È morta a 78 anni la storica leader radicale, protagonista di mezzo secolo di battaglie civili italiane ed europee. Dall’aborto alla pena di morte, dalla Corte penale internazionale agli Stati Uniti d’Europa. Arrestata per disobbedienza civile, commissaria europea, ministra degli Esteri. La politica vissuta come responsabilità personale: battersi, anche in minoranza, e pagare di persona
MADRID.- Forse Emma Bonino avrebbe sorriso davanti a chi oggi la descriverà come un monumento della Repubblica. I monumenti stanno fermi. Lei, invece, ferma non lo è stata quasi mai.
È morta a 78 anni Emma Bonino. A dare l’annuncio è stata +Europa, il partito di cui era presidente: «Emma ci ha lasciati ma non ci lascerà mai». Se ne va una delle figure più riconoscibili e “irregolari” di mezzo secolo di storia politica italiana: militante radicale, parlamentare, commissaria europea, ministra, vicepresidente del Senato, ma soprattutto protagonista di battaglie che spesso cominciava quando erano ancora impopolari e continuava quando sembravano perdute.
Negli ultimi giorni le sue condizioni si erano aggravate. Il 7 settembre era stata soccorsa nella sua abitazione nel centro di Roma e trasportata in codice rosso all’ospedale Santo Spirito per una crisi respiratoria. Era rimasta vigile e cosciente, ma il quadro clinico era delicato. Il 10 settembre aveva lasciato la terapia intensiva ed era stata trasferita in una struttura privata.
Sembrava l’ennesima battaglia con un corpo che negli ultimi anni le aveva presentato più volte il conto. Nel 2015 aveva annunciato personalmente a Radio Radicale di avere un tumore al polmone. Lo aveva fatto come faceva quasi tutto: senza autocommiserazione. Avrebbe affrontato la chemioterapia, aveva spiegato, ma non avrebbe rinunciato alla politica. Perché da una passione politica, sosteneva, non ci si dimette.
La ragazza di Bra che finì in carcere per cambiare una legge
Prima delle istituzioni, prima di Bruxelles e della Farnesina, c’era stata una ragazza piemontese nata a Bra nel 1948, cresciuta in una famiglia della provincia cuneese e laureata alla Bocconi.
L’incontro decisivo con la politica arrivò negli anni Settanta e passò attraverso il corpo delle donne.
L’aborto era ancora un reato. Per interrompere una gravidanza bisognava andare all’estero, se si avevano soldi e possibilità, oppure affidarsi alla clandestinità e ai suoi rischi. Bonino visse personalmente quell’esperienza e decise che non poteva essere una questione da confinare nella vergogna privata.

Con Adele Faccio, Gianfranco Spadaccia, Marco Pannella e il Cisa trasformò ciò che allora era un reato in una battaglia politica pubblica. Si autodenunciò per aver praticato aborti e venne arrestata.
Aveva poco più di vent’anni.
Da quella lotta, insieme a una mobilitazione molto più ampia del movimento delle donne, dei radicali e di altre forze politiche e sociali, sarebbe nato il percorso che portò nel 1978 alla legge 194.
È forse in quella stagione che si trova la chiave per capire tutta la sua vita: rendere visibile ciò che la società preferiva non vedere e costringere la politica a occuparsene.
Poi vennero il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, l’obiezione di coscienza, i diritti civili, la battaglia garantista sulla giustizia insieme a Enzo Tortora, la lotta contro la fame nel mondo, la moratoria sulla pena di morte.
Non tutte furono vittorie. Non tutte le sue posizioni furono condivise. Ma Bonino apparteneva a una generazione radicale per la quale essere minoranza non era necessariamente una sconfitta. A volte significava semplicemente essere arrivati prima.
La candidata al Quirinale che prometteva «Finalmente l’uomo giusto»
Forse nessuna campagna racconta meglio la sua capacità di rovesciare le convenzioni di quella per il Quirinale del 1999.
Una donna candidata alla Presidenza della Repubblica con uno slogan volutamente provocatorio: «Emma for President. Finalmente l’uomo giusto».
Fu una candidatura costruita quasi all’americana, con comitati, manifesti, spot e una mobilitazione popolare inconsueta per un’elezione che in Italia spetta al Parlamento.
Non diventò presidente della Repubblica.
Ma pochi mesi dopo la Lista Bonino ottenne alle elezioni europee l’8,5 per cento e oltre due milioni e mezzo di voti. Un risultato che il mondo radicale non avrebbe più avvicinato.
Fu probabilmente il momento di massima popolarità di una donna che, paradossalmente, aveva costruito gran parte della propria identità politica difendendo cause minoritarie.
Da militante di strada a commissaria europea
Nel frattempo, la ragazza arrestata per gli aborti clandestini era arrivata ai vertici delle istituzioni europee.
Nel 1995 divenne commissaria europea. E proprio l’esperienza a Bruxelles trasformò definitivamente la dimensione internazionale della sua politica.
Gli aiuti umanitari non furono per lei una delega amministrativa. Andò nei luoghi delle crisi: Ruanda, Somalia, Kurdistan iracheno, Bosnia, Afghanistan. In Afghanistan fu arrestata dai talebani. Si batté per le donne afghane quando i loro diritti erano ancora una questione lontana per gran parte dell’opinione pubblica occidentale.
La Bosnia la costrinse anche a misurarsi con uno dei dilemmi più difficili per una radicale cresciuta nella nonviolenza: cosa fare quando la forza diventa l’unico strumento disponibile per impedire massacri e pulizia etnica?
Bonino scelse la supremazia del diritto.
Da quella convinzione nacque anche una delle battaglie internazionali alle quali il suo nome rimane maggiormente legato: la creazione di una giustizia penale internazionale capace di perseguire genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Con Marco Pannella fondò Non c’è pace senza giustizia e partecipò alla mobilitazione che accompagnò la nascita della Corte penale internazionale.
L’idea era radicale nella sua semplicità: non può esserci una pace autentica se chi commette atrocità sa di poter restare impunito.
L’Europa che ancora manca
Negli ultimi decenni quella battaglia per il diritto internazionale si saldò sempre più con l’altra grande ossessione politica di Bonino: l’Europa.
Non l’Unione europea così com’è, ma quella che secondo lei non era ancora stata costruita.
Gli Stati Uniti d’Europa.

Una federazione vera, capace di avere una politica estera comune, una difesa comune e istituzioni politiche abbastanza forti da affrontare potenze continentali e regimi autoritari.
Vi dedicò anche una delle sue ultime campagne elettorali, nel 2024, con la lista Stati Uniti d’Europa insieme a Matteo Renzi. Non raggiunse il quorum per pochi decimali.
Ancora una sconfitta.
E ancora una volta Bonino continuò a sostenere la stessa idea.
Radicalmente laica, amica dei Papi
C’è un’immagine degli ultimi anni che racconta meglio di molte biografie la stranezza affascinante della sua traiettoria.
Emma Bonino, libertaria, atea, protagonista della battaglia per l’aborto, seduta sulla sedia a rotelle davanti a papa Francesco, anche lui sulla sedia a rotelle, nella casa romana della leader radicale.
Francesco era andato personalmente a trovarla dopo un ricovero.
Non erano d’accordo su molte cose. Lo sapevano entrambi. Ma condividevano altre battaglie, a cominciare da quella per i migranti.
Non era stato il primo pontefice con il quale Bonino aveva dialogato. Già nel 1986 Giovanni Paolo II aveva ricevuto lei e Pannella durante la campagna contro la fame nel mondo.
Forse proprio questa capacità di dialogare senza fingere di essere d’accordo spiega qualcosa della sua idea di politica.
Marco ed Emma
E poi c’era Marco Pannella.
Per raccontare davvero Emma Bonino bisognerebbe raccontare anche quella relazione politica durata decenni: sodalizio, amicizia, dipendenza reciproca, conflitto e infine rottura.

Pannella l’aveva spinta oltre limiti che lei stessa pensava di avere. Bonino lo riconobbe anche dopo la separazione politica. Ma con il passare degli anni quel rapporto divenne sempre più difficile, fino alla frattura.
Dopo la morte del leader radicale non volle trasformare quella storia in un regolamento di conti. Disse soltanto di aver imparato molto da lui e che la rottura era stata unilaterale.
Poi aggiunse: «Sono andata avanti».
Tre parole che potrebbero stare sotto molte fotografie della sua vita.
«Avevamo sbagliato»
Ma forse il gesto politicamente più raro di Emma Bonino non fu una battaglia vinta.
Fu chiedere scusa.
Nel 1978 i radicali avevano partecipato duramente alla campagna politica contro Giovanni Leone, che contribuì alle dimissioni anticipate del presidente della Repubblica.
Molti anni dopo, quando quelle accuse si erano rivelate prive di fondamento, Bonino e Pannella fecero qualcosa che nella politica italiana accade pochissimo: riconobbero pubblicamente di avere sbagliato.

Chiesero scusa a Leone.
Non cercarono formule evasive. Non dissero che erano cambiati i tempi o che avevano agito sulla base delle informazioni disponibili. Riconobbero l’ingiustizia di quella campagna.
Per una donna che aveva trascorso la vita rivendicando il diritto di dissentire, esisteva anche il dovere di riconoscere l’errore.
La casa diventata improvvisamente silenziosa
Dietro la donna pubblica ce n’era un’altra che Bonino difendeva con ostinazione.
Il personale poteva essere politico. Il privato, per lei, rimaneva privato.
Negli anni Settanta ebbe in affidamento due bambine, Aurora e Rugiada. Rimasero con lei per alcuni anni e la chiamavano mamma.
Quando tornarono nelle rispettive famiglie, Bonino raccontò molto tempo dopo il vuoto che lasciarono: da una casa rumorosa e piena si ritrovò improvvisamente in una casa silenziosa.
Non riuscì a sopportarlo.
Cambiò casa.
Forse è una delle poche immagini nelle quali la corazza della combattente radicale si apre completamente.
L’ultima battaglia
Negli ultimi anni il corpo aveva rallentato ciò che la politica non era mai riuscita a fermare.
Il tumore, le difficoltà respiratorie, i ricoveri. La sedia a rotelle. Ma non il gusto della battaglia.
Anche quando annunciò il cancro, nel 2015, rifiutò di trasformare la malattia in una resa. Continuò a intervenire, discutere, polemizzare, sostenere l’Europa federale e i diritti umani.
Fino agli ultimi giorni.
Lunedì era arrivata al Santo Spirito in codice rosso. Martedì il bollettino parlava di condizioni «delicate» ma stazionarie, con Bonino cosciente e parametri cardiocircolatori e respiratori considerati accettabili. Giovedì aveva lasciato la terapia intensiva.
Oggi la notizia che chiude una vita trascorsa quasi interamente nello spazio pubblico.
Rimarranno discussioni, dissensi, vittorie e sconfitte. Rimarranno leggi che portano anche il segno delle battaglie radicali e istituzioni internazionali per le quali si è spesa. Rimarrà soprattutto un modo di intendere la politica oggi sempre più raro: non soltanto conquistare il consenso che esiste, ma tentare di costruire consenso intorno a qualcosa che ancora non esiste.
Emma Bonino non è diventata presidente della Repubblica.
Non ha visto nascere gli Stati Uniti d’Europa.
Non ha vinto tutte le battaglie che ha combattuto.
Ma per cinquant’anni ha continuato a comportarsi come se una sconfitta non fosse una ragione sufficiente per smettere di provarci.
E forse è proprio questo il filo che lega la ragazza di Bra arrestata per gli aborti clandestini alla commissaria europea nei luoghi di guerra, alla ministra degli Esteri, alla candidata al Quirinale, alla donna anziana che continuava a chiedere più Europa dalla sua sedia a rotelle. È proprio questo il filo che la lega a noi, a tutte le donne e gli uomini che vediamo sbriciolarsi tante conquiste e nonostante ciò non ci arrendiamo. Guardiamo avanti e continuiamo a lottare.
Come Emma che è andata avanti. Fino alla fine.
Redazione Madrid
