Dal rifiuto della Repubblica sociale alla guida della Banca d’Italia, dal governo negli anni di Tangentopoli all’ingresso nell’euro e al Quirinale. Nel decennale della scomparsa, il ricordo di un presidente che cercò di ricostruire il rapporto tra gli italiani, i simboli della Repubblica e le istituzioni democratiche.
MADRID.- Il 16 settembre 2016 moriva Carlo Azeglio Ciampi. Dieci anni dopo, a vent’anni dalla conclusione del suo mandato al Quirinale, la sua figura torna al centro di una riflessione sulla storia della Repubblica, sul rapporto tra identità nazionale e integrazione europea e sul ruolo delle istituzioni nei momenti di crisi. Il Senato lo ricorda con una commemorazione a Palazzo Madama, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del presidente del Senato Ignazio La Russa.
Governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993, presidente del Consiglio in una delle fasi più difficili della storia repubblicana, ministro del Tesoro nei governi Prodi e D’Alema e infine decimo presidente della Repubblica, Ciampi attraversò da protagonista il passaggio dalla crisi del sistema politico del dopoguerra alla stagione dell’euro. Ma la sua biografia istituzionale non si esaurisce negli incarichi ricoperti. Per comprenderla occorre risalire alla formazione umanistica, all’esperienza della guerra e alla scelta antifascista che precedettero la lunga carriera economica e l’approdo alla politica.
Nato a Livorno nel 1920, Ciampi studiò a Pisa, dove nel 1941 si laureò in filologia classica e conseguì il diploma della Scuola Normale Superiore. Chiamato alle armi, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 rifiutò di aderire alla Repubblica sociale italiana. Si rifugiò in Abruzzo, dove ritrovò Guido Calogero, suo professore e riferimento intellettuale, confinato per le sue posizioni antifasciste.
Nel 1944 affrontò con un gruppo di circa sessanta persone la difficile traversata della Maiella per raggiungere le linee alleate. Arrivato a Bari, si arruolò nel ricostituito esercito italiano e aderì al Partito d’Azione, nel quale militò fino allo scioglimento del 1947.
Quell’esperienza avrebbe lasciato una traccia riconoscibile nella sua successiva concezione della patria. Durante il settennato, Ciampi avrebbe richiamato più volte le diverse forme della Resistenza: quella partigiana, quella dei militari che rifiutarono di aderire alla Repubblica sociale, quella civile e non violenta. Nella sua lettura, la memoria della guerra e della Liberazione costituiva una delle radici dell’identità democratica nazionale.
Dalla Banca d’Italia al governo della crisi
Nel 1946 Ciampi conseguì una seconda laurea, in giurisprudenza, sempre all’Università di Pisa, ed entrò alla Banca d’Italia. Cominciò dalle filiali, svolse incarichi ispettivi e passò successivamente al Servizio studi, del quale assunse la direzione. Divenne poi segretario generale, vicedirettore generale e direttore generale, fino alla nomina a governatore nel 1979, incarico che mantenne per quasi quattordici anni.
Il passaggio alla guida del governo avvenne nell’aprile 1993, quando il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli affidò l’incarico di formare un esecutivo in una fase segnata dalle inchieste di Tangentopoli, dalla crisi dei partiti tradizionali, dalle difficoltà economiche e dalle stragi mafiose che avevano colpito il Paese.
Ciampi fu il primo presidente del Consiglio della storia repubblicana a provenire dall’esterno del Parlamento. Il suo governo, rimasto in carica fino al maggio 1994, affrontò il contenimento dell’inflazione, la ridefinizione delle relazioni tra governo e parti sociali e l’avvio di importanti processi di privatizzazione. L’accordo del luglio 1993 sul costo del lavoro rappresentò uno dei passaggi centrali di quella stagione.
L’esperienza di Palazzo Chigi segnò il passaggio di Ciampi dalla responsabilità tecnica alla direzione politica. Una distinzione che la sua biografia rende meno netta di quanto possa apparire: le scelte economiche che aveva contribuito a elaborare e attuare richiedevano infatti valutazioni sulle priorità del Paese, sul rapporto tra interessi differenti e sulle conseguenze sociali delle decisioni pubbliche.
La sfida dell’euro e l’idea di Europa
Tra il maggio 1996 e il maggio 1999, nei governi guidati da Romano Prodi e Massimo D’Alema, Ciampi ricoprì l’incarico di ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica. Furono gli anni del risanamento dei conti pubblici e del raggiungimento dei parametri previsti dal Trattato di Maastricht, necessari per consentire all’Italia di partecipare fin dall’inizio alla moneta unica.
L’ingresso nell’euro fu uno dei risultati centrali di quella fase della sua attività istituzionale. Per Ciampi, tuttavia, l’integrazione europea non si esauriva nella dimensione monetaria. La sua convinzione europeista era legata anche all’esperienza della generazione che aveva conosciuto il fascismo, la guerra e la ricostruzione.
L’Europa rappresentava, nella sua visione, uno spazio nel quale gli Stati potevano condividere responsabilità e strumenti per affrontare problemi che superavano i confini nazionali. Da qui anche la sua insistenza sui limiti di un’integrazione concentrata sulla moneta, ma non accompagnata da un adeguato sviluppo delle istituzioni politiche comuni.
La questione resta al centro del dibattito europeo: il rapporto tra sovranità degli Stati e decisioni condivise, la capacità dell’Unione di agire sulla scena internazionale, il coordinamento delle politiche economiche e la costruzione di strumenti comuni di sicurezza e difesa sono temi che ripropongono, in un contesto profondamente diverso, interrogativi già presenti nell’azione pubblica di Ciampi.
Il Quirinale e la riscoperta dei simboli repubblicani
Il 13 maggio 1999 Ciampi venne eletto presidente della Repubblica al primo scrutinio, con 707 voti. Al Quirinale portò l’esperienza maturata nelle istituzioni economiche e nel governo, ma dedicò una parte significativa del mandato a un obiettivo diverso: rafforzare il legame tra i cittadini e la Repubblica.
La rivalutazione del Tricolore, dell’inno di Mameli e della festa del 2 giugno fu uno degli aspetti più riconoscibili della sua presidenza. Ciampi cercò di restituire centralità a parole come patria e identità nazionale, collegandole alla Costituzione, alla storia del Risorgimento e alla Resistenza.
Il suo richiamo ai simboli non era separato dalla memoria delle vicende che avevano portato alla nascita della Repubblica. Le visite nei luoghi della storia nazionale, da Cefalonia a Marzabotto, e i numerosi viaggi nelle province italiane rispondevano anche alla volontà di rendere visibile il rapporto tra le istituzioni centrali e le comunità locali.
In questa prospettiva, la Costituzione rappresentava il riferimento comune di una società attraversata da differenze politiche, culturali e territoriali. La patria non coincideva con l’appartenenza a una parte politica, ma con il riconoscimento di una storia e di principi democratici condivisi.
Anche il rapporto con i governi mise alla prova la funzione di garanzia del capo dello Stato. Durante il mandato di Silvio Berlusconi, Ciampi rinviò alle Camere la legge Gasparri sul sistema radiotelevisivo. Fu uno dei momenti nei quali emerse pubblicamente la distinzione tra le prerogative del presidente della Repubblica e l’indirizzo politico dell’esecutivo.
Identità italiana e appartenenza europea
Uno degli aspetti più caratteristici del settennato fu il tentativo di tenere insieme due appartenenze che Ciampi considerava compatibili: quella italiana e quella europea.
Il Tricolore e la bandiera dell’Unione non rappresentavano, nella sua impostazione, identità concorrenti. L’integrazione europea non richiedeva di cancellare la storia delle nazioni, ma di collocarla in un progetto comune nato anche dalla volontà di evitare il ripetersi delle tragedie del Novecento.
Questa concezione si intrecciava con la sua esperienza personale. Il giovane ufficiale che aveva rifiutato la Repubblica sociale e attraversato la Maiella per raggiungere gli Alleati apparteneva alla stessa generazione che, nel dopoguerra, aveva assistito alla costruzione delle nuove istituzioni democratiche e all’avvio del processo di integrazione europea.
Nella sua attività pubblica, memoria nazionale ed europeismo erano dunque elementi di un medesimo percorso storico, non due orientamenti da contrapporre.
Il ricordo a Palazzo Madama e su Rai Storia
Il decennale della scomparsa viene ricordato anche attraverso la televisione. Mercoledì 16 settembre, alle 12.15, Rai Storia ripropone la puntata di Buonasera Presidente dedicata a Ciampi, docufiction coprodotta da Anele e Rai Storia e realizzata da Anele.
A interpretare l’ex capo dello Stato è Giorgio Colangeli, protagonista di un’intervista ricostruita con Filippo Ceccarelli. Il racconto ripercorre la carriera alla Banca d’Italia, l’esperienza di governo, la partecipazione italiana alla moneta unica e gli anni del Quirinale, senza trascurare la dimensione familiare e il rapporto con la moglie Franca, soprannominata «Sua Franchezza».
La produzione, con la consulenza editoriale di Ceccarelli e quella storica di Sabino Cassese e Alberto Melloni, restituisce anche alcuni momenti di confronto istituzionale, tra cui i rapporti con Umberto Bossi e Silvio Berlusconi.
La commemorazione al Senato e il racconto televisivo offrono due occasioni differenti per ripercorrere la stessa biografia: da un lato la memoria ufficiale delle istituzioni, dall’altro la ricostruzione di un percorso umano e pubblico che attraversa gran parte del Novecento italiano.
Un’eredità da leggere nella storia della Repubblica
A dieci anni dalla morte, il percorso di Ciampi consente di osservare alcuni passaggi decisivi della storia nazionale: la formazione della coscienza antifascista, la ricostruzione economica, il ruolo della Banca d’Italia, la crisi politica dei primi anni Novanta, l’ingresso nell’euro e la ridefinizione del linguaggio pubblico della Repubblica.
La sua azione resta naturalmente oggetto di valutazioni storiche e politiche differenti, soprattutto per quanto riguarda le scelte economiche degli anni Novanta e il percorso verso la moneta unica. La ricorrenza non elimina la necessità di discutere quelle decisioni, i loro risultati e le loro conseguenze.
Resta però riconoscibile il filo che Ciampi cercò di seguire nei diversi incarichi: il riferimento alla Costituzione, l’attenzione alla continuità delle istituzioni, il legame tra competenza e responsabilità pubblica e la convinzione che l’identità nazionale potesse convivere con una più stretta integrazione europea.
Il suo settennato si concluse nel 2006. Dieci anni dopo la sua scomparsa, il ricordo di Carlo Azeglio Ciampi riporta l’attenzione su una questione che attraversa l’intera storia repubblicana: come mantenere vivo, anche nelle stagioni di trasformazione e di conflitto politico, il rapporto di fiducia tra cittadini, Costituzione e istituzioni.
(Redazione)
