Dalla Campania alla Sicilia, dalla Calabria alla Puglia, si allarga la mobilitazione degli autotrasportatori contro l’aumento dei costi del carburante. Disagi sulle autostrade, nei porti e nella grande distribuzione.
MADRID.- Il caro gasolio sta mettendo in ginocchio il trasporto su gomma e la protesta degli autotrasportatori si estende a macchia d’olio nel Mezzogiorno, coinvolgendo porti, autostrade, centri logistici e aree industriali. Dalla Campania alla Sicilia, dalla Calabria alla Puglia, passando per Basilicata e Molise, i presidi dei camionisti stanno provocando crescenti difficoltà alla circolazione delle merci e ai rifornimenti, con conseguenze che cominciano a farsi sentire anche nei supermercati e nel trasporto pubblico.
La mobilitazione nasce dall’impennata dei costi del carburante, aggravata dalle tensioni internazionali e dalla guerra in Iran, ma porta alla luce anche problemi strutturali che da anni pesano sul settore: margini sempre più ridotti, ritardi nell’erogazione degli incentivi, difficoltà nel trasferire gli aumenti dei costi sulle tariffe e una filiera logistica nella quale le imprese di autotrasporto denunciano di essere l’anello più debole.
Una crisi che rischia di trasformarsi rapidamente in un’emergenza economica più ampia. Perché quando si fermano i camion, non si interrompe soltanto il lavoro degli autotrasportatori: si bloccano le consegne alle imprese, si riducono le disponibilità di prodotti alimentari, si complicano i collegamenti con le isole e aumenta il rischio che il costo della paralisi venga trasferito sui consumatori.
Campania, code sull’A1 e difficoltà nei porti
Particolarmente critica la situazione in Campania. Nelle prime ore della giornata, intorno alle tre, la protesta ha provocato la chiusura temporanea del nodo autostradale tra l’A1 Milano-Napoli e l’A30 Caserta-Salerno per i veicoli provenienti da Napoli.
Il collegamento è stato successivamente riaperto, ma le ripercussioni sul traffico sono proseguite. Nel corso della mattinata sono stati segnalati fino a otto chilometri di coda sull’A1, tra il raccordo di Caserta Sud e Santa Maria Capua Vetere in direzione Roma, oltre a rallentamenti sull’A30.
Presidi e disagi si registrano anche nei pressi del casello di Avellino Est, lungo la viabilità di accesso all’A16 Napoli-Canosa, e sulla statale 268 del Vesuvio.
La protesta ha raggiunto inoltre il porto commerciale di Napoli, dove alcuni mezzi pesanti hanno ostacolato l’accesso al varco Bausan. I manifestanti hanno impedito il transito dei camion diretti agli imbarchi, lasciando invece passare le automobili.
Eliseo Cuccaro, presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno centrale, ha precisato che i varchi portuali risultavano liberi, ma ha confermato la presenza di un blocco all’esterno dell’area portuale, lungo la strada di accesso al varco Bausan, con conseguenze progressive sul traffico delle merci.
Tra le principali preoccupazioni figurano i collegamenti commerciali con Ischia, Capri e Procida, oltre ai traghetti diretti a Palermo. Alcuni autotrasportatori stanno cercando percorsi alternativi attraverso la viabilità cittadina, mentre altri, diretti alle isole, si stanno orientando verso il porto di Pozzuoli.
Supermercati, scaffali vuoti e prodotti freschi a rischio
Le conseguenze più immediate della protesta si stanno manifestando nella distribuzione alimentare.
Nell’area industriale di Carinaro, nel Casertano, i blocchi alle operazioni di carico e scarico dei magazzini della grande distribuzione stanno rallentando l’arrivo delle merci nei supermercati di Napoli, Caserta e delle altre province campane.
In diversi punti vendita iniziano a scarseggiare soprattutto i prodotti freschi, che richiedono consegne frequenti e non possono essere conservati a lungo.
Il deputato di Forza Italia Francesco Maria Rubano ha chiesto l’intervento delle autorità per garantire la regolarità degli approvvigionamenti e chiarire chi organizzi i blocchi. Ha inoltre sollecitato verifiche su alcuni messaggi circolati sui social, senza che ciò costituisca, allo stato delle informazioni disponibili, una prova di collegamenti con eventuali iniziative intimidatorie.
La situazione preoccupa anche il mondo agricolo. Mariano Rago, presidente di Confcooperative agroalimentare e pesca della Campania, riconosce le ragioni della protesta, ma chiede che sia garantito il passaggio dei prodotti deperibili. Frutta, verdura, ortaggi e pescato devono raggiungere rapidamente i mercati. Un blocco prolungato rischia di vanificare mesi di lavoro e investimenti, mentre le aziende continuano a sostenere le spese per dipendenti, fornitori e finanziamenti.
Sulla stessa linea Fabrizio Marzano, presidente di Confagricoltura Campania, che avverte del rischio di perdere intere produzioni agricole. Il paradosso è evidente: prodotti alimentari che potrebbero andare distrutti perché non riescono a raggiungere i mercati, mentre sugli scaffali dei supermercati iniziano a comparire spazi vuoti.
Sicilia, proteste nei porti e divisioni tra gli autotrasportatori
Anche in Sicilia la mobilitazione sta incidendo sulla distribuzione delle merci. In alcune zone dell’isola si registrano ritardi nelle consegne e carenze localizzate di prodotti freschi, carne e ortofrutta. A Palermo, alcuni supermercati hanno segnalato scaffali dell’ortofrutta vuoti, mentre in altre città, tra cui Messina e Gela, il timore di difficoltà negli approvvigionamenti ha spinto numerosi cittadini ad acquistare scorte di acqua e generi alimentari.
La situazione non è tuttavia uniforme. In diversi mercati popolari e punti vendita della grande distribuzione non sono state segnalate criticità rilevanti. Non si può dunque parlare di una carenza generalizzata di prodotti alimentari in tutta la Sicilia.
La protesta coinvolge anche porti e caselli autostradali, ma il fronte degli autotrasportatori non appare compatto. Giuseppe Richichi, presidente dell’Associazione imprese autotrasportatori siciliani (Aias), ha annunciato la decisione di dissociarsi dal comitato Cts e di proseguire autonomamente la mobilitazione.
Tra i presidi segnalati figurano Misterbianco, Tremestieri e i caselli di San Gregorio, nel Catanese. Richichi ha indicato nel caro carburante il problema principale, sottolineando che la stessa difficoltà interessa pescatori e agricoltori, e ha annunciato un confronto con il prefetto di Catania.
Alle richieste sul gasolio si aggiunge, per una parte degli operatori siciliani, quella relativa agli arretrati del Sea Modal Shift, il sistema di incentivi destinato a favorire il trasferimento del trasporto merci dalla strada alle rotte marittime.
Calabria, Puglia, Basilicata e Molise: la protesta si allarga
La mobilitazione coinvolge anche altre regioni meridionali. In Calabria, nel Vibonese, il comitato “I commercianti vibonesi in mobilitazione” ha annunciato per domani una chiusura delle attività commerciali per mezza giornata, in solidarietà con gli autotrasportatori impegnati in un presidio nei pressi dello svincolo autostradale di Vibo Valentia.
L’iniziativa intende richiamare l’attenzione su una crisi che non riguarda soltanto i camionisti. L’aumento dei costi dei carburanti, dell’energia, dei trasporti e delle forniture si somma infatti alla riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, mettendo in difficoltà soprattutto le piccole e medie imprese.
Altri presidi sono stati segnalati nel Cosentino, mentre in Puglia la protesta ha raggiunto Bari, con una trentina di tir sul lungomare. In Basilicata sono state segnalate mobilitazioni agli ingressi di Potenza. In Molise, infine, le difficoltà di approvvigionamento del gasolio cominciano a interessare anche le imprese del trasporto pubblico locale. I consorzi delle autolinee hanno segnalato alle autorità problemi nel reperimento del carburante, con il rischio di ritardi e possibili slittamenti delle corse extraregionali.
Il coinvolgimento di settori economici diversi dimostra come il rincaro dei carburanti stia producendo conseguenze che vanno ben oltre il comparto dell’autotrasporto.
Trasportounito: “Subito il 15% in più sulle tariffe o sarà blocco totale”
Al centro delle rivendicazioni degli autotrasportatori c’è soprattutto la necessità di adeguare le tariffe all’aumento del prezzo del gasolio.
Trasportounito sostiene che la normativa introdotta dopo l’inizio del conflitto in Iran preveda un incremento del 15% delle tariffe di autotrasporto a fronte di rincari del carburante che, secondo l’associazione, hanno raggiunto il 45%. Una disposizione che, sempre secondo Trasportounito, sarebbe stata applicata solo parzialmente al Nord e largamente disattesa nel Mezzogiorno. Per le imprese, denunciano i rappresentanti del settore, questa situazione è diventata economicamente insostenibile.
Il segretario generale di Trasportounito, Giulio Stoppa, chiede la convocazione urgente di un Consiglio dei ministri per approvare le modifiche normative emerse dagli Stati Generali dell’Autotrasporto.
Salvini convoca gli autotrasportatori: “Cercheremo di fare tutto il possibile”
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha annunciato per domani, a Milano, due incontri con i rappresentanti del settore: il primo alle 10, in prefettura, con le sigle nazionali; il secondo alle 15, al provveditorato, con quelle locali.
“Non avremo i miliardi, ma sicuramente delle risposte saremo in grado di darle”, ha dichiarato il vicepremier durante una conferenza stampa nella sede della Lega.
Salvini ha spiegato di essere in contatto con i presidi attivi nelle diverse regioni meridionali e di voler intervenire sia attraverso lo sblocco di risorse già disponibili, ma rallentate da ostacoli burocratici, sia valutando nuovi stanziamenti.
Le imprese chiedono risposte, il rischio è una crisi dell’intera filiera
L’allarme arriva anche dal mondo industriale. Vittorio Genna, presidente dell’Unione Industriali Napoli, avverte che la paralisi dei trasporti sta mettendo in difficoltà numerosi settori produttivi, sia per l’approvvigionamento delle materie prime sia per la distribuzione dei prodotti finiti.
Se i blocchi dovessero proseguire, osserva, potrebbe diventare sempre più difficile mantenere gli attuali livelli di produzione.
La protesta mette così in evidenza la fragilità di un sistema economico fortemente dipendente dal trasporto su gomma, nel quale l’aumento del prezzo di un solo fattore produttivo, il carburante, può propagarsi rapidamente lungo tutta la catena dei rifornimenti.
È una spirale che rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà economiche di un Mezzogiorno già particolarmente esposto agli aumenti dei costi energetici e alla debolezza del potere d’acquisto.
Se la protesta dovesse proseguire e i blocchi estendersi, il rischio non sarebbe soltanto quello di vedere altri camion fermi sulle autostrade, ma di assistere a un progressivo rallentamento dell’economia del Mezzogiorno.
Per evitarlo serviranno risposte immediate, ma soprattutto interventi strutturali. Perché un Paese nel quale trasportare le merci diventa economicamente insostenibile è un Paese nel quale, prima o poi, tutto rischia di fermarsi.
(Redazione)
