Usa-Iran, la guerra torna a infiammare il Golfo: Hormuz sotto pressione e missili sulla Giordania


Washington colpisce cinque petroliere iraniane dopo i tentativi di attacco contro una nave da guerra americana. Teheran risponde con missili contro una base Usa in Giordania e annuncia nuovi attacchi nel Golfo. Lo Stretto di Hormuz torna al centro della crisi, mentre il petrolio supera i 100 dollari al barile


NEW YORK. – La crisi tra Stati Uniti e Iran torna a precipitare e rischia di trasformarsi in una nuova fase della guerra che da mesi sconvolge il Medio Oriente. Nelle ultime ore Washington e Teheran hanno intensificato gli attacchi contro obiettivi militari e navi commerciali nel Golfo, con lo Stretto di Hormuz nuovamente al centro dello scontro.

Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver distrutto cinque petroliere iraniane dopo due tentativi, effettuati in due giorni, da parte delle Guardie della Rivoluzione islamica iraniana (IRGC) di colpire con missili balistici una nave da guerra americana. Teheran ha risposto con il lancio di missili contro una base statunitense in Giordania e ha rivendicato attacchi contro altre navi nella regione.

Il nuovo confronto ha avuto immediate ripercussioni sui mercati energetici: il prezzo del Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, mentre cresce il timore che un’ulteriore escalation possa compromettere ancora di più la navigazione attraverso Hormuz, uno dei principali corridoi energetici del mondo.

Washington: «Distrutte cinque petroliere iraniane»

Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha comunicato che le forze americane hanno distrutto l’8 settembre cinque petroliere iraniane.

Le navi indicate da Washington sono la M/T Kaviz, la M/T Charminar, la M/T Horizon 1 e la M/T Riesco, colpite nel Golfo di Oman, e la M/T Derya, attaccata nei pressi dell’isola iraniana di Kharg, nello Stretto di Hormuz.

Secondo Centcom, le operazioni sono state effettuate dopo che una nave da guerra statunitense era stata presa di mira per due volte con missili balistici iraniani. La nave americana sarebbe riuscita a evitare gli attacchi e avrebbe continuato la propria attività di pattugliamento. Nessun militare statunitense sarebbe rimasto ferito.

Il comando americano sostiene inoltre che le petroliere facessero parte di una rete clandestina utilizzata da Teheran per finanziare le Guardie della Rivoluzione e i gruppi armati alleati dell’Iran nella regione.

Centcom ha precisato che gli equipaggi delle cinque navi erano stati invitati ad abbandonarle prima degli attacchi. L’episodio si aggiunge a un’altra operazione del 5 settembre, quando le forze americane avevano già distrutto tre petroliere iraniane dopo un tentativo dell’IRGC di colpire una portaerei e un cacciatorpediniere statunitensi.

La risposta di Teheran: missili contro la Giordania

La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato il lancio di missili balistici contro obiettivi statunitensi in Giordania, in particolare contro la base di Al Azraq, utilizzata dalle forze americane.

Secondo l’esercito giordano, le difese aeree hanno intercettato 18 dei 20 missili lanciati dall’Iran, mentre gli altri due sarebbero caduti in zone disabitate. Non sono state segnalate vittime.

La scelta della Giordania come obiettivo aggiunge un elemento particolarmente delicato alla crisi. Amman è infatti uno stretto alleato di Washington e ospita contingenti militari statunitensi. Teheran considera inoltre il territorio giordano parte della rete regionale utilizzata dagli Stati Uniti per le proprie operazioni militari.

Il governo saudita ha condannato gli attacchi iraniani contro la Giordania, definendoli una violazione del diritto internazionale e chiedendo la cessazione immediata delle operazioni contro i Paesi della regione.

L’Iran rivendica attacchi contro dieci navi

Parallelamente all’attacco contro la base in Giordania, l’IRGC ha annunciato di aver colpito due navi statunitensi e otto petroliere nel Golfo.

Secondo la versione iraniana, le navi stavano cercando di attraversare una zona dello Stretto di Hormuz considerata da Teheran «vietata e non sicura». Le autorità iraniane hanno sostenuto di aver provocato danni significativi alle imbarcazioni.

Queste affermazioni, tuttavia, non risultano completamente confermate da fonti indipendenti. Washington non ha confermato i danni rivendicati dall’Iran alle proprie navi. La dinamica degli attacchi resta quindi in parte oggetto di versioni contrapposte.

La Guardia della Rivoluzione ha inoltre minacciato le navi che si trovano nei pressi dei porti di Kuwait e Bahrein, Paesi che ospitano forze militari statunitensi.

Hormuz diventa il principale fronte della guerra

È proprio lo Stretto di Hormuz il punto più delicato della nuova escalation.

Il passaggio marittimo, tra Iran e Oman, è uno dei corridoi fondamentali per il commercio mondiale di petrolio e gas. La crisi ha già provocato un forte rallentamento del traffico e una crescente difficoltà per le compagnie di navigazione.

Secondo dati citati dalle Nazioni Unite, dall’inizio della crisi i transiti attraverso lo Stretto sono diminuiti di oltre il 90 per cento rispetto ai livelli precedenti. L’ONU ha più volte sottolineato che la libertà di navigazione a Hormuz è essenziale non soltanto per la sicurezza del Golfo, ma anche per l’economia mondiale.

Washington sostiene di aver mantenuto aperto un corridoio di navigazione protetto dalle proprie forze navali. La Casa Bianca ha affermato nei giorni scorsi che quasi 1.500 navi commerciali hanno attraversato lo Stretto sotto protezione americana. Teheran, al contrario, sostiene di esercitare il controllo sulle acque strategiche e ha minacciato di ampliare le aree sottoposte a restrizioni.

Il petrolio torna sopra i 100 dollari

L’escalation militare ha avuto immediate conseguenze sui mercati internazionali.

Il Brent è tornato sopra la soglia dei 100 dollari al barile, con gli operatori preoccupati soprattutto per la possibilità che gli attacchi alle navi commerciali provochino una riduzione delle esportazioni di petrolio dal Golfo.

L’eventuale chiusura, anche parziale, di Hormuz avrebbe conseguenze molto più ampie rispetto al solo mercato petrolifero. Attraverso questo passaggio transita una parte rilevante degli idrocarburi destinati ai mercati asiatici ed europei. Un’interruzione prolungata potrebbe quindi tradursi in maggiori costi energetici, aumento dell’inflazione e nuove difficoltà per il trasporto internazionale.

Si allarga anche il fronte dello Yemen

La nuova escalation non riguarda soltanto Stati Uniti e Iran.

Nelle stesse ore, i ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti da Teheran, hanno lanciato attacchi con droni e missili contro diverse località dell’Arabia Saudita. Secondo le informazioni disponibili, gli attacchi hanno provocato oltre 70 feriti e hanno interessato anche infrastrutture energetiche.

Riad ha annunciato che risponderà militarmente, aprendo così un ulteriore fronte in una regione già fortemente destabilizzata.

Il rischio è dunque quello di una progressiva estensione del conflitto: dal confronto diretto tra Washington e Teheran alle acque del Golfo, dalla Giordania all’Arabia Saudita e allo Yemen.

Washington avverte: «Gli attacchi non resteranno senza risposta»

Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di non avere intenzione di ignorare i nuovi attacchi iraniani.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che ogni nuovo tentativo dell’Iran di colpire le navi militari americane potrebbe provocare ulteriori rappresaglie contro le capacità petrolifere iraniane. La logica dello scontro sembra quindi essere entrata in una spirale di attacco e rappresaglia: i missili iraniani contro le navi americane provocano la distruzione di petroliere, mentre gli attacchi statunitensi alle navi iraniane alimentano nuove operazioni di Teheran.

È una dinamica particolarmente pericolosa perché aumenta il rischio di un errore di calcolo o di un attacco con conseguenze impreviste.

Il timore di una guerra regionale senza controllo

Dopo mesi di combattimenti e una fase di relativa calma durante agosto, lo scontro tra Stati Uniti e Iran è dunque tornato a un livello particolarmente elevato.

Il problema non riguarda più soltanto i due Paesi. La Giordania, l’Arabia Saudita, il Bahrein, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e lo Yemen sono sempre più coinvolti, direttamente o indirettamente, nella crisi.

Anche le Nazioni Unite hanno già avvertito che una nuova escalation nel Golfo potrebbe avere conseguenze «catastrofiche» per le popolazioni della regione, per la sicurezza internazionale e per l’economia mondiale, chiedendo il ritorno alla diplomazia e la piena libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.

Per il momento, però, prevale la logica militare. Gli Stati Uniti continuano a colpire gli interessi economici e militari iraniani, mentre Teheran minaccia nuove rappresaglie e cerca di rendere sempre più difficile la navigazione nello Stretto.

Il rischio maggiore è che la guerra, nata dal confronto tra Washington e Teheran, finisca per trasformarsi in un conflitto regionale ancora più ampio. E a pagare il prezzo dell’escalation, oltre alle popolazioni coinvolte, potrebbe essere l’intera economia mondiale.

(Redazione)

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