Dall’Italia alla Bulgaria, dalla Francia alla Polonia, una raffica di segnalazioni anonime ha provocato dirottamenti, interventi dei caccia militari ed evacuazioni. Gli investigatori valutano diverse ipotesi, dalla possibile azione coordinata alla guerra ibrida, senza escludere imitatori o singoli responsabili.
MADRID.- Tra il 2 e il 5 novembre, sono arrivate almeno una ventina di segnalazioni di bombe in aerei in volo. Le bombe non sono state trovate ma l’ondata di falsi allarmi che ha coinvolto numerosi voli commerciali europei, ha seminato grande paura, e ha costretto compagnie aeree, autorità aeroportuali, forze di polizia e aeronautiche militari a mettere in atto complesse procedure di emergenza.
Aerei dirottati verso aeroporti alternativi, caccia militari decollati per accompagnare i velivoli, passeggeri evacuati, artificieri impegnati nelle ispezioni e scali sottoposti a controlli straordinari. È questo il bilancio operativo della serie di minacce che, pur non avendo portato al ritrovamento di esplosivi, ha messo sotto pressione il sistema della sicurezza aerea europea.
Tra le compagnie che hanno ricevuto segnalazioni ci sono Ryanair, Wizz Air, Aer Lingus, Finnair, Scandinavian Airlines e LOT Polish Airlines. Il dato più significativo, tuttavia, non è soltanto il numero degli episodi. È la loro concentrazione temporale, la somiglianza delle modalità utilizzate e la capacità di provocare disagi su una rete di trasporti che collega quotidianamente milioni di cittadini europei.
Dall’Italia alla Bulgaria, voli dirottati e caccia in azione
Tra i Paesi maggiormente interessati figura l’Italia, sia come luogo di partenza sia come destinazione dei voli minacciati. Due collegamenti diretti a Roma, uno decollato da Helsinki e l’altro da Dublino, sono stati coinvolti nella nuova ondata di allarmi.
Il volo Finnair proveniente dalla capitale finlandese è atterrato a Fiumicino, dove sono state effettuate le verifiche previste. Il collegamento Aer Lingus Dublino-Roma è stato invece dirottato verso l’aeroporto francese di Évreux, dopo essere stato accompagnato da un caccia Rafale.
A Milano Malpensa sono scattate procedure analoghe per diversi collegamenti. Un volo Wizz Air diretto a Varsavia è stato deviato su Vienna dopo una segnalazione ricevuta durante il viaggio. Un altro aereo della stessa compagnia, diretto a Bucarest, è stato sottoposto a controlli di sicurezza. Ulteriori allarmi sono arrivati ai voli in arrivo a Malpensa da Salonicco e Porto, atterrati regolarmente prima delle verifiche da parte degli artificieri.
Anche la Bulgaria è stata coinvolta. Tre voli Ryanair provenienti da Madrid, Copenaghen e Londra Stansted sono stati oggetto di minacce. Due sono atterrati a Sofia, mentre il terzo ha raggiunto Plovdiv. Per accompagnarli sono intervenuti caccia MiG-29 dell’Aeronautica militare bulgara. Le ispezioni non hanno rilevato ordigni.
Situazioni simili si sono verificate in Polonia, Belgio, Repubblica Ceca e Austria. Quattro voli diretti a Praga sono stati sottoposti a controlli dopo segnalazioni giudicate dalle autorità locali a basso livello di credibilità, ma comunque sufficienti per attivare le procedure di sicurezza.
Un volo LOT Polish Airlines tra Varsavia e Bruxelles è stato ispezionato prima dall’equipaggio e successivamente dalle autorità belghe. Anche in questo caso non è stato trovato alcun oggetto sospetto.
Le email anonime e la firma dei “Combattenti dello Stato Maschile”
Un elemento particolarmente delicato delle indagini riguarda l’origine delle minacce. In Italia alcune segnalazioni sono arrivate attraverso email anonime, scritte in italiano e indirizzate alle società che gestiscono gli aeroporti o ad altri uffici presenti negli scali.
A Fiumicino, i messaggi inviati ad Aeroporti di Roma e ad altre società aeroportuali riportavano nell’oggetto la dicitura “segnalazione minaccia”. Alcune comunicazioni risultavano firmate da una sigla fino a quel momento sconosciuta agli investigatori: “Combattenti dello Stato Maschile”. Il testo conteneva accuse contro un presunto “regime femminista”, minacce di distruzione e l’annuncio di esplosioni imminenti.
Il linguaggio violento e ideologico delle comunicazioni ha attirato l’attenzione degli investigatori anche per una possibile somiglianza con ambienti estremisti caratterizzati da misoginia, nazionalismo e ostilità verso le minoranze. Tra le ipotesi considerate vi è un eventuale collegamento con lo “Stato maschile”, una rete estremista di origine russa nota per la diffusione di contenuti misogini e nazionalisti.
Al momento, però, non esistono elementi pubblicamente accertati che consentano di attribuire le minacce a questa organizzazione. La firma utilizzata nei messaggi non costituisce di per sé una prova dell’identità degli autori.
Anche a Malpensa è stata ricevuta un’email in italiano che ha fatto scattare le procedure di sicurezza. Il viceprefetto di Varese Niccolò Cescon ha riferito che la comunicazione era arrivata a un ufficio pubblico dello scalo e che, nonostante fosse ritenuta poco credibile, erano stati immediatamente attivati i controlli.
La scelta risponde a un principio fondamentale della sicurezza aerea: anche una minaccia apparentemente infondata deve essere verificata prima di poter essere esclusa.
L’ipotesi della guerra ibrida
La successione degli episodi ha alimentato il sospetto che non si tratti di una serie di iniziative isolate, ma di una possibile operazione coordinata.
Il senatore Enrico Borghi, vicepresidente di Italia viva e componente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ha avanzato un’interpretazione particolarmente preoccupante. “È in corso una attività pianificata di guerra ibrida per creare tensione psicologica nelle nostre società e mettere sotto stress le nostre infrastrutture”, ha dichiarato.
La guerra ibrida comprende forme di pressione e destabilizzazione che non ricorrono necessariamente a un attacco militare tradizionale. Possono includere campagne di disinformazione, sabotaggi, attacchi informatici, interferenze nelle comunicazioni e azioni finalizzate a compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
In questo quadro, una sequenza di falsi allarmi può produrre conseguenze concrete senza che venga collocato alcun ordigno. Basta una comunicazione minatoria per provocare l’attivazione di costosi dispositivi di sicurezza, interrompere collegamenti e generare incertezza.
La sproporzione tra il costo minimo necessario per inviare una minaccia e le risorse richieste per gestirla costituisce uno degli aspetti più problematici di questo fenomeno.
Tuttavia, la possibile natura coordinata degli episodi non equivale alla dimostrazione di un’operazione di guerra ibrida. Le autorità europee mantengono infatti una posizione prudente. Il commissario europeo ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, ha sottolineato che è ancora prematuro stabilire se esista un collegamento tra tutti gli episodi. “Le indagini nazionali sono ancora in corso”, ha precisato.
La Commissione europea ha attivato un meccanismo di condivisione delle informazioni sulla sicurezza aerea, ma non dispone ancora di elementi sufficienti per stabilire se si tratti di un attacco informatico o di un’altra forma di operazione organizzata.
I sospetti su possibili interferenze straniere
Tra gli esperti di sicurezza internazionale non manca chi considera plausibile un coinvolgimento di attori statali o di soggetti a essi collegati.
Matthew Borie, cofondatore e responsabile dell’intelligence di Osprey Flight Solutions, società specializzata nella valutazione delle minacce all’aviazione civile, ha indicato diverse spiegazioni possibili. Gli episodi potrebbero derivare dall’attività di un singolo individuo, da una campagna condotta da un gruppo organizzato oppure da un fenomeno di imitazione, nel quale nuove minacce vengono inviate dopo che i primi episodi hanno ottenuto grande visibilità. Non viene esclusa neppure l’ipotesi di operazioni riconducibili a strategie di destabilizzazione internazionale.
Borie ha osservato che la concentrazione degli episodi in Europa potrebbe rendere meritevole di approfondimento una possibile pista russa, ricordando però che anche altri attori internazionali potrebbero avere interesse a esercitare pressioni sul continente.
Eric Schouten, responsabile della società di sicurezza aerea Dyami, ha richiamato l’attenzione su precedenti operazioni contro infrastrutture europee attribuite ad attori russi. Si tratta, anche in questo caso, di valutazioni formulate da esperti e non di conclusioni investigative. Non risultano prove pubbliche che consentano di attribuire questa specifica ondata di minacce alla Russia, all’Iran o a un altro Stato.
La distinzione è essenziale: in una situazione caratterizzata da forte tensione internazionale, anticipare conclusioni non supportate dalle indagini rischierebbe di alimentare proprio quel clima di incertezza e disinformazione che le autorità cercano di contrastare.
Il costo invisibile della paura
Il problema più grave sollevato dagli episodi europei riguarda la vulnerabilità di sistemi che, proprio perché progettati per garantire la massima sicurezza, devono reagire anche a minacce che potrebbero rivelarsi infondate. Ma esiste anche una conseguenza meno facilmente quantificabile: il progressivo indebolimento della percezione di sicurezza.
Quando episodi simili si ripetono in pochi giorni, la paura può estendersi ben oltre i voli direttamente coinvolti. E il rischio è che l’incertezza finisca per diventare parte dell’esperienza quotidiana dei cittadini.
Se dietro le minacce vi fosse effettivamente una strategia organizzata, questo potrebbe rappresentarne uno degli obiettivi principali: dimostrare che è possibile alterare il funzionamento di infrastrutture essenziali senza ricorrere ad attacchi materiali.
La risposta europea tra coordinamento e prudenza
L’ondata di falsi allarmi pone dunque una duplice sfida alle istituzioni europee. La prima è operativa: rafforzare lo scambio di informazioni tra le autorità nazionali, individuare tempestivamente eventuali schemi ricorrenti e migliorare la capacità di ricostruire l’origine delle comunicazioni minatorie.
La seconda riguarda la comunicazione pubblica. Informare i cittadini senza alimentare allarmismi, distinguere i fatti dalle ipotesi investigative e garantire trasparenza senza compromettere le indagini sono condizioni essenziali per preservare la fiducia nelle istituzioni.
La prudenza espressa dalla Commissione europea risponde proprio a questa esigenza.
(Redazione)
