Elisabetta Bagli
MADRID. – Gianfranco Mosconi è un rinomato storico, saggista e docente universitario, con una carriera accademica e letteraria che abbraccia decenni. Benché il suo campo di ricerca accademica sia la storia antica, e quella greca in particolare, egli ha coltivato a lungo un interesse speciale, extraaccademico, per la storia della sua città, Roma, esplorando in essa il rapporto tra luoghi, cultura, mentalità, con particolare attenzione al Giubileo del 1300, un evento cruciale nella storia della Chiesa e della Città eterna.
Autore di numerosi saggi e opere divulgative, Mosconi si distingue per la capacità di rendere accessibile la complessità storica a un vasto pubblico, unendo rigore accademico a uno stile narrativo avvincente. Tra i suoi contributi più significativi si annovera il libro “La Roma del Giubileo: Guida per ripercorrere nella Roma d’oggi le vie e l’immaginario dei pellegrini medievali”, che rappresenta un punto di riferimento per chi desidera comprendere l’impatto spirituale, sociale ed economico del Giubileo nella Roma medievale.
Nel libro parli di ‘spazi pieni e spazi vuoti della Roma medievale’: che aspetto aveva la città negli anni del primo Giubileo?
L’aspetto della Roma medievale era, per molti versi, un unicum nel panorama delle città medievali: la città antica, circondata dalle mura aureliane (erette nel III secolo d.C.) aveva avuto una popolazione, e dunque una estensione molto maggiore rispetto alla Roma d’età medievale (si era passati da oltre un milione di abitanti, ad una cifra che, agli inizi del Trecento, era inferiore ai quarantamila residenti). Per questo l’area abitata si era notevolmente contratta: aveva lasciato l’area dei ‘sette colli’, quello che era insomma il centro e il luogo d’origine della città antica, e si era raccolto nell’area pianeggiante racchiusa dall’ansa del Tevere (il Campo Marzio: per intenderci, la zona di piazza Navona o di Campo de’ Fiori), nella zona di Trastevere, ed infine nel nuovo polo di attrazione costituito dalla basilica di San Pietro.
Ma erano rimaste le antiche mura aureliane, ad inglobare un territorio molto più vasto di quello effettivamente abitato: così che il viandante, entrando in Roma attraverso le mura aureliane, doveva percorrere ancora, in certi casi, qualche chilometro prima di incontrare le prime case. Forse ancora più sorprendente, per il viaggiatore, era il contrasto fra la modestia dell’abitato medievale (dove, a parte qualche basilica, la maggior parte degli edifici erano modeste abitazioni a due piani; alcune di esse sono ancora visibili in qualche raro esempio, ad esempio a Trastevere), e i grandiosi monumenti della città antica, spesso spersi nel panorama agreste che, come si è detto, caratterizzava gran parte dell’area interna alle mura.
Una caratteristica, questa, che è miracolosamente ancora visibile, pur fra molte differenze, soprattutto nell’area compresa fra il Circo Massimo e la Porta San Sebastiano, da cui esce l’Appia antica: si pensi alle rovine del Palatino, e in modo ancor più evidente a quelle delle Terme di Caracalla, che sono circondate da aree a giardino scampate all’espansione edilizia del tardo Ottocento e Novecento: aree a giardino che sono, nei fatti, eredi di quelle distese campestri, interne alla mura aureliane, di cui si è detto. Tutto ciò non mancava di colpire i visitatori, che venivano invece, molto spesso, da città racchiuse in cinte di mura la cui estensione era il più possibile aderente a quella dell’abitato da difendere (e ciò per ovvi motivi di risparmio). Insomma: la Roma medievale offriva un panorama opposto a quello delle città dense e rinserrate che vediamo in innumerevoli raffigurazioni tardomedievali.
C’è modo di farsi dunque un’idea concreta di come appariva Roma ad un pellegrino che vi giungeva in occasione del Giubileo del 1300 o di quelli immediatamente successivi?
In realtà sì, perché, anche qui in modo sorprendente, la città d’età rinascimentale e barocca e fino al 1870 (quando Roma diventa capitale d’Italia), conserva in gran parte l’estensione della Roma tardo-medievale: è solo dopo il 1870 che Roma conosce quella travolgente espansione edilizia che, ahimé, le fa perdere questo aspetto così sorprendente, non a caso celebrato da pittori e scrittori del Grand Tour. Nel volume ho inserito numerose riproduzioni di dipinti fra ‘600 e ‘800, e in qualche caso varie foto dell’800, che ancora mostrano il panorama agreste in cui erano immersi monumenti che nella nostra visione sono al ‘centro’ di Roma (e lo erano, in età antica, ma non medievale e moderna) come il Colosseo o le rovine del Foro Romano (il quale, a proposito, era chiamato Campo Vaccino, ‘piana delle vacche’). Peraltro, a cominciare dal ‘500, Roma è oggetto di una ricca produzione di mappe e cartine: anche di queste sono state inserite numerose riproduzioni nel volume.
Quali erano i punti più simbolici per i pellegrini?
Potrei rispondere, brevissimamente, dicendo che i punti focali per il romeo, cioè il pellegrino diretto a Roma, erano ovviamente le basiliche di San Pietro e di San Paolo, i Principi degli Apostoli, con le tombe dei rispettivi santi. Quando papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo del 1300, legò appunto la concessione dell’indulgenza plenaria alla visita alle basiliche di Pietro e di Paolo (ovviamente, essendo «veramente pentiti e confessati», come prescrive la bolla di indizione del Giubileo).
Ovviamente, ad attrarre la devozione dei pellegrini, non c’erano solo le due basiliche di Pietro e di Paolo, vero?
Certamente! In una città ricca di basiliche e di storia come Roma, i luoghi simbolici per i pellegrini erano comunque numerosi: del resto, di giubileo in giubileo, si allunga la lista delle basiliche di cui si richiede la visita ai pellegrini giubilari; ci sono poi quelle altre chiese e basiliche che vengono aggiunte perché, per così dire, poste lungo il percorso, e si arriva al percorso canonico delle Sette Chiese.
E poi ancora innumerevoli altre chiese, molte delle quali collegate da qualche leggenda all’uno o all’altro fra i martiri più importanti o alla Vergine Maria: si pensi alla basilica di Santa Maria Maggiore (la cui posizione sarebbe stata indicata dalla Vergine Maria con una nevicata miracolosa in agosto, ancor oggi rievocata in una apposita cerimonia), o al complesso delle Tre Fontane, sulla via Laurentina, collegato al martirio di Paolo, o alle chiese dell’Esquilino come San Pietro in Vincoli, Santa Pudenziana, Santa Prassede, collegate in vario modo, da apposite leggende, alla storia di San Pietro, o al Carcere Mamertino, dove la tradizione colloca la momentanea prigionia dei due Apostoli.
E per quanto riguarda le rovine classiche? Qual era l’atteggiamento dei pellegrini medievali nei loro confronti? Quanto era forte il fascino dei simboli dell’antica Roma per i viaggiatori medievali?
Si tratta a mio giudizio di uno degli aspetti più interessanti che può emergere dalla lettura del libro, almeno per un lettore non specialista. Avevano un forte contenuto simbolico anche i monumenti in rovina della Roma pagana, e lo erano tanto più in quanto si ergevano spesso isolati e grandiosi in un panorama deserto ed agreste, come abbiamo accennato nella risposta alla domanda precedente. Il loro stesso crollo, la loro condizione di rovina, costituiva, per un cristiano, un costante monito della caducità delle cose umane. Se perfino Roma, la potentissima Roma pagana, era così decaduta, cos’altro poteva durare al mondo?
Ma, nello stesso tempo, proprio nella rovina di tante meraviglie, era facile vedere una prova del trionfo del Cristianesimo. Perfino il deteriorarsi, un pezzo alla volta, degli antichi resti, lungi dal provocare sgomento (come avverrebbe oggi e come poi sarebbe avvenuto negli spiriti colti dal Rinascimento in poi), poteva essere interpretato come un segno dell’avvento di Cristo. Così un monaco inglese in visita a Roma attorno al 1450 (per intenderci, intanto a Firenze fioriva il Rinascimento e il recupero dei modelli classici) poteva affermare che una gran parte della basilica di Massenzio (da lui scambiata per un ‘tempio’), ancor oggi imponente nelle sue rovine, era crollata proprio «nella notte in cui nacque il Signore». Anzi, precisava che «ancor oggi, nella festa della Natività di Cristo, quel tempio, che era chiamato Tempio della Pace, continua a sgretolarsi un poco ogni anno».
Quali differenze riscontri tra l’atteggiamento di un pellegrino medievale e quello di un pellegrino moderno?
Beh, direi che, in genere, ormai il pellegrino contemporaneo ha un approccio meno legato alla materialità del miracolo, meno desideroso di ritrovare in ogni pietra, in ogni muro, in ogni reliquia, un segno della presenza immediata del divino.
Al contrario, quel che è sorprendente, in molti racconti che ho riportato nel testo, traendoli appunto da resoconti di pellegrini giunti nella Roma del ‘300-‘400, è l’approccio assolutamente naif. Faccio un esempio relativo alla reliquia del Quo Vadis: si tratta di una lastra che conserverebbe l’impronta dei piedi di Gesù, miracolosamente apparso sull’Appia antica per dissuadere Pietro dal fuggire da Roma per scampare al martirio. Il nome Quo Vadis deriva appunto dalla domanda che Pietro avrebbe rivolto a Gesù, ‘Domine quo vada’ Signore, dove vai?’, al che Gesù avrebbe risposto ‘A Roma, per essere crocifisso di nuovo’ (nei fatti, un rimprovero a Pietro!). La lastra si conserva, già dal Medioevo, nella basilica di S. Sebastiano sull’Appia, dove è ancora esposta come reliquia. Ebbene: fra i pellegrini del ‘400 c’è chi osserva che «a quanto pare, Cristo era alto di statura, perché le impronte sono molto grandi».
Ci sono miracoli o leggende legati al pellegrinaggio che ti hanno colpito particolarmente durante la tua ricerca?
Mi piace ricordarne una, riferita in uno dei testi che ho citato nel volume: non perché il miracolo sia di per sé grandioso, bensì per la morale che ne viene tratta. Dunque, ai pellegrini che visitavano la chiesa di Santa Pudenziana (è a poca distanza dalla Stazione Termini) veniva mostrato un incavo in un muro della chiesa, e si diceva che questo si era creato miracolosamente per nascondere San Pietro, quando costui aveva cercato di sfuggire a coloro che dovevano condurlo al martirio. Poi, però, Dio aveva inviato in angelo a rivelare il nascondiglio ai persecutori, permettendo che si compisse il martirio di Pietro.
Il racconto sembrava contradditorio, come in effetti è: perché Dio aveva prima salvato Pietro e poi lo aveva fatto scoprire? La spiegazione data da «alcuni» (così ci dice il nostro pellegrino), era che «spesso Dio permette a qualcuno di avere ciò che desidera almeno una volta, anche se nella sua provvidenza ha stabilito diversamente». Mi pare, tutto sommato, una bella immagine, quella di un Dio che, almeno una volta, ti accontenta anche contro la sua stessa provvidenza!
Nel libro parli anche degli aspetti economici legati al flusso dei pellegrini che venivano a Roma per il Giubileo. Era un elemento importante?
Assolutamente importante: le fonti ne parlano ampiamente! Con tono di giustificato scandalo, peraltro. C’è un autore fiorentino che osserva come nel Giubileo del 1350 «i Romani tutti erano fatti albergatori», e un poeta aquilano il quale, sempre nella medesima occasione, lamenta il fatto, che «quilli mali Romani» promettevano un letto a tre o quattro persone, e poi ce ne ficcavano fino a sette e otto, oppure si limitavano a dare un po’ di pavimento su cui giacere. Insomma: il Giubileo, con l’afflusso di decine di migliaia di persone in una città delle medesime dimensioni, dava vita a fenomeni di overtourism e di speculazione!
Nel libro hai combinato storia, spiritualità e topografia. Quali sono state le principali difficoltà nella ricerca e nella scrittura?
Ti ringrazio per questa osservazione. Ha ragione, ho cercato di combinare storia, topografia e storia della mentalità; non sempre si può parlare di spiritualità, almeno non nel senso moderno del termine, se ripensiamo alle leggende sopra riportate. Ed infatti il sottotitolo dato al volume lo presenta come una «guida per ripercorrere, nella Roma d’oggi», non solo «le vie» ma anche «l’immaginario dei pellegrini medievali». Mi sembrava importantissimo illuminare anche questo aspetto, accanto a quello più concreto dei percorsi – che comunque ho ricostruito e che sono ancor oggi in gran parte riconoscibili.
E come hai ottenuto questo risultato?
Nel redigere il testo, pertanto, ho cercato di seguire i percorsi effettivamente seguiti dai pellegrini, fondandomi sulle indicazioni fornite a volte nelle ‘guide per i pellegrini’ o nei loro resoconti di viaggio, sulla collocazione delle mete principali, e molto spesso sui percorsi principali ben riconoscibili nelle piante cinquecentesche di Roma (le più antiche disponibili); in qualche caso, denominazioni come ‘via del Pellegrino’ sono parlanti! Il volume, dunque, illustra quale percorso era seguito dai pellegrini diretti all’una o all’altra basilica (conosciamo anche, da varie fonti, le principali sequenze di visita), e se questo è rimasto intatto nella città attuale: si pensi che ci sono numerosi assi viari ancora ben riconoscibili, perfino quando brutalmente tagliati dai pesanti interventi urbanistici avvenuti fra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900.
Ma nello stesso tempo, via via che ho menzionato l’uno o l’altro edificio o luogo che un pellegrino avrebbe visto o visitato lungo il percorso, ho cercato di ricostruire il modo con cui quei luoghi e quegli edifici sacri o antichi venivano visti, quali emozioni e quali riflessioni suscitavano: ecco perché il testo vuol essere una guida per ripercorrere anche l’immaginario. Spero di esserci riuscito.
E cosa può imparare il lettore di oggi da questa lettura?
Direi, sul piano generale, la consapevolezza di quanto possa mutare il modo di leggere il mondo fra ambiti storci diversi (è quella che, fra specialisti, definiamo ‘storia della mentalità’). Il che, sia permesso, è una capacità fondamentale se pensiamo all’immensa varietà di culture e visioni del mondo con cui la moderna globalizzazione ci mette in contatto. Poi, da romano, c’è l’emozione sempre rinnovata di riscoprire come Roma abbia davvero una storia straordinariamente stratificata e multiforme: in cui persistenza e cambiamento si intrecciano mirabilmente.
Prossimi progetti? Potremo seguirti presto in un’altra esplorazione storica?
Con la casa editrice, la Intra Moenia, siamo rimasti molto soddisfatti dell’esito del lavoro svolto. Il volume coniuga accuratezza e ricchezza di informazione con la necessaria piacevolezza espositiva e grafica, cui concorre l’ampio apparato iconografico. Stiamo ragionando su altre possibilità: ad esempio, dedicando un apposito volume a come, nel Medioevo, venivano interpretati i monumenti della Roma pagana, attraverso leggende sorprendenti e nello stesso tempo rivelatrici di una visione del mondo molto lontana dalla nostra. Sarà, insomma, una sorta di sequel!
