Il presidente americano minaccia una nuova escalation se Teheran non accetterà un accordo. Il Qatar tenta di rilanciare il dialogo, mentre in Iran continuano le esecuzioni legate alle proteste di gennaio. Sullo sfondo, la crisi dello Stretto di Hormuz e una situazione economica sempre più difficile
NEW YORK. – La situazione in Iran resta estremamente tesa, dopo sette mesi di guerra con gli Stati Uniti e mentre i tentativi diplomatici per arrivare a un accordo non hanno ancora prodotto una svolta. Washington e Teheran continuano a mantenere contatti indiretti attraverso mediatori, soprattutto il Qatar, ma le distanze sulle condizioni per fermare il conflitto rimangono significative.
A rendere ancora più incerto il quadro sono le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che nelle ultime ore ha nuovamente prospettato una scelta tra un accordo e una nuova escalation militare. Parallelamente, in Iran prosegue la repressione interna: il 30 settembre sono stati giustiziati due uomini condannati per il loro coinvolgimento nelle proteste di gennaio a Mashhad.
Trump: «È il momento di un accordo»
Donald Trump ha affermato che è arrivato il momento per Teheran di scegliere tra un’intesa con Washington e una nuova fase dello scontro.
Rispondendo ai giornalisti alla Casa Bianca sulla possibilità di raggiungere un accordo con l’Iran, il presidente americano ha dichiarato: «Li facciamo saltare in aria o raggiungiamo un accordo, ma è giunto il momento», aggiungendo che la situazione «finirà molto presto, in un modo o nell’altro».
Le parole di Trump arrivano mentre i negoziatori cercano ancora una soluzione diplomatica. Il messaggio della Casa Bianca combina quindi la disponibilità a trattare con la minaccia di nuove operazioni militari qualora il dialogo non portasse ai risultati richiesti dagli Stati Uniti.
Il piano iraniano e la mediazione del Qatar
Il principale canale diplomatico passa in queste ore dal Qatar, che sta cercando di avvicinare le posizioni di Washington e Teheran.
Secondo quanto riferito da Reuters, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha ricevuto attraverso i mediatori qatarioti una risposta americana al piano iraniano in sette giorni, presentato per creare le condizioni necessarie a ridurre le tensioni. Il progetto prevede, tra l’altro, la riapertura dello Stretto di Hormuz e il ripristino della normale navigazione, in cambio di specifiche misure da parte americana.
Il nodo non riguarda soltanto i contenuti dell’intesa, ma anche la sequenza con cui dovrebbero essere applicati gli impegni. Teheran vuole garanzie concrete prima di procedere, mentre Washington chiede maggiori concessioni e condizioni più ampie, soprattutto sulla questione nucleare.
Secondo fonti citate da Axios, i precedenti colloqui mediati dal Qatar non hanno prodotto una svolta perché nessuna delle due parti sarebbe stata disposta a fare le concessioni necessarie.
Washington espelle la delegazione iraniana dall’Onu
Il clima diplomatico rimane inoltre segnato dalla decisione del segretario di Stato americano Marco Rubio di ordinare alla delegazione iraniana presente negli Stati Uniti di lasciare il Paese dopo la conclusione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Secondo Axios, la decisione è stata presa mentre i negoziati apparivano bloccati. I mediatori qatarioti continuano tuttavia a lavorare su una possibile soluzione di compromesso.
Il fatto che i contatti diplomatici proseguano non significa quindi che sia stata raggiunta un’intesa. Al contrario, il negoziato rimane fragile e sottoposto alla pressione delle operazioni militari e delle rispettive esigenze politiche.
Lo Stretto di Hormuz resta il nodo strategico
Uno degli elementi centrali della crisi è lo Stretto di Hormuz, passaggio marittimo fondamentale per il commercio mondiale di energia.
Il conflitto ha fortemente ridotto i flussi attraverso lo stretto, anche se nelle ultime settimane alcune rotte commerciali hanno mostrato segnali di ripresa. Dati citati da Reuters indicano, per esempio, un aumento dei transiti di navi legate alle esportazioni di gas naturale liquefatto del Qatar.
La questione di Hormuz ha quindi una doppia valenza: è al tempo stesso uno degli strumenti negoziali più importanti nelle trattative tra Washington e Teheran e un elemento di forte preoccupazione per i mercati energetici internazionali.
Prima dell’escalation militare, attraverso lo stretto transitava una quota molto rilevante del petrolio mondiale. Le difficoltà nella navigazione hanno avuto ripercussioni sui prezzi dell’energia e sulle catene di approvvigionamento.
L’economia iraniana sotto pressione
La guerra e le restrizioni commerciali stanno avendo conseguenze sempre più pesanti sulla popolazione iraniana.
Un’inchiesta Reuters del 29 settembre descrive una situazione caratterizzata dall’aumento del costo dei beni essenziali, dalle difficoltà nel reperire alcuni medicinali, dalla perdita di posti di lavoro e dalla diminuzione del potere d’acquisto. Molte famiglie hanno ridotto le spese e modificato le proprie abitudini per far fronte all’aumento dei prezzi.
La pressione economica rappresenta uno degli elementi che spingono Teheran a mantenere aperto il canale diplomatico. Ma, contemporaneamente, il governo iraniano continua a presentare la resistenza alle pressioni americane come una questione di sovranità nazionale.
Due nuove esecuzioni dopo le proteste di gennaio
Sul fronte interno, la tensione è alimentata anche dalla prosecuzione delle condanne a morte nei confronti di persone coinvolte nelle proteste del gennaio 2026.
Il 30 settembre le autorità iraniane hanno annunciato l’esecuzione di Ali Hemmati e Majid Nik-Andish, condannati per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni di Mashhad. Secondo l’agenzia giudiziaria iraniana Mizan, i due erano stati accusati di aver partecipato agli scontri che portarono alla morte di quattro membri delle forze di sicurezza. La Corte Suprema aveva confermato le condanne.
La versione ufficiale iraniana sostiene che i due uomini fossero coinvolti in violenze, incendi e danneggiamenti durante le proteste. Organizzazioni iraniane e internazionali per i diritti umani contestano invece le modalità dei procedimenti giudiziari e denunciano, in diversi casi, l’uso di torture e confessioni forzate. Queste accuse non sono indipendentemente verificabili in tutti i singoli casi.
Secondo Iran Human Rights, con le due nuove esecuzioni è salito ulteriormente il numero dei manifestanti e dei prigionieri politici messi a morte dall’inizio dell’anno.
Il caso della base britannica di Fairford
A complicare ulteriormente i rapporti tra l’Iran e i Paesi occidentali c’è anche l’indagine britannica su un presunto piano contro la RAF Fairford, base utilizzata anche dalle forze americane per le operazioni contro l’Iran.
Cinque uomini erano stati arrestati nei pressi della base e successivamente rilasciati su cauzione. Il premier britannico Andy Burnham ha affermato che esistono «forti indicazioni» di un possibile coinvolgimento iraniano. Le autorità britanniche e americane stanno continuando a indagare.
Teheran ha respinto ogni accusa di coinvolgimento.
Il caso rimane quindi ancora sotto esame e non è possibile considerare accertato il ruolo dell’Iran. L’episodio, tuttavia, contribuisce ad aumentare la tensione tra Teheran, Washington e Londra.
Una crisi ancora senza soluzione
A sette mesi dall’inizio della guerra, l’Iran si trova dunque davanti a una situazione caratterizzata da pressioni militari, difficoltà economiche e crescente isolamento diplomatico, ma anche dalla volontà di Teheran di mantenere aperto il negoziato.
Gli Stati Uniti continuano a chiedere un accordo che affronti soprattutto il programma nucleare iraniano e le questioni di sicurezza regionale. Teheran insiste invece sulla necessità di ottenere prima garanzie sul cessate il fuoco, sull’allentamento delle sanzioni e sulla fine delle restrizioni alla navigazione e alle esportazioni.
Il Qatar continua a fare da intermediario e, nonostante l’assenza di una svolta, i contatti non sono stati interrotti. Reuters riferisce che Araqchi è rientrato a Teheran per valutare la risposta americana, mentre Doha continua a cercare un punto d’incontro tra le due posizioni.
Il problema è che ogni nuova dichiarazione minacciosa, ogni episodio militare o di sicurezza e ogni ulteriore esecuzione in Iran rende più difficile creare le condizioni di fiducia necessarie per un accordo.
Per ora, dunque, la diplomazia rimane aperta, ma senza un’intesa concreta. E mentre i mediatori cercano una formula per fermare il conflitto, la pressione militare ed economica continua a pesare sull’Iran e sulla popolazione.
(Redazione)
