Un nuovo studio europeo stima per il nostro Paese benefici economici e sociali per 84,2 miliardi di euro annui già nel 2030, oltre 500mila posti di lavoro equivalenti a tempo pieno in media ogni anno e migliaia di morti premature evitate.
MADRID.- L’Italia continua a confrontarsi con una contraddizione sempre più difficile da sostenere: da una parte bollette elevate, dipendenza dai combustibili fossili importati e imprese esposte alle oscillazioni dei prezzi internazionali; dall’altra, un cambiamento climatico che produce danni economici, ambientali e sanitari crescenti. In mezzo, famiglie che faticano a pagare l’energia, abitazioni inefficienti e una transizione ecologica troppo spesso raccontata soltanto come un costo.
Eppure, rinviare gli investimenti potrebbe rivelarsi molto più oneroso che realizzarli. È quanto emerge dal rapporto “Europe’s climate dividend: Economic benefits, jobs, health and lower energy costs”, realizzato da Climact e promosso dal consorzio del progetto LIFE Plan4Climate e da Climate Action Network Europe, di cui fa parte anche il WWF Italia.
Lo studio analizza i benefici economici, occupazionali e sanitari che potrebbero derivare dalle misure di risparmio energetico previste in uno scenario europeo di decarbonizzazione al 2040. I risultati sono rilevanti per l’intera Unione europea, ma assumono un significato particolare per l’Italia, dove il costo dell’energia continua a pesare sulla competitività delle imprese e sui bilanci familiari.
Secondo le simulazioni, nel nostro Paese i benefici monetizzati delle misure considerate potrebbero raggiungere 84,2 miliardi di euro l’anno nel 2030 e 227,8 miliardi nel 2050.
Non si tratta di risorse già disponibili né di entrate che affluirebbero direttamente nelle casse dello Stato, ma di una stima del valore economico complessivo dei vantaggi prodotti dalla riduzione dei consumi energetici, dal miglioramento della salute e dalla diminuzione dei danni climatici. Una distinzione importante, che non riduce però la portata delle conclusioni dello studio.
In Italia tre euro di benefici per ogni euro investito
Il rapporto stima che, a fronte di investimenti medi annui pari a 47,7 miliardi di euro tra il 2026 e il 2050, l’Italia potrebbe ottenere benefici medi superiori a 143 miliardi l’anno. In termini aggregati, il rapporto sarebbe dunque di circa tre euro di benefici per ogni euro investito.
Lo sforzo economico sarebbe particolarmente concentrato nella fase iniziale, ma secondo le proiezioni il valore cumulato dei benefici supererebbe quello degli investimenti già nel 2032: 428 miliardi di benefici a fronte di 383 miliardi investiti. Nel 2042 i benefici cumulati arriverebbero a 1.743 miliardi, contro 870 miliardi di investimenti. Nel 2050 raggiungerebbero 3.588 miliardi, rispetto a 1.192 miliardi investiti.
Occorre precisare che una parte importante di questi benefici riguarda i danni climatici evitati a livello globale, ai quali viene attribuito un valore economico. Non si tratta quindi, in tutti i casi, di risparmi direttamente incassabili dalle famiglie o dalle imprese italiane. Lo studio attribuisce infatti in media circa 64,9 miliardi di euro annui al valore dei danni climatici evitati grazie alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
La restante parte comprende benefici più direttamente collegati all’economia nazionale, a cominciare dal contenimento della spesa energetica.
Bollette più leggere: fino a 1.895 euro di costi energetici evitati per abitante nel 2050
È proprio il risparmio energetico uno degli elementi più significativi per l’Italia. Secondo il rapporto, la riduzione dei consumi di combustibili fossili e il miglioramento dell’efficienza potrebbero generare risparmi sui costi dell’energia pari a 31,3 miliardi di euro nel 2030, 77,7 miliardi nel 2040 e 105,7 miliardi nel 2050. Tradotti in valori pro capite, questi importi corrisponderebbero rispettivamente a 533 euro, 1.347 euro e 1.895 euro annui.
Considerando l’intero periodo 2026-2050 e una famiglia media composta da 2,2 persone, lo studio calcola un risparmio medio potenziale di circa 2.464 euro l’anno per nucleo familiare. Anche in questo caso, si tratta di valori medi modellizzati, non della promessa di una riduzione identica della bolletta per ogni famiglia.
I benefici effettivi dipenderebbero dal tipo di abitazione, dai consumi, dalle tecnologie adottate, dai prezzi dell’energia e, soprattutto, dalle modalità con cui gli investimenti verrebbero finanziati.
È proprio su questo punto che emerge una questione decisiva di equità sociale. Una famiglia con redditi elevati può avere maggiori possibilità di sostituire un impianto inefficiente, acquistare un veicolo elettrico o finanziare la riqualificazione energetica della propria abitazione. Una famiglia economicamente fragile, invece, può non disporre delle risorse necessarie per affrontare la spesa iniziale, anche quando l’investimento sarebbe conveniente nel lungo periodo.
Senza incentivi adeguati e strumenti di finanziamento accessibili, la transizione rischierebbe quindi di produrre benefici distribuiti in modo diseguale.
Povertà energetica, milioni di italiani potrebbero uscire da una condizione di vulnerabilità
Il problema è particolarmente grave in un Paese nel quale milioni di persone hanno difficoltà a riscaldare adeguatamente la propria abitazione o a sostenere i costi energetici.
Il rapporto richiama due diverse stime della povertà energetica in Italia: circa 5,9 milioni di persone secondo l’Osservatorio europeo sulla povertà energetica e circa 9,4 milioni secondo il Piano Sociale per il Clima italiano.
La distanza tra i due valori dipende dai differenti criteri utilizzati per definire e misurare il fenomeno. Secondo le simulazioni dello studio, gli interventi di riqualificazione degli edifici residenziali, a cominciare dall’isolamento termico, potrebbero consentire a un numero compreso tra 1,47 e 2,34 milioni di persone di uscire dalla povertà energetica entro il 2030. È un risultato potenziale di grande importanza sociale.
Una casa meglio isolata richiede meno energia per essere riscaldata d’inverno e raffrescata d’estate. Questo significa costi inferiori, ma anche condizioni abitative più salubri, soprattutto per anziani, bambini e persone con problemi di salute.
La riqualificazione energetica non dovrebbe quindi essere considerata soltanto una misura ambientale. Può diventare anche uno strumento di politica abitativa, sanitaria e di contrasto alle disuguaglianze. A condizione, naturalmente, che gli interventi raggiungano prioritariamente le abitazioni più inefficienti e le famiglie che hanno maggiori difficoltà economiche.
Tremilacinquecento morti premature evitate ogni anno: il beneficio più importante
Accanto ai vantaggi economici, lo studio mette in evidenza un risultato che merita un’attenzione ancora maggiore: il possibile miglioramento della salute pubblica.
Per l’Italia, le simulazioni indicano 3.509 morti premature evitate nel 2030 grazie alla riduzione dell’inquinamento atmosferico e al miglioramento delle condizioni ambientali all’interno delle abitazioni. La media stimata per il periodo 2026-2050 è di 3.717 decessi prematuri evitati ogni anno: 2.078 associati alla minore esposizione all’inquinamento atmosferico e 1.639 al miglioramento delle condizioni degli ambienti interni. Complessivamente, il rapporto stima circa 12.300 morti premature evitate entro il 2030, 50mila entro il 2040 e 93mila entro il 2050.
A questi risultati si aggiungerebbero circa 925 ricoveri ospedalieri in meno ogni anno. Sono proiezioni sanitarie basate sugli scenari considerati, non conteggi di decessi individualmente identificabili. Ma indicano la dimensione dei possibili benefici di una politica energetica capace di ridurre le emissioni inquinanti e migliorare la qualità degli edifici.
Il tema è particolarmente importante per l’Italia, dove numerose aree urbane e industriali continuano a confrontarsi con problemi di qualità dell’aria. La riduzione dei consumi di combustibili fossili potrebbe contribuire a diminuire le emissioni di ossidi di azoto, particolato fine e biossido di zolfo. Secondo lo studio, la riduzione cumulata dei tre inquinanti considerati raggiungerebbe 553mila tonnellate entro il 2030 e 1,949 milioni di tonnellate entro il 2040.
Il beneficio sanitario rappresenta dunque uno degli argomenti più rilevanti a favore della transizione: ridurre l’inquinamento significa non soltanto proteggere l’ambiente, ma diminuire malattie, ricoveri e morti premature.
Occupazione, oltre mezzo milione di posti di lavoro equivalenti a tempo pieno in media ogni anno
La transizione energetica potrebbe avere effetti significativi anche sull’occupazione.
Per l’Italia, il rapporto stima che gli investimenti in risparmio energetico potrebbero sostenere circa 676mila unità di lavoro equivalenti a tempo pieno nel 2030 e una media annua di circa 506mila nel periodo analizzato. Il valore cumulato raggiungerebbe 2,7 milioni di persone-anno entro il 2030 e 12,7 milioni entro il 2050.
È importante chiarire il significato di questi numeri: le persone-anno misurano il volume di lavoro generato nel tempo e non corrispondono necessariamente ad altrettanti nuovi lavoratori occupati stabilmente. Il settore maggiormente coinvolto sarebbe quello dell’edilizia, sia residenziale sia commerciale.
Gli interventi sulle abitazioni potrebbero sostenere circa 230mila unità di lavoro all’anno, ai quali si aggiungerebbero 70mila nel comparto degli edifici commerciali. Il settore dei trasporti contribuirebbe con circa 187mila. Si tratta di attività che richiedono competenze professionali diversificate: progettazione, installazione, manutenzione, edilizia specializzata, tecnologie energetiche e gestione dei sistemi.
Ma anche qui il risultato non sarebbe automatico. Per trasformare gli investimenti in occupazione qualificata servono programmi di formazione, aggiornamento professionale, politiche industriali e strumenti capaci di accompagnare i lavoratori dei settori maggiormente esposti alla trasformazione energetica.
Una transizione socialmente sostenibile deve creare nuove opportunità senza abbandonare chi rischia di perdere il proprio impiego.
L’Europa potrebbe evitare quasi 34mila morti premature l’anno
Il quadro europeo conferma la portata dei benefici potenziali. Secondo il rapporto, le misure di risparmio energetico potrebbero generare nell’Unione europea oltre 826 miliardi di euro di benefici monetizzati annui nel 2030, fino a sfiorare i 2mila miliardi nel 2050. Gli investimenti potrebbero sostenere oltre 8,5 milioni di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno nel 2030, in gran parte legate alla riqualificazione edilizia.
Sul piano sanitario, le simulazioni indicano quasi 34mila morti premature evitate ogni anno entro il 2030, circa 8mila ricoveri ospedalieri in meno e 3,3 milioni di giornate di malattia evitate. Una parte particolarmente importante dei benefici deriverebbe dalla riduzione delle morti premature associate al freddo eccessivo nelle abitazioni.
Il rapporto sottolinea inoltre che queste stime non comprendono tutti i possibili vantaggi della transizione, ma soltanto quelli riconducibili alle misure energetiche analizzate. Non includono, per esempio, tutti gli effetti sanitari legati alla riduzione dei danni climatici, come quelli delle ondate di calore.
Ciò non significa che i risultati possano essere automaticamente estesi all’intera transizione: gli ulteriori benefici e costi dovrebbero essere valutati con analisi specifiche.
Il costo dell’inazione: 822 miliardi di danni climatici in Europa
La pubblicazione del rapporto arriva mentre l’Europa continua a fare i conti con gli effetti sempre più evidenti del riscaldamento globale.
Secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente richiamati dallo studio, gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno provocato nell’Unione europea perdite economiche stimate in circa 822 miliardi di euro tra il 1980 e il 2024. Circa un quarto di questa cifra si concentra nel periodo 2021-2024.
Nello stesso arco temporale, gli eventi estremi considerati hanno causato oltre 441mila decessi. Questi numeri non rappresentano una previsione dei danni che saranno evitati grazie alle misure del rapporto, ma documentano il peso economico e umano già associato ai fenomeni climatici estremi.
L’Europa, inoltre, si sta riscaldando a un ritmo approssimativamente doppio rispetto alla media globale dagli anni Ottanta. In questo scenario, continuare a dipendere in larga misura dai combustibili fossili significa esporsi contemporaneamente a due rischi: le conseguenze del cambiamento climatico e l’instabilità dei mercati energetici internazionali.
Le tensioni geopolitiche nel Golfo, come già avvenuto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, hanno mostrato quanto rapidamente le crisi internazionali possano ripercuotersi sui prezzi dell’energia. Secondo i dati Eurostat citati nello studio, nel 2023 l’Unione europea dipendeva dalle importazioni nette per il 58% del proprio fabbisogno energetico. Ridurre questa esposizione significa dunque intervenire non soltanto sulle emissioni, ma anche sulla sicurezza economica ed energetica europea.
L’Italia davanti alle scelte del governo
Il rapporto arriva in una fase decisiva per le politiche climatiche europee. Nel marzo 2026 l’Unione europea ha adottato un obiettivo vincolante di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040. Nel quarto trimestre dell’anno è attesa la revisione della governance dei Piani nazionali integrati per l’energia e il clima.
Per l’Italia, il confronto riguarda quindi anche l’adeguatezza del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, il PNIEC, e la capacità di programmare gli investimenti necessari. Secondo i promotori dello studio, gli obiettivi italiani attuali non sono sufficientemente ambiziosi rispetto al quadro europeo e rischiano di ritardare i benefici economici, occupazionali e sanitari della decarbonizzazione.
Il WWF e le altre organizzazioni coinvolte chiedono un piano chiaro di investimenti pubblici al 2030 e al 2040, accompagnato da obiettivi climatici e sociali più incisivi.
Tra le proposte figura la destinazione integrale dei proventi dei sistemi europei di scambio delle quote di emissione, ETS1 ed ETS2, alle politiche climatiche, insieme all’utilizzo del Fondo Sociale per il Clima per interventi strutturali contro la povertà energetica. Sono richieste che dovranno confrontarsi con i vincoli di bilancio, le priorità della spesa pubblica e la necessità di garantire una distribuzione equa degli oneri della transizione.
Ma il punto sollevato dallo studio è difficilmente eludibile: valutare la decarbonizzazione esclusivamente in termini di investimenti iniziali rischia di ignorare una parte rilevante dei costi che il Paese continua a sostenere.
La transizione deve essere anche una politica di giustizia sociale
La questione più delicata riguarda il modo in cui i benefici potranno essere distribuiti. Un aumento del prodotto interno lordo non si traduce automaticamente in un miglioramento delle condizioni di vita di tutte le persone. Allo stesso modo, un risparmio energetico medio elevato non garantisce che le famiglie più povere riescano a beneficiarne.
La transizione può contribuire a ridurre le disuguaglianze oppure, se gestita male, rischiare di accentuarle. Per evitarlo, occorre che gli investimenti pubblici siano orientati anche verso chi dispone di minori risorse: famiglie in povertà energetica, anziani che vivono in abitazioni inefficienti, piccoli imprenditori esposti ai rincari, lavoratori che necessitano di riqualificazione professionale.
Sarebbe particolarmente importante intervenire sul patrimonio abitativo più degradato, sugli edifici pubblici, sulle scuole e sulle strutture sanitarie, dove l’efficienza energetica può produrre benefici economici e sociali duraturi. Anche il sistema produttivo italiano, composto in larga parte da piccole e medie imprese, ha bisogno di strumenti finanziari e tecnici che rendano accessibili gli investimenti.
Senza queste condizioni, il rischio è che la transizione proceda a velocità differenti, lasciando indietro proprio i soggetti più vulnerabili.
Il vero interrogativo non è soltanto quanto costa agire, ma quanto costa aspettare
Il rapporto “Europe’s climate dividend” propone una lettura economica della decarbonizzazione che merita attenzione, pur trattandosi di simulazioni basate su ipotesi e scenari, non di risultati garantiti.
Le cifre prospettate per l’Italia sono considerevoli: decine di miliardi di benefici annui, minori costi energetici, nuove opportunità occupazionali e migliaia di morti premature potenzialmente evitate.
Ma il messaggio più importante va oltre i numeri. Un Paese che continua a dipendere fortemente dai combustibili fossili importati rimane vulnerabile alle crisi internazionali. Un Paese che non riqualifica le proprie abitazioni costringe milioni di famiglie a sostenere costi energetici elevati. Un Paese che non riduce l’inquinamento continua a pagarne le conseguenze in termini di salute pubblica.
La transizione ecologica richiede risorse ingenti, una programmazione di lungo periodo e scelte politiche complesse. Non è priva di costi, né di difficoltà. Ma anche l’inazione ha un prezzo, spesso meno visibile perché distribuito nel tempo tra bollette, danni climatici, spese sanitarie e perdita di opportunità economiche.
Per l’Italia, la questione non è più soltanto rispettare gli impegni europei sulla riduzione delle emissioni. È decidere se continuare a subire il costo della dipendenza energetica e dei danni ambientali oppure investire in un modello capace di offrire maggiore sicurezza economica, abitazioni più salubri, lavoro e una migliore qualità della vita.
E soprattutto fare in modo che i benefici di questo cambiamento non rimangano una prospettiva statistica, ma diventino una possibilità concreta anche per le famiglie che oggi faticano ad arrivare alla fine del mese.
(Redazione)
