Povertà assoluta in Italia, oltre 5,4 milioni di persone in difficoltà: i minori i più colpiti

Le mani di una persona raccolgono della verdura da una cassetta abbandonato per terra

Il rapporto Istat sul 2025 registra un lieve calo rispetto all’anno precedente, ma il fenomeno resta esteso: coinvolge oltre 2,1 milioni di famiglie. Nel Mezzogiorno l’incidenza è più alta, mentre pesano il costo della casa, il lavoro precario e il basso livello di istruzione. In povertà assoluta quasi un minore su otto.


MADRID. – Oltre 5,4 milioni di persone e più di 2,1 milioni di famiglie: sono le dimensioni della povertà assoluta in Italia nel 2025. Il fenomeno mostra una lieve riduzione rispetto all’anno precedente, ma continua a interessare una parte consistente della popolazione, con differenze significative in base all’età, al territorio, alla condizione lavorativa e alla cittadinanza.

È quanto emerge dal rapporto dell’Istat La povertà in Italia – Anno 2025, pubblicato oggi. Secondo le stime dell’Istituto nazionale di statistica, l’incidenza della povertà assoluta riguarda l’8% delle famiglie residenti e il 9,3% degli individui. Nel 2024 le percentuali erano rispettivamente dell’8,4% e del 9,8%. Il miglioramento, tuttavia, non modifica sostanzialmente il quadro complessivo, che resta caratterizzato da un disagio economico diffuso.

La povertà relativa rimane anch’essa sostanzialmente stabile: coinvolge oltre 2,8 milioni di famiglie, pari al 10,8% del totale, e quasi 8,7 milioni di persone, il 14,8% della popolazione.

Che cosa significa vivere in povertà assoluta

La povertà assoluta viene misurata confrontando la spesa mensile per consumi di una famiglia con una soglia che varia in base al numero e all’età dei componenti, alla tipologia familiare e al luogo di residenza. Al di sotto di tale soglia, le risorse disponibili non sono considerate sufficienti ad acquistare un insieme essenziale di beni e servizi.

Non si tratta, quindi, soltanto di avere un reddito basso: l’indicatore cerca di descrivere la difficoltà concreta di sostenere le spese necessarie alla vita quotidiana. Per questo motivo, famiglie con caratteristiche differenti possono essere considerate in povertà assoluta anche con livelli di spesa diversi.

Nel 2025 le famiglie povere sono stimate in circa 2 milioni e 105mila, mentre le persone coinvolte sono circa 5 milioni e 435mila. Il calo rispetto al 2024 è quantificabile in circa 119mila famiglie e 309mila individui. Resta però elevata la distanza tra le condizioni economiche dei diversi gruppi sociali.

Il Mezzogiorno resta l’area più fragile

Le differenze territoriali continuano a essere marcate. Nel Mezzogiorno l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 9,6% delle famiglie, per un totale di circa 813mila nuclei. Seguono il Nord-ovest, con il 7,7%, e il Nord-est, con il 7,4%. Il Centro registra il valore più basso, pari al 6,3%.

Anche considerando gli individui, le percentuali più elevate si osservano nel Sud e nelle Isole, dove superano l’11%. Nel Nord-ovest l’incidenza è dell’8,8%, mentre nel Centro si attesta al 7,4%.

Il rapporto segnala tuttavia alcune variazioni positive. Nei comuni con meno di 50mila abitanti, esclusi quelli periferici delle aree metropolitane, la quota di famiglie in povertà assoluta scende dall’8,9% al 7,4%. Negli altri contesti urbani, invece, il fenomeno rimane sostanzialmente stabile.

Un dato richiede particolare attenzione: l’intensità della povertà, che misura quanto la spesa delle famiglie povere sia mediamente inferiore alla soglia di riferimento, sale nel Mezzogiorno dal 18,5% al 19%. A livello nazionale rimane al 18,5%. Ciò indica che, pur in presenza di una lieve riduzione del numero delle famiglie coinvolte, per quelle che restano in povertà il divario rispetto alla soglia può essere ancora profondo.

Minori e famiglie numerose: le situazioni più difficili

Tra i dati più preoccupanti emerge quello relativo a bambini e ragazzi. Nel 2025 sono oltre un milione e 136mila i minori in povertà assoluta, pari al 12,5% della popolazione sotto i 18 anni. In altre parole, circa un minore su otto vive in una famiglia che non dispone di risorse sufficienti a sostenere i consumi essenziali.

L’incidenza varia dal 10,7% del Centro al 15,2% del Mezzogiorno. Rispetto al 2024 il quadro generale resta stabile, ma si osserva un miglioramento nella fascia tra i 7 e i 13 anni: la quota scende dal 14,9% al 12,1%.

Sono oltre 656mila le famiglie in povertà assoluta nelle quali vivono minori. Il numero dei figli rappresenta un fattore importante: tra le coppie con un figlio minorenne l’incidenza è del 7,8%, sale al 10% con due figli e raggiunge il 17,7% quando i figli sono almeno tre. Per le famiglie monogenitore arriva all’11,6%.

Anche la composizione complessiva del nucleo familiare incide sul rischio di povertà. La percentuale raggiunge il 19,2% nelle famiglie con almeno cinque componenti e il 10,5% in quelle con quattro. È dell’11,5% tra i nuclei monogenitore e del 16,9% tra le coppie con almeno tre figli.

La povertà non riguarda soltanto le difficoltà economiche del presente: quando coinvolge i più giovani può compromettere l’accesso a opportunità educative, culturali e sociali, con conseguenze che rischiano di protrarsi nel tempo.

Lavorare non sempre basta a evitare la povertà

Il rapporto evidenzia il peso della condizione professionale. Nel 2025 l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con una persona di riferimento occupata è dell’8,5% se si tratta di un lavoratore dipendente. La quota sale al 14,3% per gli operai e per chi svolge attività assimilate.

Tra le famiglie con una persona di riferimento in cerca di occupazione, l’incidenza raggiunge il 20,7%. Scende invece al 5,2% tra quelle in cui la persona di riferimento è ritirata dal lavoro.

Il dato relativo agli operai è particolarmente significativo: avere un’occupazione non garantisce necessariamente risorse sufficienti a coprire le necessità essenziali. Retribuzioni contenute, carichi familiari e costi dell’abitazione possono ridurre notevolmente la disponibilità economica.

Nel confronto con il 2024 si registra comunque un miglioramento: la povertà assoluta tra gli operai passa dal 15,6% al 14,3%, mentre tra le persone in cerca di lavoro scende dal 21,3% al 20,7%. Si tratta di segnali positivi che, tuttavia, non cancellano la vulnerabilità di queste categorie.

Anche il livello di istruzione fa la differenza. Quando la persona di riferimento della famiglia ha almeno un diploma di scuola secondaria superiore, l’incidenza della povertà assoluta è del 4,4%. Sale all’11,9% se il titolo di studio non supera la licenza media e raggiunge il 12,3% in presenza della sola licenza elementare.

Cittadini stranieri, un rischio molto più elevato

Le differenze legate alla cittadinanza sono tra le più marcate. Nel 2025 oltre 1,5 milioni di cittadini stranieri residenti in Italia vivono in povertà assoluta: l’incidenza è del 29,8%, contro il 7,3% registrato tra gli italiani.

Anche considerando le famiglie, il divario è evidente. La povertà assoluta interessa il 5,9% dei nuclei composti esclusivamente da italiani, il 26,7% delle famiglie in cui è presente almeno uno straniero e il 29,4% di quelle formate soltanto da cittadini stranieri.

La situazione resta particolarmente difficile nel Mezzogiorno. Qui l’incidenza raggiunge il 33,8% nelle famiglie con almeno un componente straniero e il 36,3% in quelle composte esclusivamente da stranieri. Tra le famiglie di soli italiani si attesta invece all’8,2%.

Il rapporto segnala comunque un miglioramento rispetto al 2024: la quota di famiglie con almeno un componente straniero in povertà assoluta scende dal 30,4% al 26,7%. La riduzione non elimina però un divario che rimane molto ampio.

La condizione lavorativa non è sufficiente, da sola, a spiegare queste differenze. Tra le famiglie con almeno un componente straniero, l’incidenza della povertà assoluta è del 26,7% anche quando la persona di riferimento lavora. Tra i nuclei composti esclusivamente da stranieri e con una persona di riferimento operaia, la quota raggiunge il 31,6%.

Il costo dell’abitazione pesa sulle famiglie in affitto

La casa rappresenta un altro elemento decisivo. Nel 2025 circa 999mila famiglie che vivono in affitto si trovano in povertà assoluta, con un’incidenza del 20,9%. Tra le famiglie che abitano in una casa di proprietà la quota scende al 4,5%.

In Italia il 18,1% delle famiglie vive in locazione, mentre il 73,3% è proprietario dell’abitazione. Il restante 8,6% occupa una casa in usufrutto o a titolo gratuito.

Il divario è ancora più evidente quando sono presenti figli minorenni: tra le famiglie in affitto l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 28,7%, contro il 6% di quelle che vivono in una casa di proprietà.

La condizione abitativa si intreccia anche con la cittadinanza. Tra le famiglie povere con componenti stranieri, il 76% vive in affitto; tra quelle povere composte esclusivamente da italiani, invece, il 56% è proprietario dell’abitazione.

L’Istat rileva che le famiglie in povertà assoluta pagano mediamente un canone mensile di circa 379 euro, contro i 454 euro delle famiglie non povere. Il canone più basso non significa necessariamente che l’affitto pesi meno sul bilancio familiare: può riflettere abitazioni più economiche o condizioni abitative meno favorevoli.

Neppure la proprietà mette sempre al riparo dalle difficoltà. Tra le famiglie povere che possiedono la casa, il 16,2% paga un mutuo. La rata, pur non essendo conteggiata come spesa per consumi nell’indicatore, riduce le risorse disponibili per le altre necessità.

Un miglioramento ancora insufficiente

Il rapporto Istat restituisce un quadro fatto di segnali contrastanti. Nel 2025 il numero delle famiglie e delle persone in povertà assoluta diminuisce rispetto all’anno precedente, ma la dimensione del fenomeno rimane rilevante. Minori, famiglie numerose, lavoratori con qualifiche meno retribuite, cittadini stranieri e nuclei che vivono in affitto continuano a essere esposti a rischi più elevati.

La riduzione complessiva è un dato positivo, ma non basta a parlare di una soluzione strutturale. Le differenze territoriali e sociali mostrano che la povertà non dipende da un solo fattore: alla disponibilità di lavoro si sommano la qualità delle retribuzioni, il livello di istruzione, il costo della casa e il numero delle persone da mantenere.

La sfida resta quindi quella di trasformare il lieve miglioramento statistico in un cambiamento duraturo delle condizioni di vita, soprattutto per le famiglie con figli e per chi, pur lavorando, non riesce a sostenere le spese essenziali.

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