Legge elettorale, unità sulle preferenze ma restano aperti i nodi politici

Il Senato della Repubblica italiana in una foto d'archivio.
Il Senato della Repubblica italiana in una foto d'archivio. (ANSA)

Il Senato approva l’emendamento della maggioranza che reintroduce le preferenze mantenendo i capilista bloccati. Dopo ore di tensione Fratelli d’Italia sceglie di rispettare l’accordo di coalizione. Restano aperte le questioni delle quote di genere, delle firme per le nuove formazioni e della norma “anti-cespugli”.


MADRID.- Una giornata iniziata con una maggioranza attraversata da dubbi e tensioni e terminata con il centrodestra in apparenza nuovamente compatto. La riforma della legge elettorale supera al Senato uno dei passaggi politicamente più delicati: l’Aula approva con 97 voti favorevoli, 67 contrari e due astenuti l’emendamento della maggioranza, a prima firma del senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, che reintroduce le preferenze mantenendo però i capilista bloccati.

Poche ore prima il Senato aveva respinto, con 99 voti contrari e 68 favorevoli, il subemendamento del Partito democratico che proponeva preferenze senza capilista bloccati e la possibilità di esprimere due scelte.

È proprio su questa proposta delle opposizioni che, per diverse ore, si era concentrato il confronto dentro la maggioranza. Fratelli d’Italia, storicamente favorevole alle preferenze, aveva lasciato filtrare la possibilità di valutare il testo. Lega e Forza Italia avevano invece fatto sapere di voler mantenere l’intesa già raggiunta nel centrodestra: o il voto sull’emendamento unitario della coalizione, o il rischio di riaprire l’intero impianto della riforma. Anche il sottosegretario Alberto Balboni aveva riconosciuto che, al di là della natura provocatoria del subemendamento, il tema di un ampliamento delle preferenze esisteva.

A sciogliere il nodo è stata una riunione di maggioranza con la ministra Elisabetta Casellati, i capigruppo e i rappresentanti dei partiti. Alla fine, Fratelli d’Italia ha scelto di rispettare l’accordo di coalizione. «Tra un emendamento strumentale e mantenere gli accordi di maggioranza non abbiamo dubbi», ha spiegato in Aula il capogruppo di FdI Lucio Malan, annunciando il voto contrario alla proposta delle opposizioni. Maurizio Gasparri ha rivendicato la «capacità di sintesi» del centrodestra.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha successivamente rivendicato il risultato sui social. «Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d’Italia», ha scritto, respingendo le critiche delle opposizioni e contestando la loro credibilità sul tema.

Il centrodestra ha dunque superato la prova parlamentare senza defezioni, ma il percorso che ha preceduto il voto ha mostrato ancora una volta le differenze interne alla coalizione. La questione posta a Fratelli d’Italia era politicamente delicata: mantenere una posizione identitaria sostenuta per anni da Meloni oppure salvaguardare l’equilibrio raggiunto con gli alleati, meno favorevoli alle preferenze completamente libere. Alla fine è prevalsa la seconda esigenza.

Le opposizioni avevano costruito proprio su questa contraddizione la loro iniziativa parlamentare. Matteo Renzi ha riletto in Aula un intervento pronunciato da Giorgia Meloni l’11 marzo 2014, durante la discussione sull’Italicum, nel quale l’allora esponente dell’opposizione chiedeva che ai cittadini fosse riconosciuta la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Il Pd ha rilanciato anche un video del gennaio 2014 in cui Meloni chiedeva esplicitamente l’introduzione delle preferenze.

Anche Roberto Vannacci aveva invitato FdI a votare la proposta delle opposizioni, facendo della coerenza politica il punto centrale della sua pressione sul partito della premier.

Dal centrosinistra sono quindi arrivate accuse molto dure. La segretaria del Pd Elly Schlein e il capogruppo Francesco Boccia hanno accusato Meloni di preferire la salvaguardia della legge piuttosto che mantenere la propria posizione storica sulle preferenze. Giuseppe Conte ha parlato invece di una riforma che contiene anche una norma destinata, a suo giudizio, a proteggere i partiti già presenti in Parlamento. Alleanza Verdi e Sinistra ha denunciato un danno alla rappresentanza democratica. Il centrodestra ha respinto queste letture, presentando il voto come la dimostrazione della capacità della coalizione di trovare una sintesi e rispettare gli accordi.

Ma il capitolo delle preferenze non esaurisce le questioni aperte

Una riguarda le quote di genere. L’emendamento approvato modifica il meccanismo precedente e fa venir meno le quote previste per i capilista dal Rosatellum, tema sul quale in passato erano emerse obiezioni anche tra parlamentari della maggioranza. Le opposizioni hanno già annunciato battaglia, accusando il centrodestra di non aver mantenuto gli impegni sull’alternanza di genere.

Un secondo nodo riguarda le firme necessarie per presentare le liste. Il nuovo impianto innalza da 1.500 a 9.000 il numero minimo e da 2.000 a 10.000 il massimo delle firme che le formazioni non rappresentate in Parlamento dovranno raccogliere per ciascun collegio. Per i partiti che dispongono di una componente parlamentare la soglia sarebbe invece inferiore. Conte ha definito la modifica una «norma salva casta», mentre Filiberto Zaratti di Avs ha parlato di un ostacolo alla partecipazione delle nuove formazioni.

C’è poi la prevista eliminazione della cosiddetta norma “anti-cespugli”. Il meccanismo in discussione consentirebbe anche ai voti delle liste sotto il 3 per cento – e persino sotto l’1 per cento – di contribuire al risultato complessivo della coalizione ai fini del premio di maggioranza.

Il centrodestra, dunque, esce compatto dal passaggio al Senato, ma la giornata non chiude il confronto sulla legge elettorale. Dimostra piuttosto quanto delicato rimanga l’equilibrio tra le posizioni dei diversi partiti della coalizione.

E soprattutto il percorso parlamentare non è concluso. Le opposizioni considerano il voto sulle preferenze un test politico riuscito, nonostante la sconfitta numerica, perché ha costretto Fratelli d’Italia a scegliere tra la propria posizione storica e l’accordo con gli alleati. Il testo dovrà tornare alla Camera e il passaggio conclusivo, con la prospettiva del voto segreto, resta uno dei momenti più incerti dell’intera riforma.

Per il momento la maggioranza ha evitato la frattura. Ma le questioni di fondo – preferenze, rappresentanza di genere, accesso delle nuove formazioni e peso dei piccoli partiti – restano aperte. Ed è su questi nodi, più che sui cartelli esibiti in Aula dopo il voto, che si misurerà nelle prossime settimane la tenuta politica e istituzionale della nuova legge elettorale.

(Redazione)

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