Indagine Cnel sui giovani all’estero: l’83% rientrerebbe con salari più alti. Tutti i dati del rapporto

Vita da expat al tempo del Covid

Presentato al Forum Teha di Cernobbio il rapporto “Giovani Expat”. Ogni anno il Paese perde 16 miliardi di euro in capitale umano altamente qualificato: per un laurea che arriva dall’estero ne partono più di 14. Brunetta: «Un’emorragia non più sostenibile, tocca all’Italia meritarseli».


MADRID. – Paghiamo la loro istruzione, li formiamo nelle nostre università e poi li “regaliamo” ai mercati esteri. Un’emorragia generazionale ed economica che costa all’Italia circa 16 miliardi di euro ogni anno e che ha visto partire oltre 441 mila giovani under 35 tra il 2011 e il 2024. A tracciare la mappa e le soluzioni di questa vera e propria fuga di cervelli è il rapporto “Giovani Expat. Come farli tornare”, promosso dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) ed elaborato da Ref Ricerche con Questlab, i cui risultati sono stati anticipati dal presidente Renato Brunetta al Forum Teha di Cernobbio.

A differenza delle tante analisi condotte “sui” giovani, il Cnel ha scelto di interpellare direttamente i protagonisti con un canale d’ascolto diretto: oltre 2.500 le risposte raccolte tra ragazze e ragazzi emigrati tra i 18 e i 34 anni. Il ritratto che ne emerge è quello della parte più qualificata del Paese: il 93% dei rispondenti è laureato o possiede un titolo post-laurea (master o dottorato), e ben il 58% ha lasciato l’Italia subito dopo la fine degli studi, senza aver svolto nemmeno un giorno di lavoro in patria.

Cosa serve per rientrare: al primo posto salario e merito

Ma la vera novità del rapporto risiede nella disponibilità al rientro: la porta non è affatto chiusa. L’83% dei giovani espatriati dichiara infatti che tornerebbe in Italia di fronte a un consistente aumento delle retribuzioni, mentre l’88% chiede opportunità di carriera e mansioni adeguate al proprio profilo di studi. Segue a ruota il fattore merito, giudicato determinante dal 79% degli intervistati.

Interpellati su quale singola priorità debba avere la precedenza assoluta, oltre la metà degli expat (53%) non ha dubbi e indica lo stipendio, con picchi del 55% tra chi proviene dalle regioni del Nord. Al Mezzogiorno, invece, la priorità retributiva si attesta al 48%, lasciando maggiore spazio alla stabilità lavorativa e al contrasto verso logiche clientelari e raccomandazioni.

Perché se ne vanno: la trappola degli stipendi bassi e della burocrazia

Le ragioni della partenza rispecchiano fedelmente le condizioni poste per il ritorno. A spingere gli italiani oltreconfine sono prima di tutto i salari troppo bassi (estremamente rilevanti per quattro giovani su cinque), affiancati da una cultura del lavoro percepita come arretrata e da una scarsa valorizzazione delle competenze individuali. A pesare sono anche la lentezza della burocrazia (49%) e la mancanza di trasparenza (48%).

Un gap salariale che per l’Italia è andato peggiorando rispetto al resto d’Europa negli ultimi vent’anni: dal 2000 al 2024, a parità di potere d’acquisto, lo svantaggio degli stipendi italiani rispetto alla Germania è salito dal 14% al 36%, mentre nei confronti della Svizzera il divario è arrivato addirittura al 71%.

I numeri dell’emorragia: il saldo migratorio è un’anomalia europea

A certificare la gravità della situazione è l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (Isfm) elaborato dal Cnel: mentre nelle altre principali economie europee il rapporto tra giovani qualificati in entrata e in uscita è sostanzialmente in pari, in Italia per ogni giovane formato che arriva da un Paese avanzato ne partono ben 14,5.

«Sedici miliardi all’anno di capitale umano formato in Italia e messo a frutto altrove sono un’emorragia che nessuna economia della conoscenza può permettersi — ha sottolineato il presidente del Cnel, Renato Brunetta —. Quasi due terzi di chi ha risposto dichiara che tra cinque anni sarà dove ci saranno le opportunità migliori: quindi anche qui, se sapremo crearle. Il talento italiano non manca mai all’appello. Tocca all’Italia meritarselo».

(Redazione)

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