Esplodono tre navi nemiche su mine navali mentre l’Iran rivendica l’abbattimento di un velivolo americano. I Pasdaran sfidano Washington sulle operazioni di sminamento, mentre sui mercati mondiali cresce l’allarme per l’approvvigionamento di greggio.
MADRID. — Lo Stretto di Hormuz — lo snodo marittimo più strategico e vulnerabile per il commercio mondiale di petrolio — torna a essere il teatro di una gravissima escalation militare. Nelle ultime ore, una serie di incidenti ad alto rischio ha riacceso la miccia dello scontro tra Teheran e Washington: tre petroliere sono andate in fiamme dopo essere finite su mine navali, mentre la Marina dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) ha rivendicato l’abbattimento di un drone spia statunitense.
Il giallo delle petroliere in fiamme e la versione di Teheran
L’allarme è scattato quando l’agenzia marittima britannica (Ukmto) ha segnalato una “nave in fiamme” a circa 9 miglia nautiche a nord di Khasab, al largo dell’Oman. Poco dopo, è giunta la conferma e il rilancio da parte delle autorità iraniane.
Secondo quanto reso noto dalla Marina dei Pasdaran, le petroliere coinvolte sarebbero in realtà tre. Il comando militare di Teheran ha dichiarato che le imbarcazioni stavano transitando lungo una rotta meridionale “non autorizzata” e che avevano volutamente “disattivato tutti i loro sistemi radar e di navigazione” per sfuggire ai controlli. Dopo aver ignorato ripetuti avvertimenti, le navi sarebbero incappate in un campo minato, prendendo fuoco per poi essere abbandonate dagli equipaggi lungo la costa.
Abbattuto un drone USA, la sfida dei Pasdaran al comando americano
Ad appesantire ulteriormente il clima è arrivata la rivendicazione diretta da parte dei Pasdaran dell’abbattimento di un drone statunitense di tipo MQ-1, abbattuto dai sistemi di difesa iraniani al largo della città costiera di Sirik, proprio all’imbocco dello Stretto.
In un contesto di fortissima contrapposizione mediatica e militare, il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione, generale Hossein Mohebbi, ha lanciato un guanto di sfida diretto al Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom). Rispondendo alle rassicurazioni americane sulla sicurezza delle rotte, Mohebbi ha preteso “prove indipendenti” sulle presunte operazioni di sminamento condotte dagli USA, aggiungendo su X: “La realtà dello Stretto di Hormuz si decide in cielo, a terra e in mare, non nel cyberspazio e nelle stanze della guerra mediatica americana”.
Mercati in allarme: lo spettro dello shock energetico sul commercio globale
L’inasprimento della crisi nel Golfo Persico si proietta immediatamente sull’economia globale, toccando da vicino anche i Paesi europei e l’Italia. Lo Stretto di Hormuz rappresenta infatti la via di transito per circa un quinto del fabbisogno globale di greggio.
Gli ultimi dati economici Istat evidenziano come la bolletta e i costi energetici siano già sotto pressione: sebbene l’export italiano verso i Paesi extra-UE mostri tenuta, l’import di energia ha registrato nell’ultimo mese un balzo congiunturale del +10,9% e un incremento tendenziale annuo del +68,9%, allargando il deficit energetico nazionale a oltre 5,7 miliardi di euro. Qualsiasi blocco o rallentamento prolungato del traffico navale a Hormuz rischia di far impennare ulteriormente i prezzi delle materie prime, innescando una nuova spirale inflazionistica sulle catene di fornitura internazionali.
