Petrolio e sovranità nell’Atlantico del Sud: l’Argentina sfida la Gran Bretagna sulle isole Malvine

appa dell'arcipelago delle Malvine/Falkland, al centro del contenzioso. Fuente: Wikipedia

Buenos Aires intimata a Londra l’interruzione dei progetti di idrocarburi e avvia le procedure di arbitrato all’ONU. Milei: “Danni irreversibili alla nostra sovranità”


CARACAS. – Torna a salire la tensione diplomatica tra Argentina e Regno Unito per il controllo dell’arcipelago delle isole Malvine (Falkland per i britannici). Il governo guidato dal presidente Javier Milei ha inviato un perentorio ultimatum a Londra: due settimane di tempo per interrompere qualsiasi progetto di esplorazione o sfruttamento di idrocarburi nelle acque circostanti le isole, occupate dalla Gran Bretagna dal 1833 ma da sempre rivendicate dalla Repubblica Argentina come parte integrante della propria piattaforma continentale.

L’iniziativa, annunciata attraverso una nota ufficiale della presidenza argentina, punta a bloccare sul nascere il controverso progetto petrolifero Sea Lion, situato nel bacino settentrionale dell’arcipelago, e ad impedire che le autorità britanniche rilascino nuove autorizzazioni per la ricerca di greggio.

La mossa legale: scatta l’arbitrato alle Nazioni Unite

Di fronte al silenzio e alle iniziative unilaterali di Londra, l’esecutivo di Buenos Aires ha deciso di passare alle vie legali internazionali. Il Ministero degli Esteri e i legali dello Stato sono stati formalmente incaricati di avviare la procedura arbitrale prevista dall’Allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).

Nel motivare l’offensiva, la Casa Rosada ha richiamato le storiche risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU: in particolare la Risoluzione 2065, che sancisce l’esistenza di una disputa formale sulla sovranità sollecitando il dialogo bilaterale, e la Risoluzione 31/49, che impone alle parti di astenersi dall’introdurre modifiche unilaterali allo status quo finché la controversia rimane aperta.

“Lo sfruttamento unilaterale delle risorse naturali delle isole Malvine, Georgia del Sud e Sandwich del Sud e degli spazi marittimi circostanti è contrario al diritto internazionale e produce un danno irreversibile e irreparabile ai diritti sovrani della Repubblica argentina”, si legge nel comunicato diffuso dall’ufficio del presidente Milei.

Respinti il referendum del 2013 e le rivendicazioni di Londra

Il governo argentino ha inoltre posto l’accento sulla propria posizione di fermo rifiuto rispetto alla definizione britannica delle Malvine come “territorio britannico d’oltremare”. Allo stesso modo, Buenos Aires ha ribadito la nullità del referendum svoltosi nell’arcipelago nel 2013 — in cui la quasi totalità della popolazione locale votò per rimanere sotto la corona britannica —, sottolineando che la consultazione “non modifica né l’esistenza né l’oggetto della controversia riconosciuta ufficialmente dalle Nazioni Unite”.

L’azione di forza di Buenos Aires si estende anche al settore privato e societario: il governo ha annunciato sanzioni e azioni penali contro la società britannica Thales UK Limited per uno spostamento materiale tra le isole e la città cilena di Punta Arenas, effettuato secondo le autorità argentine in totale assenza delle necessarie autorizzazioni di transito.

Le ombre del conflitto del 1982

La controversia attorno alle isole Falkland/Malvine evoca una delle pagine più drammatiche della storia recente del Sudamerica. Nel 1982 le tensioni sfociarono in un conflitto armato tra Argentina e Regno Unito, terminato dopo 74 giorni con la resa delle truppe sudamericane e un bilancio tragico di quasi mille morti complessivi tra i due schieramenti.

Nonostante il ripristino delle relazioni diplomatiche ufficiali avvenuto nel febbraio del 1990, il nodo della sovranità e dello sfruttamento delle ricche risorse ittiche e petrolifere dell’Atlantico meridionale continua a rimanere una ferita aperta. “L’Argentina non resterà a guardare e continuerà a difendere con fermezza i propri diritti sovrani, utilizzando tutti gli strumenti diplomatici, amministrativi e giuridici riconosciuti dal diritto internazionale”, conclude la nota della presidenza.

(Redazione)

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