Hormuz, allarme per le petroliere: Teheran offre la riapertura, ma Washington e Iran restano lontani dall’intesa

(Immagine generata da intelligenza artificiale a scopo illustrativo)

I Guardiani della Rivoluzione iraniani denunciano un nuovo incendio a bordo di una petroliera dopo l’urto con una mina. Teheran offre di riaprire la rotta in sei giorni se Washington accetterà le sue condizioni. Il traffico marittimo resta fortemente compromesso e aumentano i costi del trasporto energetico.


MADRID. – La crisi nello Stretto di Hormuz si aggrava, mentre proseguono gli attacchi alle navi commerciali e resta lontana una soluzione diplomatica tra Iran e Stati Uniti. I Guardiani della Rivoluzione islamica hanno annunciato che una petroliera ha urtato una mina marina nella parte meridionale dello Stretto, provocando un’esplosione e un incendio nella sala macchine.

Secondo il comunicato diffuso attraverso l’agenzia iraniana Irna, la nave stava cercando di transitare lungo una rotta non autorizzata da Teheran e avrebbe disattivato i sistemi di localizzazione. I Pasdaran non hanno precisato il nome dell’imbarcazione, la sua provenienza né le condizioni dell’equipaggio. La ricostruzione iraniana non risulta verificata in modo indipendente.

L’episodio si aggiunge alle notizie di altri attacchi registrati negli ultimi giorni, alimentando le preoccupazioni per la sicurezza della navigazione in uno dei passaggi marittimi più importanti per l’economia mondiale.

Attacchi alle navi, il traffico commerciale è in difficoltà

La situazione nello Stretto è diventata particolarmente critica nelle ultime settimane. Secondo il centro britannico United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO), nella settimana conclusa il 16 ottobre sono stati segnalati almeno dodici attacchi alle imbarcazioni in transito o nelle acque vicine.

Le minacce non riguardano soltanto le petroliere. Il 14 ottobre sono stati confermati gli affondamenti della portacontainer GFS Pride, battente bandiera di Singapore, e della nave da carico Cape Dao, registrata ad Antigua e Barbuda. Nel primo caso tutti i 21 membri dell’equipaggio sono stati evacuati senza feriti; nel secondo, un marittimo ha perso la vita.

Gli attacchi hanno coinvolto navi colpite da proiettili e altre minacciate con droni o mine marine. Le responsabilità e le circostanze dei singoli episodi non sono sempre state accertate in modo indipendente.

Il risultato è una crescente diffidenza degli armatori, che devono valutare il rischio di attraversare un’area nella quale la possibilità di un attacco è diventata concreta. Secondo i dati riportati dal Guardian, nella settimana conclusa il 14 ottobre l’UKMTO ha registrato 254 transiti attraverso lo Stretto, circa il 70% in meno rispetto ai livelli precedenti al conflitto.

La navigazione non è quindi scomparsa del tutto, ma il normale traffico commerciale è fortemente compromesso. Teheran pretende che le navi ottengano un’autorizzazione preventiva e ha avvertito che considererà ostili quelle che disattivano i sistemi di identificazione. Gli Stati Uniti, dal canto loro, mantengono un blocco navale sui porti iraniani.

L’offerta iraniana: riapertura in cambio di concessioni

Sul piano diplomatico, Teheran continua a proporre una via d’uscita, ma le condizioni poste all’amministrazione statunitense restano un ostacolo sostanziale.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che la proposta presentata a settembre è ancora valida. Il piano prevede la riapertura dello Stretto entro sei giorni dall’accettazione delle condizioni iraniane, con la ripresa dei negoziati il giorno successivo.

Tra le richieste di Teheran figurano la revoca del blocco navale statunitense sui porti iraniani, la rimozione delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere e la cessazione delle ostilità sui diversi fronti regionali.

L’Iran afferma di aver ricevuto una risposta americana, ma sostiene che le trattative siano ferme perché Washington non avrebbe accolto tutte le condizioni. Gli Stati Uniti insistono invece sulla necessità di affrontare fin dall’inizio la questione del programma nucleare iraniano. Il vicepresidente JD Vance ha chiesto a Teheran una riduzione significativa delle capacità di arricchimento dell’uranio.

Le due posizioni restano distanti: l’Iran vuole mettere al centro della discussione la libertà di navigazione e la fine del blocco economico e militare, mentre gli Stati Uniti considerano il dossier nucleare una questione prioritaria. Al momento, non è stato annunciato alcun accordo che consenta di considerare imminente la riapertura dello Stretto.

Araghchi avverte Washington, Mosca tenta la mediazione

La tensione militare si accompagna a dichiarazioni sempre più dure. Domenica Araghchi ha messo in guardia Washington contro una ripresa degli attacchi, affermando che l’Iran è pronto a rispondere e che le questioni rimaste aperte tra i due Paesi non sono state risolte.

Il ministro ha inoltre accusato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di spingere gli Stati Uniti verso un nuovo confronto militare. Si tratta di accuse politiche formulate da Teheran, che riflettono il clima di forte ostilità tra le parti.

Ieri Araghchi ha incontrato a Teheran il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. In una conferenza stampa congiunta, il capo della diplomazia iraniana ha attribuito agli Stati Uniti la responsabilità dell’insicurezza nella regione e ha sostenuto la necessità di affrontare le questioni regionali attraverso la diplomazia.

Araghchi ha anche rilanciato l’idea di un sistema di sicurezza costruito dai Paesi della regione, senza la presenza di forze straniere. Mosca cerca così di ritagliarsi uno spazio diplomatico in una crisi che coinvolge direttamente anche la sicurezza energetica internazionale.

La missione russa può offrire un canale di confronto, ma le dichiarazioni rese finora non indicano che sia stato raggiunto un compromesso tra Washington e Teheran.

Petrolio, assicurazioni e trasporti: i rischi per l’economia

Le conseguenze della crisi si estendono ben oltre il Medio Oriente. Prima dell’inizio della guerra, dallo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. La riduzione dei passaggi e gli attacchi alle navi stanno creando difficoltà nelle esportazioni energetiche e aumentando i costi logistici.

Oggi il prezzo dei future sul Brent si è mantenuto intorno ai 108 dollari al barile, pur registrando una flessione nel corso delle contrattazioni. Il dato mostra che le quotazioni possono risentire anche di altri fattori di mercato, ma la tensione nell’area continua a pesare sui costi effettivi delle forniture.

Secondo Reuters, i noli delle petroliere e i premi assicurativi hanno raggiunto livelli record. Gli armatori devono infatti mettere in conto il rischio di danni alle navi, interruzioni delle rotte e possibili ritardi nelle consegne.

La crisi potrebbe avere ripercussioni anche sui prezzi dei carburanti, sui costi di produzione delle imprese e sulle bollette energetiche, soprattutto nei Paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni.

A preoccupare è anche il rischio ambientale. Gli affondamenti e gli incendi a bordo delle navi possono provocare sversamenti di petrolio, dispersione di materiali e danni agli ecosistemi marini. La presenza di detriti e container nelle acque intorno allo Stretto accresce ulteriormente le difficoltà per le attività di pesca e per la navigazione.

Una crisi ancora senza soluzione

La situazione ad oggi resta caratterizzata da un equilibrio precario: da una parte, Teheran cerca di consolidare il controllo sui transiti e utilizza la riapertura dello Stretto come leva negoziale; dall’altra, Washington mantiene la pressione economica e militare e chiede garanzie sul programma nucleare iraniano.

Le nuove notizie sulle petroliere colpite confermano quanto sia fragile la sicurezza marittima nell’area, ma non chiariscono ancora tutti i dettagli dei singoli incidenti. Parallelamente, la proposta iraniana lascia aperta una possibilità diplomatica, anche se le condizioni delle due parti appaiono difficili da conciliare.

Per i mercati e per i Paesi importatori di energia, la priorità resta il ripristino di passaggi sicuri e prevedibili. Senza un’intesa tra Stati Uniti e Iran, tuttavia, lo Stretto di Hormuz rischia di continuare a essere uno dei principali punti di tensione per il commercio internazionale e gli approvvigionamenti energetici.

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