Usa e Israele preparano una possibile offensiva contro l’Iran, ma Trump non ha deciso

Il Presidente americano Donald J. Trump con il Primoministro d'Israele Benjamin Netanyahu.
Benjamin Netanyahu con Donald Trump in una foto d'archivio. EPA/MICHAEL REYNOLDS

Secondo il New York Times, allo studio un’operazione militare dopo le elezioni americane del 3 novembre. Trump avverte che «accadrà qualcosa» a breve, mentre i Pasdaran minacciano di colpire le basi statunitensi in Medio Oriente. Al centro della crisi anche il programma nucleare iraniano e la sicurezza dello Stretto di Hormuz.


NEW YORK. – Il rischio di una nuova offensiva contro l’Iran torna al centro della crisi in Medio Oriente. Stati Uniti e Israele avrebbero elaborato piani per riprendere gli attacchi militari contro la Repubblica islamica dopo le elezioni di metà mandato americane, in programma il 3 novembre. Lo riferisce il New York Times, citando funzionari statunitensi e altre fonti informate sui preparativi.

Secondo il quotidiano, le forze armate dei due Paesi hanno intensificato le esercitazioni in vista di una possibile operazione descritta come breve ma particolarmente intensa. Tra gli scenari esaminati figurerebbero attacchi contro impianti nucleari, infrastrutture energetiche e arsenali di missili e droni.

Tra gli obiettivi potenziali sarebbe compreso anche il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain, associato al programma nucleare iraniano e protetto da strutture situate in profondità. Non è stato però annunciato alcun ordine definitivo di attacco, né è certo che i piani elaborati dai comandi militari vengano effettivamente messi in pratica.

Le fonti citate dal New York Times ritengono che una nuova campagna di bombardamenti potrebbe aggravare ulteriormente la crisi economica iraniana e spingere Teheran ad accettare concessioni diplomatiche. Washington cercherebbe, secondo le stesse ricostruzioni, di evitare per quanto possibile gli impianti petroliferi e le raffinerie, per non provocare un ulteriore aumento dei prezzi dei carburanti.

Trump: «Accadrà qualcosa molto presto»

Le indiscrezioni sui preparativi militari sono state accompagnate da nuove dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump. Interpellato da una giornalista di NewsNation alla base aerea di Andrews, il presidente ha affermato che gli Stati Uniti non stanno negoziando con l’Iran e che «in un modo o nell’altro accadrà qualcosa, piuttosto presto».

Trump non ha precisato se si riferisse a una nuova operazione militare o a un possibile sviluppo diplomatico. Alla domanda sulla possibilità che gli Stati Uniti attendano la conclusione delle elezioni di metà mandato prima di agire, ha evitato di fornire una risposta definitiva.

La scadenza elettorale del 3 novembre rappresenta quindi un passaggio importante nella valutazione dei tempi di un’eventuale offensiva. Secondo le fonti citate dalla stampa internazionale, il presidente avrebbe già rinviato precedenti proposte di ripresa dei bombardamenti e potrebbe ancora decidere di non autorizzare nuove azioni.

La prudenza è necessaria anche perché le indiscrezioni sui preparativi militari non equivalgono a una conferma dell’imminenza di un attacco. L’intensificazione delle esercitazioni e il rafforzamento delle forze nella regione possono servire sia a predisporre un’operazione sia ad aumentare la pressione su Teheran in vista di un accordo.

I Pasdaran minacciano le basi americane

Sul fronte iraniano, i Guardiani della Rivoluzione, conosciuti come Pasdaran, hanno alzato il tono dello scontro con Washington. La Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica ha dichiarato che quattro imbarcazioni coinvolte, secondo la versione iraniana, in trasferimenti illegali di petrolio nella parte settentrionale del Golfo Persico sono state colpite contemporaneamente e hanno preso fuoco.

Le autorità iraniane hanno inoltre riferito che altre tre imbarcazioni avrebbero urtato mine nella zona a ovest dello Stretto di Hormuz. Le circostanze degli episodi e le responsabilità non risultano verificate in modo indipendente.

In un comunicato, i Pasdaran hanno avvertito che il proseguimento delle operazioni statunitensi di scorta alle navi nello Stretto potrebbe provocare una risposta più ampia, estesa alle basi militari americane presenti in Medio Oriente.

La minaccia aumenta il rischio che un eventuale nuovo attacco contro il territorio iraniano inneschi una risposta contro installazioni statunitensi o obiettivi di altri Paesi della regione. Il confronto, inoltre, non riguarda soltanto gli impianti militari: la sicurezza della navigazione commerciale e delle infrastrutture energetiche è diventata uno dei principali punti di tensione.

Lo Stretto di Hormuz, un passaggio strategico per l’energia mondiale

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti più sensibili della crisi. Attraverso questo corridoio marittimo, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e al Mar Arabico, transita una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio e gas.

Qualsiasi interruzione prolungata della navigazione potrebbe avere conseguenze sui mercati energetici, sui costi dei trasporti e sui prezzi dei carburanti. Per questo motivo, la possibilità di nuovi attacchi contro le navi o di un ulteriore blocco del traffico marittimo preoccupa non soltanto gli Stati direttamente coinvolti nel conflitto, ma anche i Paesi importatori di energia.

Washington considera la libertà di navigazione un elemento essenziale della propria strategia nella regione. Teheran, dal canto suo, utilizza il controllo e la pressione sul traffico marittimo come strumenti di deterrenza contro le operazioni statunitensi.

La contrapposizione rende particolarmente fragile ogni tentativo di ridurre la tensione. Un incidente navale, un attacco contro una petroliera o un’azione contro una base militare potrebbe provocare una risposta a catena, con conseguenze difficili da controllare.

Il nodo nucleare resta al centro dello scontro

Al fondo della crisi rimane il programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti e Israele chiedono garanzie che impediscano a Teheran di sviluppare armi nucleari e puntano a limitare anche le capacità missilistiche e militari del Paese.

L’Iran sostiene invece che il proprio programma nucleare abbia finalità pacifiche e respinge le condizioni considerate incompatibili con la propria sovranità. Le distanze riguardano anche le sanzioni, il blocco navale statunitense e le condizioni per ripristinare una navigazione sicura nello Stretto di Hormuz.

I tentativi di mediazione non hanno finora prodotto un’intesa stabile. Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran resta disponibile al confronto diplomatico, ma anche pronta ad affrontare una nuova guerra. Washington, invece, insiste sulla necessità di ottenere concessioni concrete sul programma nucleare.

La crisi economica iraniana, aggravata dalle restrizioni commerciali e dalle difficoltà nelle esportazioni petrolifere, costituisce un ulteriore elemento di pressione. Resta però incerto se un nuovo attacco militare sarebbe sufficiente a ottenere le concessioni richieste dagli Stati Uniti oppure se finirebbe per rafforzare la determinazione iraniana a proseguire il confronto.

Il rischio di una nuova guerra regionale

La prospettiva di una ripresa delle operazioni militari riapre interrogativi sulle conseguenze per l’intero Medio Oriente. Una nuova campagna contro le installazioni nucleari, le infrastrutture energetiche e gli arsenali iraniani potrebbe provocare una risposta di Teheran contro Israele, le forze statunitensi o altri obiettivi nella regione.

Le minacce dei Pasdaran mostrano che il rischio non si limita al territorio iraniano. Le basi americane, le rotte marittime, gli impianti energetici e le infrastrutture strategiche potrebbero diventare parte di un confronto più ampio.

Per il momento, tuttavia, non esiste una conferma ufficiale che una nuova offensiva sia stata autorizzata. I preparativi militari, le dichiarazioni di Trump e le minacce iraniane indicano una fase di forte tensione, ma lasciano aperti diversi scenari.

Le prossime settimane saranno decisive. Dopo il voto americano del 3 novembre, Washington dovrà scegliere se utilizzare la pressione militare per cercare di ottenere un accordo oppure riaprire le ostilità. Teheran, intanto, alterna la disponibilità dichiarata alla diplomazia alla minaccia di una risposta estesa. In assenza di un’intesa sul nucleare e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz, il rischio di una nuova escalation rimane elevato.

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