Il raid ha colpito un’area di confine contesa tra Sudan e Sud Sudan. Juba accusa le Forze armate sudanesi e convoca l’ambasciatore. La tragedia si inserisce nella guerra che dal 2023 oppone l’esercito alle milizie paramilitari delle Forze di supporto rapido.
MADRID. – Oltre 220 persone sarebbero state uccise in un attacco con droni contro un mercato ad Abyei, territorio conteso tra Sudan e Sud Sudan. La notizia, diffusa il 20 ottobre dalle fonti locali, restituisce la drammatica dimensione della violenza che continua a investire la regione, mentre la guerra in Sudan entra in una fase sempre più complessa e coinvolge anche aree strategiche vicine ai confini.
A riferire il bilancio è stato Yohana Akol, ministro ad interim dell’Informazione di Abyei, secondo il quale le vittime sono state sepolte in due fosse comuni. Le circostanze dell’attacco e il numero definitivo dei morti devono tuttavia essere confermati in modo indipendente.
Il governo del Sud Sudan ha attribuito la responsabilità del raid alle Forze armate sudanesi e ha convocato l’ambasciatore del Sudan a Juba per presentare una protesta diplomatica. L’episodio rischia così di aggravare ulteriormente le tensioni tra i due Paesi, già legati da una situazione di instabilità politica, militare ed economica.
Nel mirino depositi di carburante e camion
Secondo le ricostruzioni riportate dai media regionali, i droni avrebbero colpito depositi di carburante e camion che trasportavano combustibile verso il Darfur, regione del Sudan occidentale in gran parte controllata dalle Forze di supporto rapido (RSF), il gruppo paramilitare che combatte contro l’esercito regolare.
Fonti citate da Radio Tamazuj hanno riferito che il mercato sarebbe stato utilizzato anche dalle forze paramilitari per procurarsi carburante destinato alle aree interessate dai combattimenti.
Questi elementi, se confermati, suggerirebbero che l’operazione fosse diretta contro infrastrutture e rifornimenti considerati strategici nel conflitto. Il bilancio riferito, tuttavia, solleva interrogativi sulla protezione dei civili e sulla proporzionalità dell’attacco, soprattutto se il mercato era frequentato da commercianti e cittadini estranei alle operazioni militari.
La ricostruzione delle responsabilità richiede ulteriori verifiche indipendenti. L’accusa del governo sudsudanese non equivale, da sola, a una conferma definitiva dell’identità degli autori del raid.
Abyei, una regione contesa e strategica
Abyei è un territorio situato tra Sudan e Sud Sudan, da anni al centro di una disputa sulla sovranità e sul controllo amministrativo. La sua posizione geografica e le risorse economiche presenti nell’area ne fanno un punto particolarmente sensibile nei rapporti tra i due Stati.
La regione ha una storia segnata da tensioni politiche, scontri armati e spostamenti della popolazione. La mancanza di una soluzione definitiva alla questione di Abyei ha lasciato aperti problemi di sicurezza e di amministrazione, esponendo le comunità locali alle conseguenze delle crisi che attraversano i territori vicini.
L’attacco riferito al mercato assume quindi un significato che va oltre il bilancio delle vittime: mostra quanto il conflitto sudanese possa avere ripercussioni anche al di fuori delle principali linee del fronte e quanto sia difficile proteggere le popolazioni che vivono nelle aree di confine.
Una guerra che continua ad allargarsi
L’attacco di Abyei si inserisce in un conflitto che dal 15 aprile 2023 oppone le Forze armate sudanesi, guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, alle Forze di supporto rapido (RSF), comandate da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. I due schieramenti erano stati alleati nel colpo di Stato del 2021, ma si sono successivamente scontrati per il controllo del Paese e delle sue istituzioni.
La guerra ha provocato distruzioni diffuse, milioni di sfollati e una grave crisi alimentare. I combattimenti interessano soprattutto il Darfur e il Kordofan, ma anche altre regioni sono state colpite da attacchi aerei e con droni, che mettono a rischio la popolazione civile e le infrastrutture essenziali.
Il 16 ottobre, intervenendo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la sottosegretaria generale Rosemary DiCarlo ha denunciato il deterioramento della situazione, segnalando attacchi contro strutture civili, un campo per sfollati, una miniera d’oro, istituti scolastici e un dormitorio universitario. Anche i convogli umanitari sono stati colpiti: il 3 ottobre un attacco contro due camion noleggiati dal Programma alimentare mondiale ha provocato la morte di un autista.
La diffusione degli attacchi con droni costituisce una delle caratteristiche più preoccupanti della fase attuale del conflitto. Le operazioni a distanza permettono di colpire obiettivi situati lontano dalle linee del fronte, ma aumentano anche il rischio per chi vive o lavora nelle aree interessate.
Fame e siccità aggravano l’emergenza umanitaria
Alle conseguenze dirette dei combattimenti si aggiunge una crisi alimentare sempre più grave. Il conflitto ha compromesso l’agricoltura, il commercio, i trasporti e la distribuzione degli aiuti, mentre la popolazione deve fare i conti con la perdita delle abitazioni e dei mezzi di sostentamento.
Il 12 ottobre le Nazioni Unite hanno richiamato l’attenzione sul crescente rischio di carestia in alcune aree del Darfur e del Kordofan, dove la guerra è ora aggravata da una grave carenza di precipitazioni associata alle condizioni climatiche. La mancanza d’acqua e le difficoltà nell’accesso al cibo aumentano i rischi di malnutrizione e malattie, soprattutto tra i bambini.
Le organizzazioni umanitarie devono inoltre operare in condizioni difficili, a causa dell’insicurezza, delle limitazioni agli spostamenti e della carenza di finanziamenti. Le risorse disponibili non sono sufficienti a soddisfare tutti i bisogni, mentre gli attacchi contro infrastrutture e personale umanitario rendono più complicata la distribuzione degli aiuti.
La situazione rischia di peggiorare ulteriormente se non verranno garantiti accessi sicuri alle popolazioni colpite e risorse adeguate per sostenere gli interventi di emergenza.
A Ginevra riprendono i tentativi di fermare la guerra
Mentre la violenza continua, la diplomazia cerca una via d’uscita. Il 21 ottobre si è svolto a Ginevra un nuovo incontro promosso dalle Nazioni Unite e dalla Svizzera per coordinare le iniziative internazionali a favore della pace in Sudan.
Al tavolo si sono riuniti rappresentanti di numerosi Paesi, organizzazioni regionali e istituzioni internazionali. Tra gli obiettivi figurano il coordinamento degli sforzi diplomatici, la riduzione delle ostilità, la protezione dei civili e la creazione delle condizioni per un cessate il fuoco.
Nel documento conclusivo, i partecipanti hanno ribadito che non esiste una soluzione militare al conflitto e hanno chiesto alle parti di compiere passi concreti per ridurre la violenza. Hanno inoltre sollecitato gli attori stranieri a non alimentare la guerra attraverso la fornitura di armi, droni, finanziamenti e sostegno militare.
L’incontro ha affrontato anche la necessità di garantire una transizione politica inclusiva, guidata dai sudanesi e capace di coinvolgere le diverse componenti della società civile. Non è stata annunciata una tregua immediata: le iniziative diplomatiche devono ancora tradursi in risultati concreti sul terreno.
Il bilancio di Abyei resta da verificare
Sull’attacco al mercato di Abyei rimane una questione centrale: il numero esatto delle vittime. Le autorità locali hanno riferito un bilancio salito a oltre 220 morti, mentre le prime ricostruzioni diffuse da Reuters e Associated Press parlavano di almeno 153 vittime. Le ricerche e il recupero dei corpi potrebbero modificare ulteriormente il conteggio.
Anche l’attribuzione della responsabilità deve essere trattata con cautela: il governo del Sud Sudan ha accusato l’esercito sudanese, mentre le ricostruzioni sull’obiettivo militare dell’operazione indicano un possibile collegamento con i rifornimenti destinati alle RSF. Resta essenziale chiarire le circostanze del raid e accertare le responsabilità.
La strage rappresenta comunque un nuovo, drammatico segnale del costo umano della guerra. Senza un cessate il fuoco, la protezione effettiva della popolazione e l’accesso degli aiuti alle aree più colpite, il Sudan rischia di continuare a sprofondare in una crisi che minaccia non soltanto la stabilità del Paese, ma anche quella dell’intera regione.
