Presentato al Forum Teha di Cernobbio il rapporto “Giovani Expat”. Ogni anno il Paese perde 16 miliardi di euro in capitale umano altamente qualificato: per un laurea che arriva dall’estero ne partono più di 14. Brunetta: «Un’emorragia non più sostenibile, tocca all’Italia meritarseli».
MADRID. – Paghiamo la loro istruzione, li formiamo nelle nostre università e poi li “regaliamo” ai mercati esteri. Un’emorragia generazionale ed economica che costa all’Italia circa 16 miliardi di euro ogni anno e che ha visto partire oltre 441 mila giovani under 35 tra il 2011 e il 2024. A tracciare la mappa e le soluzioni di questa vera e propria fuga di cervelli è il rapporto “Giovani Expat. Come farli tornare”, promosso dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) ed elaborato da Ref Ricerche con Questlab, i cui risultati sono stati anticipati dal presidente Renato Brunetta al Forum Teha di Cernobbio.
A differenza delle tante analisi condotte “sui” giovani, il Cnel ha scelto di interpellare direttamente i protagonisti con un canale d’ascolto diretto: oltre 2.500 le risposte raccolte tra ragazze e ragazzi emigrati tra i 18 e i 34 anni. Il ritratto che ne emerge è quello della parte più qualificata del Paese: il 93% dei rispondenti è laureato o possiede un titolo post-laurea (master o dottorato), e ben il 58% ha lasciato l’Italia subito dopo la fine degli studi, senza aver svolto nemmeno un giorno di lavoro in patria.
Cosa serve per rientrare: al primo posto salario e merito
Ma la vera novità del rapporto risiede nella disponibilità al rientro: la porta non è affatto chiusa. L’83% dei giovani espatriati dichiara infatti che tornerebbe in Italia di fronte a un consistente aumento delle retribuzioni, mentre l’88% chiede opportunità di carriera e mansioni adeguate al proprio profilo di studi. Segue a ruota il fattore merito, giudicato determinante dal 79% degli intervistati.
Interpellati su quale singola priorità debba avere la precedenza assoluta, oltre la metà degli expat (53%) non ha dubbi e indica lo stipendio, con picchi del 55% tra chi proviene dalle regioni del Nord. Al Mezzogiorno, invece, la priorità retributiva si attesta al 48%, lasciando maggiore spazio alla stabilità lavorativa e al contrasto verso logiche clientelari e raccomandazioni.
Perché se ne vanno: la trappola degli stipendi bassi e della burocrazia
Le ragioni della partenza rispecchiano fedelmente le condizioni poste per il ritorno. A spingere gli italiani oltreconfine sono prima di tutto i salari troppo bassi (estremamente rilevanti per quattro giovani su cinque), affiancati da una cultura del lavoro percepita come arretrata e da una scarsa valorizzazione delle competenze individuali. A pesare sono anche la lentezza della burocrazia (49%) e la mancanza di trasparenza (48%).
Un gap salariale che per l’Italia è andato peggiorando rispetto al resto d’Europa negli ultimi vent’anni: dal 2000 al 2024, a parità di potere d’acquisto, lo svantaggio degli stipendi italiani rispetto alla Germania è salito dal 14% al 36%, mentre nei confronti della Svizzera il divario è arrivato addirittura al 71%.
I numeri dell’emorragia: il saldo migratorio è un’anomalia europea
A certificare la gravità della situazione è l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (Isfm) elaborato dal Cnel: mentre nelle altre principali economie europee il rapporto tra giovani qualificati in entrata e in uscita è sostanzialmente in pari, in Italia per ogni giovane formato che arriva da un Paese avanzato ne partono ben 14,5.
«Sedici miliardi all’anno di capitale umano formato in Italia e messo a frutto altrove sono un’emorragia che nessuna economia della conoscenza può permettersi — ha sottolineato il presidente del Cnel, Renato Brunetta —. Quasi due terzi di chi ha risposto dichiara che tra cinque anni sarà dove ci saranno le opportunità migliori: quindi anche qui, se sapremo crearle. Il talento italiano non manca mai all’appello. Tocca all’Italia meritarselo».
(Redazione)
