquietudini della società italiana. Attraverso i libri premiati è possibile ripercorrere l’evoluzione del Paese: la lingua che cambia, le tensioni sociali, le crisi e le rinascite, le tradizioni che si trasformano.
Non a caso, molti osservatori considerano l’Albo d’oro dei vincitori una sorta di archivio della coscienza nazionale. Ogni edizione racconta non solo le tendenze della narrativa, ma anche le sensibilità culturali e politiche di un determinato periodo storico. Lo Strega, nel tempo, ha contribuito a consolidare il ruolo del romanzo come forma centrale della letteratura italiana contemporanea, incoraggiando autori e lettori a interrogarsi sul presente attraverso la finzione narrativa.
Dalla sua fondazione a oggi, il Premio Strega ha accompagnato tutte le fasi della storia repubblicana, dalla ricostruzione del dopoguerra al boom economico, dalle tensioni degli anni Settanta alla globalizzazione contemporanea. I romanzi premiati hanno raccontato città e province, migrazioni interne ed esterne, trasformazioni familiari, crisi politiche e cambiamenti linguistici.
Guardare oggi alla nuova edizione del premio significa quindi osservare non solo lo stato della narrativa, ma anche quello della società italiana. Il ritorno della trama, dei personaggi e delle storie collettive sembra indicare il bisogno di comprendere un presente sempre più complesso, in cui la letteratura torna a svolgere una funzione di orientamento e di memoria.
Se negli anni recenti molti libri avevano esplorato il confine tra autobiografia e finzione, oggi si registra una nuova attenzione verso il racconto della realtà sociale, politica e storica. I romanzi in concorso mostrano spesso protagonisti che si muovono all’interno di eventi collettivi e di contesti più ampi, assumendo talvolta il ruolo di testimoni o di osservatori privilegiati.
Questo cambiamento riflette anche la fase storica attuale. Le crisi globali, le trasformazioni del lavoro, i conflitti e le migrazioni hanno spinto molti scrittori a uscire dalla dimensione strettamente individuale per tornare a interrogarsi sul rapporto tra individuo e comunità. Il romanzo, in questa prospettiva, recupera la sua funzione di strumento per interpretare il presente e per dare forma narrativa a fenomeni complessi.
A quasi ottant’anni dalla sua nascita, il Premio Strega continua così a essere non solo una competizione letteraria, ma un luogo simbolico in cui la cultura italiana si interroga su sè stessa, sui propri cambiamenti e sulle storie che meritano di essere raccontate.
(Redazione)
