Abruzzesi nel Mondo: Generoso D’Agnese

D’Agnese, la memoria storica dell’emigrazione abruzzese


Nato in Svizzera da genitori italiani, giunto in Abruzzo ancora adolescente seguendo la famiglia emigrante nel suo rientro in Italia, da anni si dedica a tratteggiare i profili biografici di abruzzesi all’estero. I suoi libri raccontano non solo le storie di singoli personaggi ma anche quella di un fenomeno, l’emigrazione, che ancora oggi caratterizza la società italiana


Da sinistra a destra, l’artista Germano D’Aurelio (Nduccio), il fotografo Luciano Borsari e il giornalista-scrittore Generoso D’Agnese

MADRID – Generoso D’Agnese, senza volerlo, è anche lui un immigrante. Ma è un immigrante diverso, particolare, perché la sua non è stata una scelta razionale, ponderata, maturata nel tempo. D’Agnese appartiene al popolo della “seconda generazione” e al non tanto esclusivo club di italiani nati all’estero che, preadolescenti, hanno seguito i genitori nel loro ritorno in Patria, dopo anni di sacrifici e lavoro all’estero. D’Agnese non ha avuto alternative. Quando suo padre, nato a Montemarano in provincia di Avellino, e sua madre, nata a Rapino in provincia di Chieti, decisero di chiudere la loro parentesi all’estero non potette non seguirli. Così lasciò la Svizzera per recarsi in Italia e stabilirsi definitivamente in Abruzzo; fece le valigie e da una Zurigo dove almeno in apparenza tutto funzionava, appunto, come un orologio svizzero, si ritrovò a dover affrontare una nuova vita nella caotica quotidianità abruzzese.

Essere immigranti, anche nell’inconsapevolezza dell’adolescenza, lascia i suoi segni. D’Agnese non ha mai dimenticato il mondo dell’emigrazione dal quale proviene. È nel suo DNA. Da giornalista l’ha raccontato e lo continua a raccontare. È considerato insieme a Dom Serafini, nato a Giulianova ma residente negli Stati Uniti, la memoria storica dell’emigrazione abruzzese. Come i cantastorie di una volta che di paese in paese incantavano bambini e adulti narrando le gesta eroiche di paladini e cavalieri erranti, così D’Agnese, nei suoi libri, mantiene vivo il ricordo di personaggi, noti o meno noti, che hanno scritto e scrivono il capitolo dell’emigrazione italiana all’estero; strappa dall’oblio le vicende di famiglie anonime protagoniste di una storia comune scritta con il lavoro, il sacrificio, il dolore e l’allegria.

“Hollywood nasce in Abruzzo”, “Abruzzo, i campioni siamo noi”, “Abruzzo Stars & Stripes”, “L’Avventura della Fede” (scritto con Dom Serafini), non sono solo letture facili. Raccontano un’epoca. Per chi ne sappia cogliere il senso, per gli “addetti ai lavori” che sanno “leggere tra le linee”, rappresentano la radiografia di un fenomeno, quello dell’emigrazione, che non è mai scomparso e che, sebbene ci sia chi lo ignori o addirittura se ne vergogni, continua a caratterizzare la nostra società.

Raggiungiamo telefonicamente D’Agnese. Non si nega a quella che, almeno nelle intenzioni, doveva essere una semplice intervista ma che, nella realtà e col passare dei minuti, si è trasformata in una lunga e piacevole conversazione. Rompiamo il ghiaccio chiedendogli di parlarci della sua infanzia a Zurigo.

– Vi ho frequentato le scuole elementari e parte delle scuole medie – ci dice –. Per me, la parola emigrazione ha cominciato ad avere un significato il giorno che ho lasciato la Svizzera per seguire i genitori nel loro rientro in Italia. Devo confessare che la loro decisione ha rappresentato un trauma. Essendo nato in Svizzera e avendovi vissuto l’infanzia e la preadolescenza era logico che mi sentissi svizzero. Certo – precisa dopo una breve pausa – mi sentivo anche italiano ma, soprattutto, molto svizzero. Sono nato e sono cresciuto con le leggi, le abitudini e le tradizioni svizzere.  Per me andar via è stato come lasciare, non dico un paradiso… non posso dirlo perché tutti i paesi lo sono, tutti i paesi sono belli… ma, certamente, per me era il paese dell’innocenza, del piacere dell’infanzia. Quando i miei genitori sono tornati in Italia, parte della mia vita è rimasta lì.

Sottolinea che la sua adolescenza, in Italia, è iniziata con uno strappo assai doloroso, come lo è sempre lasciare il luogo in cui si mettono le prime radici.

Una foto dell’infanzia a Zurigo

– I primi anni in Italia sono stati molto amari, bruttissimi. Ho conosciuto altri giovani che hanno vissuto la mia stessa esperienza. Anche per loro è stato assai duro. Molti sono riusciti a superarlo; sono riusciti ad integrarsi. Tanti altri, invece no. Così hanno cominciato a frequentare cattive compagnie.

Ci dice di considerarsi fortunato perché è “riuscito a canalizzare positivamente tutta la sua rabbia”. Ad aiutarlo è stato lo sport, ma di questo parleremo più avanti.

– Raccontaci della tua infanzia, del tuo rapporto con l’Italia, con l’Abruzzo…

– L’Abruzzo per me aveva il sapore della vacanza. Quel mese in Italia era una festa. Trascorrevamo due settimane a Rapino e spesso si andava al mare a Francavilla. Poi, trascorrevamo una settimana al paese di mio padre, in montagna, dagli altri nonni. L’Abruzzo, e in parte la Campania, hanno fatto sempre rima con vacanze, con estate, con sole. Ricordo che a sera si vedeva “Carosello”. La televisione svizzera non aveva nulla di simile, era più restrittiva. D’altronde stiamo parlando degli anni 60. Allora anche in Italia i canali televisivi erano pochi.

Generoso D’Agnese

Racconta che i genitori facevano di tutto per mantenere le abitudini, le tradizioni. Ad aiutare era la vicinanza con un fratello, con una sorella e con una zia della madre.

– Praticamente tutta la famiglia di mia madre, ad eccezione di un altro fratello che si era trasferito in Canada, era emigrata in Svizzera – spiega –. Così, il fine settimana, ci si riuniva. Non è tanto quello che loro dicevano quanto quello che facevano. Per esempio, mia madre o gli zii cucinavano la pizza, la lasagna, la pasta fatta in casa… quella con la chitarra. Si mangiava insieme. Erano momenti di convivenza. Era la mia parentesi italiana di fine settimana.  Poi gli adulti giocavano a carte o si andava a trovare amici e parenti nelle città più vicine. Tutti emigranti ovviamente.

D’Agnese spiega che “l’emigrazione si compone di nuclei che richiamano altre persone con le quali condividono origini, interessi, tradizioni”. In Svizzera, sottolinea, gli abruzzesi si erano fermati “soprattutto in una cittadina a nord di Zurigo”.

– Gli abruzzesi, a Zurigo, erano un po’ in minoranza. Nel mio caso, poi, c’era anche la parte campana – prosegue –. Mio padre aveva dei parenti che avevano trovato lavoro e che, quindi, si erano trasferiti anche loro in Svizzera.

Un inciso. Una pausa per commentare, divertito, che cercando informazioni sugli abruzzesi per una delle sue interviste, s’imbatté con un direttore d’orchestra che, lo scoprì poi nel corso della conversazione, aveva conosciuto da bambino e con il quale aveva giocato negli anni dell’infanzia a Zurigo.

– Ci siamo rincontrati da adulti, senza sapere che nella nostra infanzia avevamo giocato insieme. È stato bellissimo perché anche lui si è formato in seno ad una famiglia metà campana e metà abruzzese. Ha fatto una bella carriera: oggi è direttore d’orchestra in Svizzera. Fa certamente piacere vedere come tanti abruzzesi, tanti italiani abbiano avuto successo.

– Raccontaci del tuo processo d’integrazione in Abruzzo, una regione che senz’altro conoscevi perché vi trascorrevi le vacanze con i tuoi, ma che, in realtà, ti risultava sconosciuta.

–  Sono re-emigrato in Abruzzo nel 1974 – ci dice –. Avevo 13 anni e mezzo. L’anno precedente avevo iniziato a frequentare le scuole medie italiane in Svizzera. Anche quello fu uno shock. Rappresentò il passaggio da una scuola Svizzera, che aveva palestre, piscine, campi di calcio ed era organizzatissima, ad una scuola italiana in cui le lezioni si tenevano in un sottoscala. Era la scuola Dante Alighieri che, allora, era ai suoi inizi. Ripeto, per me fu uno shock, ma mi preparò al ritorno.

Confessa che i primi due o tre anni furono molto difficili. La sua fortuna fu entrare a far parte, per caso, di una squadra di rugby, sport assai noto in Abruzzo grazie al “quindici” aquilano che ha fatto storia nel mondo della pallovale. Non a caso lo stadio comunale è stato intitolato a Tommaso Fattori, rugbista e allenatore sia dell’Aquila Rugby – fu grazie a lui che nel 1946 fu fondata la Polisportiva L’Aquila Rugby – sia della nazionale.

– Il rugby mi ha aiutato a incanalare la mia energia, tutta la mia rabbia – ci dice –. Lo sport mi ha dato le regole, mi ha insegnato a rispettare gli avversari e a soffrire. Soprattutto, mi ha aiutato a fare squadra. Il Rugby è uno degli sport in cui fare squadra conta più di ogni altra cosa. Per me è stata una tappa altamente formativa sia dal punto di vista psicologico sia dal punto di vista fisico.

La passione per il giornalismo

D’Agnese è riuscito a conciliare il lavoro al Comune con la sua passione per il giornalismo. Ha collaborato con numerose testate, la maggior parte appartenenti al mondo dell’emigrazione: “Abruzzo nel Mondo” di Pescara, “Messaggero S. Antonio” di Padova, “America Oggi” di New York, “Il Ponte” di Copenhagen, “Voce Italiana” di Washington, “L’Italo-Americano” di Los Angeles, “Il Gazzettino Italiano Patagonico” di Neuquen, solo per nominarne alcune. Penna raffinata, nel corso della sua attività giornalistica ha incontrato tanti nostri connazionali, nei posti più sperduti. Ne ha tracciato, con i loro chiaroscuri, una radiografia che va molto più in là del semplice ritratto biografico. Sono il racconto di un’epoca, di una realtà a volte sconosciuta e, il più delle volte, vittima dell’indifferenza.

Sabina D’Amore e Giacomo D’Agnese

 

– Dopo aver scritto sulle nostre comunità più note, sui suoi personaggi di rilievo – commenta –, nasce il desiderio di dare spazio anche a coloro che vivono altrove, in luoghi lontani e, in un certo senso, anonimi. Così, mi è capitato di conoscere italiani in Groenlandia, in Namibia, in Libia, in Capo Verde e nella Guyana francese. Noi abruzzesi, nel nostro piccolo siamo presenti un po’ ovunque. La nostra regione ha 1.200.000 abitanti. È molto piccola. Rappresenta il 2,2% della popolazione italiana. Eppure, ha dato, tanti, tantissimi personaggi importanti

–Com’è nato questo tuo interesse per l’emigrazione in generale e per quella abruzzese in particolare?

– Cominciamo col parlare della mia passione per il giornalismo – ci dice –. È nata prestissimo.  Da bambino sapevo già quello che volevo fare da grande.  Eh già, non capita spesso, eppure io lo sapevo, sapevo che volevo fare il giornalista. Il mio primo articolo lo scrissi per la scuola. Ricordo che chiesero un tema e io, siamo nel 72, scrissi sul sequestro di un aereo della Lufthansa da parte dei palestinesi. Avevo tanta voglia di fare il reporter.

D’Agnese si riferisce al volo 649 di Lufthansa con 172 passeggeri a bordo. Il sequestro, ad opera di cinque palestinesi armati di pistola ed esplosivi, si risolse con il pagamento di un riscatto di cinque milioni di dollari.

– Poi – prosegue – misi nel cassetto la mia passione che rinacque, con forza, quando frequentavo le scuole superiori. Una professoressa ci chiese una ricerca sul nucleare in Italia. Era l’epoca in cui si doveva votare, per la prima volta, sull’energia nucleare. Gli italiani erano chiamati ad esprimersi: sì o no.  Intervistai alcune persone e poi scrissi un reportage nel quale si esponevano le idee di chi era favorevole o contrario.

All’inizio, si dedicò al giornalismo scientifico, storico e divulgativo, cercando di informare soprattutto su quanto accadeva nel mondo della scienza e della medicina.

– A livello storico – precisa – mi occupavo dello studio delle guerre. Mi interessava molto approfondire il tema dei conflitti e della geopolitica. Ho iniziato a scrivere per “La Nuova Gazzetta”.  Quel giornale ha fatto crescere molti giornalisti a Pescara. È stato una buona scuola di formazione. Per caso, poi, un giorno m’imbattei con “Abruzzo nel Mondo”, un mensile che esisteva dagli anni 80. Sono entrato in redazione per pura casualità. Conobbi il Direttor Nicola d’Orazio e scoprii un mondo nuovo. Mi appassionai, grazie agli articoli che leggevo, sulle comunità abruzzesi nel mondo. Fu come un fuoco che si risveglia; un fuoco che avevo dentro e che ho sempre voluto in qualche modo alimentare.

Si dedica, a poco a poco, alle nostre comunità residenti all’estero, ai loro protagonisti. Crescono le collaborazioni nei “mass-media”. “Il Messaggero di San Antonio”, prima, e “America Oggi”, poi. Quest’ultimo gli propone di scrivere una serie di profili di italiani in America, dai più famosi, come Garibaldi e Meucci, ai meno conosciuti. Dovevano essere appena dieci articoli. Oggi sono quali mille, un’attività “ininterrotta, svolta dal 1998 al 2018”. Vent’anni.

Il mondo dello sport

Economia, politica, letteratura, musica, scienza. Non c’è settore in cui la nostra emigrazione non abbia lasciato una traccia indelebile. È proprio questa varietà a renderlo un universo non solo interessante e sorprendente ma, soprattutto, unico.  Niente di meglio, a dimostrazione della variegata realtà dell’Italia fuori d’Italia, che “Abruzzo, i campioni siamo noi”, il libro che D’Agnese ha scritto insieme a Geremia Mancini, ex Segretario generale dell’Unione Generale del Lavoro, e Duilio Rabottini, anch’egli come D’Agnese, noto giornalista pescarese.

“Abruzzo, i campioni siamo noi” è la raccolta di profili di sportivi di origine abruzzese. Racconta la storia di atleti, dirigenti, campioni con radici abruzzesi che, alcuni assai noti, altri meno famosi, si sono distinti anche in discipline ai più sconosciute.

– Perché scrivere di emigranti abruzzesi che si sono contraddistinti nel mondo dello sport, nelle più svariate discipline?

– Stiamo parlando del mio tredicesimo libro – precisa per poi chiarire che in precedenza aveva scritto sulla presenza dell’emigrazione abruzzese nel mondo della televisione o del cinema. Ci tiene a far notare che, nell’ambito cinematografico, al di là di nomi famosi come Dean Martin, Perry Como o Henry Mancini, vi sono tanti corregionali che hanno ricevuto premi e riconoscimenti di grande prestigio. Ad esempio, “non tutti sanno che Vincenzo Pelliccione, originario di Rosciolo de’ Marsi vicino ad Avezzano, è stato la controfigura di Charlie Chaplin”.

Ma torniamo allo sport. D’Agnese racconta che l’idea di un libro sulla partecipazione dell’emigrazione abruzzese nello sport nacque da una conversazione con Mancini e Rabottini.

– Con loro – puntualizza – si conversò del fatto che ci fossero degli atleti abruzzesi famosi e che era bello poterli ricordare. All’inizio si pensò di scrivere 20 o 30 storie. Ci siamo messi di buona lena a cercare. E così, di storie, ne abbiamo raccolto 160. Lo sport è stato sempre un po’ sottovalutato. Eppure, è stato un elemento importante di integrazione.  Basta pensare a quanti emigranti italiani, abruzzesi, si sono emancipati con il pugilato, quanti con la lotta libera, con il football o con il baseball. Tutti questi sport aiutavano all’integrazione, a far sentire a questi ragazzi che erano parte di un mondo che era anche il loro. Siamo partiti ovviamente dai personaggi più famosi: Manuel Fangio, Rocky Marciano, Bruno Sammartino, Tommy Lasorda. Abbiamo, poi, scoperto che Nicola Pietrangeli, il grande, il grandissimo tennista era di origine abruzzese; che lo erano anche Omar Sivori, sua madre nacque a Tornareccio, e Dario Di Fazio, il grande tuffatore nato in Venezuela. Sua madre era dello stesso paese della mia: Rapino.

Ci dice che ci sono sport meno conosciuti, come il cricket o il lacrosse, in cui la presenza abruzzese si è fatta notare.

Dal passato al presente

Dal passato al presente. Tanto è cambiato nel mondo.  Il muro di Berlino è ormai parte di un passato che ci risulta lontano. L’Europa, non senza difficoltà, è riuscita ad abbattere le frontiere. L’evoluzione della società è stata profonda. Si è preso coscienza della crisi climatica ed ecologica legata al surriscaldamento globale causato dalle attività umane. È vero, c’è ancora chi crede che la terra sia piatta, che i vaccini facciano danno, o che il riscaldamento globale sia un’invenzione. Ma rappresentano l’eccezione. La realtà è che i cambiamenti vissuti nel secolo scorso e all’inizio di questo sono stati tanti e assai profondi. Eppure, una realtà non è cambiata: in Italia si continua ad emigrare.

– Quale crede che siano le differenze tra l’emigrazione dell’immediato dopoguerra, quella che ha visto protagonisti milioni di italiani come i suoi genitori, e quella dei nostri giorni, che oggi preferisce chiamarsi mobilità?

– Non vedo grandi differenze – risponde –. Il trauma psicologico, nonostante il mondo sia molto più piccolo, è lo stesso. Oggi c’è il WhatsApp che ci permette di parlare senza difficoltà con chi è all’altro estremo del mondo. Possiamo videochiamarci da migliaia di chilometri di distanza. Non c’è più l’isolamento che ha caratterizzato l’emigrazione del secolo scorso, dell’immediato dopoguerra. Detto questo, ripeto, resta il trauma di lasciare il proprio paese, di lasciarsi dietro le proprie radici. Questo, credo, resterà sempre. Cambiano, poi ovviamente, gli strumenti. Una volta chi partiva aveva pochissimi strumenti culturali.

Confessa che si vergognava dei genitori perché quasi non parlavano l’italiano e si esprimevano in dialetto e anche perché non riuscivano a comunicare in tedesco

– Ovviamente oggi non mi vergogno più. Ora che sono grande, riconosco che i mei genitori sono stati degli eroi. Li ammiro perché, pur non avendo una base culturale, senza sapere quasi né scrivere né leggere, sono riusciti a crearsi un futuro e a dare un futuro a me. Sono riusciti a comprare la casa ai nonni, che non l’avevano. Con le loro rimesse hanno aiutato sia i nonni sia loro stessi, perché hanno potuto acquistare un negozio, quando sono tornati in Italia. Mi dispiace l’atteggiamento dell’Italia nei confronti degli immigranti, di queste persone che, come tanti connazionali, sono state costrette a lasciare la propria terra e a sfidare il Mediterraneo. Anche loro sono degli eroi. Il tema è stato politicizzato, strumentalizzato. L’immigrazione c’è sempre stata e sempre ci sarà.

D’Agnese considera che l’immigrazione sia una grande ricchezza poiché è portatrice di altre culture, di altre tradizioni, di altri modi di fare e di essere. È convinto che il mondo progredisce perché l’essere umano tende ad amalgamarsi, a mescolarsi, a muoversi.

– Nei primi anni in Italia, anche in Abruzzo, notavo quasi un senso di fastidio verso i nostri emigranti che tornavano. C’era una certa invidia nei confronti di chi, all’estero, aveva avuto successo. C’era anche chi pensava che gli emigrati fossero gente ch’era fuggita all’estero. Ma è stato anche grazie a coloro che hanno avuto il coraggio di andare all’estero che tanti mediocri, rimasti in Italia, alla fine sono riusciti a trovare un lavoro. L’ho potuto vivere da vicino. Ricordo che soprattutto negli anni’80, ’90 fino al 2000 si è cercato di cancellare il ricordo dell’emigrazione. È stato grazie a giornali come “America Oggi”, “La Voce d’Italia” e tanti altri nel mondo che fanno rete, che si è potuto recuperare il legame con gli abruzzesi nel mondo ed apprezzare quanto hanno fatto i nostri emigranti.  

Mauro Bafile

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